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Direction Under 30. Vince il teatro che permette di varcare la soglia - Teatro e Critica


La redattrice di teatroecritica Letizia Chiarlone ha fatto parte della giuria critica della del festival concorso Direction Under 30, un racconto e una riflessione generazionale.

Sorseggio quello che chiamano “papavero” (un cocktail a base di campari e prosecco, di un bel colore rosso intenso, come il fiore da cui prende il nome), mentre il mio sguardo, protetto dalle lenti scure degli occhiali da sole, si perde nell’ampia piazza riarsa dal sole. Tira un bel venticello fresco e le temperature sono incredibilmente miti, considerando che mi trovo a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, dove sta avendo luogo la tredicesima edizione del festival di teatro Direction Under 30. Come si evince dalla denominazione del festival, l’evento è pensato per rivolgersi ad artisti e giurati appartenenti alla fascia d’età inferiore o pari ai trent’anni. I sei finalisti che si susseguiranno in un fitto programma articolato in tre giornate sono passati al setaccio attraverso una fase di preselezione coordinata dalla direzione artistica. Ad ogni messinscena segue un momento di dibattito privato destinato ai soli membri della Giuria Critica e della Giuria Under 30, al quale si succede un incontro pubblico con la compagnia in questione.

Come petali di un papavero rosso, ogni spettacolo offre, una riflessione intergenerazionale volta a mettere radici una volta toccato il fertile terreno della mente. E i momenti di discussione non sono che la dimostrazione vivente dell’impatto che la visione ha su ognuno di noi, generando un dibattito equilibrato, nel rispetto delle opinioni delle controparti, mentre ogni spettacolo viene vivisezionato nelle sue componenti. A tratti il confronto si fa acceso, in alcuni momenti sembra ristagnare, ma le suggestioni fluiscono come un fiume in piena che non accenna a fermarsi nemmeno quando incontra un’ansa particolarmente stretta. Ogni membro della giuria partecipa in maniera attiva, desideroso di esprimere la propria opinione e ponderare l’effettivo impatto dello spettacolo, nonché di vedere soddisfatte curiosità eventuali nel momento in cui lo spazio della compagnia si interseca con quello del pubblico di giurati (e non solo); gli attori e le attrici hanno così modo di confrontarsi con un’audience viva e interessata, che li pungola e li stimola continuamente.

Foto di Matteo Nardone

Ciò che colpisce, oltre all’energia contagiosa con cui viene vissuto lo spirito del festival da parte dei suoi partecipanti, è la voglia di farsi sentire, di esprimere in maniera chiara quelle istanze generazionali che portano con sé dubbi e quesiti. A metà tra i millenials e la Gen Z, i trentenni di oggi presentano un’identità ibrida, di intersezione tra due ampie zone di appartenenza, eppure questo non impedisce loro di avere le idee chiare in merito a ciò che è necessario rivendicare e all’espressione dei propri bisogni. E così, un tema come quello trattato da Ex Anima in Aujourdh’ui est le meilleur jour de ma vie, si fa universale e si mette in conversazione con una generazione ben consapevole di essere condannata a continui spostamenti, spesso dettati da circostanze esterne, alla ricerca di una propria dimensione. Giocando sull’interazione tra i cinque sensi, la narrazione presenta dunque come centrale il tema dell’emigrazione, di un senso di casa e di appartenenza che pare irraggiungibile. L’odore del caffè appena fatto che viene offerto al pubblico, e il suo retrogusto amaro, trasformano quel piccolo gioiello che è il Teatro Sociale di Gualtieri nella cucina di una casa a Durazzo, vista mare, connotata in pochi elementi essenziali. I confini si confondono, trascolorano. L’uomo vuole davvero spostarsi, se non fosse spinto a lasciare la propria casa? Al di fuori del piacere del viaggio, tra clownerie e assurdità, viene ribadita l’importanza di avere un punto fisso a cui fare ritorno. Una dimensione dove i fiammiferi saranno sempre dove li avremo lasciati: al solito posto.

Foto Simone Cicalo

Sembrerebbe meno chiaro il richiamo generazionale nella storia articolata su più livelli che si dipana in un’ora e mezza di monologo che M. informato dei fatti di Filippo Maria Macchiusi porta in scena. Ipocondriaco e ansioso, il protagonista si muove da un filone all’altro come se stesse ricostruendo un puzzle dai diversi angoli nel tentativo di farli convergere in un eventuale centro. Risulta faticoso, almeno nell’impatto iniziale, entrare nel flusso di pensiero a singulti che caratterizza la narrazione. Ma una volta che ci si inserisce a piè pari nella coscienza di M., si rimane con il fiato sospeso a cercare di capire che cosa stia accadendo e quale sia la reale motivazione dietro le azioni del protagonista. Macchiusi evoca intorno a sé figure di stampo macchiettistico, tutte interpretate da egli stesso, costruendo un’architettura complessa, ricca di situazioni e personaggi, un castello di carte che rischia di crollare al primo alito di vento e che pure funziona, nel momento in cui sfida la sorte e riesce a mantenere inalterata l’attenzione degli spettatori. Sebbene il ricorso alla macchietta non abbia convinto l’interezza del pubblico, che ha espresso delle rimostranze sulle modalità inattuali di utilizzo dello stereotipo, nella narrazione si riscontrano elementi di grande interesse legati al modo in cui vengono vissuti i rapporti interpersonali e il trauma generazionale. Dalla relazione con P., l’amata fidanzata che lo abbandona senza apparente motivo, a quella con la madre, con un padre assente e infine con il pregiudicato mafioso con cui condivide il letto d’ospedale, M. vive un ventaglio di situazioni che lo mettono alla prova, nel continuo confronto con la sua sfera emotiva, spesso accantonata nella nostra società con il sollievo di chi non vuole averci più nulla a che fare.

Foto Silvia Luise

Ed è nel segno dell’emotività che Massimo Sentimento di ETU Ensemble si porta a casa il Premio della Giuria Critica. Articolata in quattro sezioni separate tra loro, l’opera fa mostra di sentimenti diversi, ben riconoscibili e in cui chiunque potrebbe identificarsi. Il quadro iniziale, RAGE, si concentra sulla rabbia e sul suo prendere forma e cercare una valvola di sfogo non necessariamente direzionata verso un obiettivo polemico, che sia esso una persona o una situazione. C’è solo rabbia pura, che trova un canale di espressione nei movimenti del corpo del danzatore, accompagnati dalla spinta percussiva della batteria. Nel secondo, SOLASTALGIA, si rivive la sensazione di nostalgia che abita uno spazio da cui non ci si è ancora distaccati e che pure viene già percepito come remoto, un ricordo lontano. HENTAI, il terzo quadro, lavora su una situazione più difficile da codificare, ovvero quella dell’esibizionismo e del bisogno bulimico di attenzioni, che vede la performer in scena calarsi nei panni di una sex worker, tra videocam e TikTok. Infine, con BLUE, l’accettazione: i quadri precedenti vengono così legati da un filo conduttore che li riunisce sotto un’unica egida, quella del vasto campo di sentimenti da cui possiamo farci attraversare, senza che tra loro risultino discordanti o estranei, ma semplicemente parte dell’esperienza umana. Cambi scena a vista permettono allo spettatore, tra un segmento e l’altro, di digerire l’emozione vissuta e prepararsi per accogliere la successiva. Ad ogni quadro sono associate diverse situazioni atmosferiche tramite uno scorcio di cielo immortalato nel mutevole passaggio delle fasi del giorno.

In un periodo storico in cui si sacrifica l’emozione in virtù della produttività, ETU Ensemble sceglie con coraggio di dar voce alla complessità del sentire e delle sue sfumature, di restare nella sfera emotiva, in particolare di quella generazione che, sospesa in un limbo, chiede di essere ascoltata e, forse, almeno un poco, compresa. Ed è questa una delle ragioni principali che agli occhi della Giuria Critica ha fatto risaltare il lavoro di ETU Ensemble, ovvero la capacità di cogliere a pieno il succo del sentimento in sé per restituirlo sulla scena, in grado di riflettersi nell’animo di ognuno di noi. Quante volte abbiamo provato una rabbia distruttiva o sperato che un momento non finisse mai nello stesso momento in cui lo stavamo vivendo? Quante volte ha dominato sulle nostre pulsioni la necessità di farsi vedere, di dire “io sono qui” e vedere negli occhi altrui il riconoscimento della nostra affermazione? Quante volte abbiamo dovuto accettare che quello che provavamo non era innaturale o folle, ma parte della nostra natura umana e come tale degno di essere riconosciuto e compreso? Di fronte ai sentimenti spesso ci sentiamo piccoli e inermi, ma è nella loro grandezza che finiamo per capire aspetti di noi fino a quel momento rimasti sopiti. È all’insegna della vulnerabilità dell’emozione, della nostra parte più autentica, che Massimo Sentimento si aggiudica il riconoscimento critico. In una società altamente disumanizzante come la nostra, dove la precisione robotica è preferita alla fallacia di un tocco umano, l’attenzione riservata alla sfera emotiva funge da memento di una ricchezza interiore che rischia di venire messa a repentaglio, perdersi, o venire soffocata fino a scoppiare. Con i calici alzati, si celebra la complessità del sentire e, con essa, l’eterno bisogno di connessione che ci unisce.

Foto Giulia Lenzi

Con Settembre non arriverà mai, Noemi Piva, una vecchia bambola rotta dalle giunture scricchiolanti, sta al centro della scena, la sua voce che si fa eco di suggestioni lontane e a tratti oniriche, di storie perdute, di ricordi corrotti dal passare del tempo e dalla stratificazione delle impressioni, a rivelare l’insufficienza del proprio vocabolario nel cogliere una verità univoca. La delicatezza di un servizio di tazzine da tè in ceramica, maneggiato da dita sottili ed esperte; un grembiulino per non sporcarsi; sandali plasticosi, di quelli che la mamma ti comprava quando andavate in vacanza al mare, colorati, e i piedi ti sudavano da morire ma a te non importava perché erano troppo belli da sfoggiare per toglierseli; un blocco di pongo blu, così denso e compatto da richiedere un coltello per tagliarne delle grosse porzioni che, modellate intorno alla seggiolina accanto al servizio da tè, accolgono i vari piattini e tazzine e cucchiaini che vengono infilati brutalmente nell’ammasso informe, cozzando tra di loro con tintinnii sordi, a creare una strana scultura polimorfa. I suoi movimenti sono rigidi, faticosi, come se il meccanismo che regola il piegamento degli arti fosse in qualche modo guasto e non garantisse sempre un funzionamento esatto. Eppure, nonostante l’ingessatura parziale del gesto, la bambola mantiene un’andatura dinoccolata e flessibile a tratti. Percosse da un martelletto, le tazzine scandiscono il ritmo del discorso, interrompendo le derive sovrabbondanti del flusso di coscienza di Noemi, come una bambina che impara a parlare e, una volta acquisita una certa dimestichezza, si fa loquace e a tratti inconcludente nel fiume di parole che riversa su chi la circonda. Nell’eco dei ricordi, del gioco e dell’infanzia, Noemi Piva riesce a creare una dimensione onirica che sopravvive nel confine liminale tra il sonno e la veglia, tra l’adolescenza e l’età adulta, creatura ibrida che sporge la testa dal pelo dell’acqua e ci scruta. Oggetto del suo sguardo, noi under 30, dei Giani bifronti, un occhio all’infanzia, un altro rivolto all’età adulta, nel tentativo di trovare il nostro posto nel mondo.

Foto Luca Del Pia

Il desiderio di inserirsi in una dimensione personale in cui rivendicare un senso di appartenenza contraddistingue il lavoro di Annalisa Limardi, Tre, che si afferma come lo spettacolo vincitore del Premio della Giuria Under 30. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si fregia di tale titolo per aver affrontato il tema della disabilità attraverso la figura di Paola, la sorella dell’autrice. Non c’è volontà di mettere in atto una “pornografia del dolore” o di soffermarsi sulle difficoltà legate al condurre un’esistenza fuori dalla norma per fare sensibilizzazione. Non che non ci siano momenti in cui l’autrice accenna a temi come l’impossibilità di intrattenere rapporti intimi quando si convive con una forma di disabilità, ma fulcro del lavoro di Annalisa Limardi è e resta il rapporto tra sorelle, tre entità diverse che si intersecano tra loro, pur mantenendo un’autonomia che le contraddistingue come persone a sé stanti, con i loro desideri e pulsioni. E anche la rappresentazione scenica dei corpi si fa distinta, sulla base della volontà della persona in causa: è così che la sorella più giovane, non volendo essere fisicamente presente sulla scena, diventa una voce eterea fuori campo, le inflessioni del tono consegnate dagli sfarfallii della luce, mentre Paola è lì sul palco, concreta e vera, un vulcano di energie che contagia con la sua vitalità. Colpisce la precisione e il grande tatto con cui Annalisa ha adattato la messinscena alle esigenze di Paola, senza compromettere la funzionalità del lavoro in sé, ma anzi, rendendo l’impegno godibile, quasi un grande gioco. In un mondo omologante e selettivo, a tratti escludente, Limardi sceglie di celebrare la diversità e le sue innumerevoli forme, a partire dalla realtà più vicina a sé, quella del suo nucleo famigliare, con le sue complicazioni e rivincite. Anche quando ci sentiamo soli, incompresi, o tagliati fuori, Tre ci ricorda che c’è sempre un posto per noi. E non ci resta che rivendicarlo. Il lavoro di Annalisa Limardi è ben oliato, strutturalmente solido, una macchina i cui ingranaggi prendono in considerazione qualunque variabile, finendo per incastrarsi perfettamente tra di loro. Certo, la presenza di Paola colpisce ed emoziona per la sua cruda sincerità, ma la trasparenza con cui i vari elementi vengono introdotti non lascia spazio a nessun dubbio: è vita vera, con le sue avversità, un vissuto personale intenso e ricco di spunti e riflessioni anche per l’occhio esterno. Viene premiato il coraggio di portare sulla scena aspetti intimi della propria vita, ma anche l’inclusività, il rispetto delle differenze, la celebrazione della diversità e dell’unicità. Uno spettacolo che merita di essere visto, non solo per la delicatezza con cui tratta determinate tematiche, ma per l’incredibile forza che trasuda da ogni movimento delle performer in scena, dagli sguardi, dall’affetto che corre profondo nel legame tra le tre sorelle. Lo spettatore rimane incollato alla sua seduta, timoroso di aver varcato una soglia di troppo, tanto è diretto lo sguardo sull’esistenza delle performer, così poco mediato da quel velo che separa palco e platea e che si fa sempre più sottile, quasi traforato. E in quella rete che si va a formare tra pubblico e attrici, possiamo infilare le dita tra i buchi, domandandoci se il contatto con quanto sta al di là potrebbe far svanire la nostra visione come lo scoppio di una bolla di sapone. Lo statuto stesso del teatro, la sua tradizionale separazione di ruoli, si fa sempre più flebile, tanto è reale e concreto quanto viene portato sulla scena. Non c’è bisogno, né da parte di Paola né di Annalisa, che scendano da quel palco per interrompere l’apparente meccanismo di finzione vigente: è così vero che quel distacco potrebbe anche non sussistere, tanto il teatro di Limardi è diretto, non mediato. E nella sua sfacciata dimostrazione, non può fare a meno di urlare a gran voce, che una vita “diversa” non è necessariamente meno apprezzabile.

Con Konpira Fune Fune di Anna Pesetti si chiude questa edizione di Direction Under 30. Il titolo deriva da un gioco ritmico che le geishe fanno con i propri clienti, basato sulla sequenza della canzone omonima. E la coreografia è, a tutti gli effetti, un impegno ludico dove le corrispondenze dello spazio, del bilanciamento dei corpi e della tensione che si accumula tra gli arti trovano una propria espressione. Protagonisti sono due corpi maschili e l’interazione tra di essi, variabile, a tratti omoerotica. Sotto l’intensa luce di un occhio di bue, la farina che ricopre la superficie epidermica si distacca da essa, generando una permanenza momentanea delle forme, del passaggio, nel tentativo di bloccare sull’asse del tempo e dello spazio quanto vi è di più sfuggente nel movimento. Dalla visione scaturisce, dunque, una riflessione sulla permanenza apparente degli oggetti, e soprattutto delle persone e dei rapporti che, in quella fascia d’età particolare che va dai venti ai trent’anni, sono in continuo mutamento. Konpira Fune Fune si fa memento della nostra natura ibrida e aleatoria, e invita a cogliere un momento che non tornerà mai più e che non riuscirà a replicarsi tale e quale con lo scorrere del tempo.

Nomadi, unici, con un forte desiderio di ritagliarsi il proprio spazio: ecco chi sono gli under 30 di oggi, alle prese con le sfide dell’età adulta e con la costruzione del proprio senso di identità. C’è ancora bisogno che ci siano spazi come quello che il festival di Gualtieri dedica ai giovani, per consentire loro di trovare un eco nella buia galleria dove, con apparente inutilità, si cerca una risposta alle suggestioni della propria voce. E dove il teatro risponde.

Letizia Chiarlone