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Disuguaglianza climatica in città, i quartieri più caldi sono anche quelli con gli stipendi più bassi


Nei quartieri periferici di sei grandi città italiane, quasi due infrastrutture e servizi su tre restano esposti al sole durante le ore più calde: 288 dei 465 punti mappati, pari al 64,4%. Strade, scuole, fermate e spazi pubblici diventano così parte della geografia della disuguaglianza climatica, che concentra le temperature più alte nelle aree urbane coi redditi medi più bassi.

È quanto emerge dal bilancio 2026 di “Che caldo che fa! Contro la cooling poverty: città + fresche, città + giuste”, la campagna condotta da Legambiente insieme alla Croce rossa italiana e col supporto tecnico di Rse. I monitoraggi si sono svolti dall’11 giugno al 17 luglio in sei quartieri di Napoli, Milano, Roma, Torino, Terni e Bari.

Tra le 11 e le 16 la temperatura ambientale media ha raggiunto 35,9°C. Il valore massimo, 39°C, è stato registrato l’8 luglio a Barriera di Milano, a Torino; il più basso, 32°C, l’11 giugno a San Pietro a Patierno, a Napoli.

La cooling poverty indica l’impossibilità di mantenere abitazioni e spazi urbani a temperature confortevoli durante le ondate di calore. Si lega a una povertà energetica che, secondo l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica, coinvolge il 9,1% della popolazione italiana (2,4 milioni di famiglie), soprattutto nel Mezzogiorno. Col crescere della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore, la difficoltà di pagare l’energia si traduce anche in una minore capacità di proteggersi dalle temperature estive.

Le termografie mostrano quanto la qualità degli spazi pubblici possa amplificare o attenuare il problema. Le superfici monitorate – dall’asfalto al cemento, fino a sanpietrini, pavimentazioni gommate e terreno naturale – hanno raggiunto in media 45,3°C. Il valore medio più elevato è stato rilevato nel quartiere San Paolo di Bari, con 52°C, mentre al Villaggio Italia di Terni si è fermato a 41°C.

L’asfalto esposto al sole ha toccato una temperatura media di 52°C, con un picco di 62,7°C in una strada del Parco Palatucci di Roma. Ancora più calde le pavimentazioni antitrauma in gomma, arrivate in media a 66°C e fino a 75,6°C sotto gli scivoli del Giardino Giuseppe Saragat di Torino. All’ombra, le medie scendono rispettivamente a 35°C per l’asfalto e a 33°C per la gomma. La temperatura minima dell’intero monitoraggio, 23,5°C, è stata misurata su un terreno naturale vicino a una fontanella presso l’Acquedotto Alessandrino, a Roma.

«Il caldo torrido e le ondate di calore non colpiscono in modo uniforme la popolazione – dichiara Mariateresa Imparato, responsabile Giustizia climatica di Legambiente –. Esistono forti diseguaglianze termiche tra quartieri con diverse caratteristiche economiche e infrastrutturali. In quelli a basso reddito, la mancanza di spazi verdi e di soluzioni di raffrescamento aumenta l’esposizione al caldo e il rischio di malori».

Legambiente presenta dunque sette proposte al Governo Meloni: finanziare l’attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc); definire un piano specifico per le aree urbane e costiere; mappare e sviluppare una rete nazionale di rifugi climatici; promuovere campagne d’informazione; aumentare le infrastrutture verdi e blu; dare attuazione al Piano sociale per il clima; avviare un piano di riqualificazione energetica degli edifici.

«È indispensabile ripensare le nostre città a partire dalle periferie e dalle aree dove vivono le persone più vulnerabili dal punto di vista sociale ed economico – conclude Imparato – In particolare, nelle aree urbane servono più spazi verdi e alberature, meno asfalto e più rifugi climatici per città più fresche e più giuste».

La crisi climatica in corso imporrebbe infatti vece di agire con decisione sul doppio fronte della mitigazione e dell’adattamento. Il Pnacc è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle. Non va meglio sul fronte della mitigazione della crisi climatica in corso, che richiede il rapido abbandono dei combustibili fossili per puntare su efficienza energetica e fonti rinnovabili. Per essere sicuri di centrare i target servirebbe accelerare sensibilmente, e a guadagnarci sarebbe non solo l'ambiente ma anche il portafogli, in quanto colmare il gap al 2030 significherebbe risparmiare 17 miliardi di euro (tra minori costi energetici, importazioni di gas naturale ed emissioni) e creare 60mila posti di lavoro.

Legambiente stima la necessità di oltre +11 GW di nuova potenza installata l’anno, Energy square +15 GW, mentre la filiera industriale di settore si dichiara pronta a traguardare fino a +20 GW l’anno, eppure nell’ultimo anno le installazioni si sono fermate a +7,2 GW. A frenare sono la disinformazione che limita l’accettabilità sociale dei nuovi impianti, il continuo caos normativo e la lentezza degli iter autorizzativi, che in Italia durano fino a 6 anni per il fotovoltaico e 7-8 anni per l’eolico (con numerosi casi che superano ulteriormente queste soglie); a fronte di tempi medi di 12-24 mesi in molti Stati Ue, i tempi italiani sono dunque di gran lunga fuori dai limiti fissati dalla direttiva Red III. Puntuali interventi normativi – ad esempio sul Testo unico sulle rinnovabili (D. Lgs. 190/2024) – basterebbero ad alleviare il problema.