Tetto al numero di studenti stranieri nelle classi, divieto di burqa e niqab a scuola e obbligo di imparare l’italiano per i genitori degli alunni stranieri con gravi problemi di inserimento. Ma anche un ritorno alla scuola del merito, della valutazione e delle regole, contro quella cultura del «tutti promossi» che, secondo Giorgia Meloni, ha finito soprattutto per penalizzare chi aveva meno possibilità. È sulla scuola che la presidente del Consiglio concentra una parte significativa del suo intervento a Fenix, la festa di Gioventù nazionale, annunciando un nuovo provvedimento che «sta per arrivare» in Consiglio dei ministri.
Un intervento nel quale le misure che il governo si prepara a mettere nero su bianco si intrecciano con una critica più generale al modello educativo degli ultimi decenni e con un giudizio molto netto sull'eredità del Sessantotto.
Per Meloni proprio lì affondano alcune delle radici di una scuola che avrebbe progressivamente confuso uguaglianza e livellamento, rinunciando a valutare gli studenti e finendo così, sostiene la premier, per aumentare anziché ridurre le disuguaglianze.
La novità politicamente più rilevante riguarda la composizione delle classi. Meloni ha annunciato che il governo intende introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe, anche se nel suo intervento non ha indicato quale sarà la percentuale fissata dal provvedimento. La premier lega direttamente la misura all'integrazione. «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza», ha detto dal palco di Fenix. Secondo Meloni, definire una situazione di questo tipo come integrazione sarebbe «un'altra menzogna».
L'obiettivo dichiarato è evitare concentrazioni troppo elevate di studenti stranieri all'interno delle singole classi e favorire l'apprendimento della lingua. Il tema, tuttavia, pone immediatamente un problema pratico, soprattutto nelle aree dove la presenza di famiglie straniere è particolarmente elevata.
Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione nazionale presidi, ha definito la questione «fondata e condivisibile» dal punto di vista didattico, sottolineando però la difficoltà di tradurla in una regola applicabile. Le scuole dell'infanzia e le primarie, infatti, accolgono soprattutto gli studenti residenti nel territorio circostante: se in un quartiere la presenza di famiglie straniere è molto alta, rispettare rigidamente un tetto potrebbe richiedere di distribuire gli studenti in istituti più lontani.

Il provvedimento annunciato dalla presidente del Consiglio dovrebbe contenere anche un'altra novità: l'obbligo di imparare l'italiano per i genitori degli studenti stranieri che presentano gravi problemi di inserimento scolastico.
Per Meloni la conoscenza della lingua è il primo strumento dell'integrazione. Un bambino che frequenta la scuola italiana, ha sostenuto la premier, deve «imparare la nostra lingua, conoscere la nostra cultura, rispettare le nostre regole». È questo, nella sua impostazione, «l'unico modo serio di accogliere».
Resta da capire come l'obbligo destinato ai genitori verrà concretamente disciplinato: dall'annuncio fatto a Fenix non emergono ancora i meccanismi di applicazione, gli eventuali corsi previsti né le conseguenze in caso di mancato rispetto della norma.
Terzo punto della stretta annunciata dal governo è il divieto a scuola degli indumenti che coprono il volto, con Meloni che ha fatto riferimento a burqa e niqab. Le ricostruzioni immediatamente successive all'intervento hanno riportato formulazioni non sempre coincidenti sugli indumenti interessati; l'ANSA, nella versione aggiornata della notizia, riferisce esplicitamente di «burqa e niqab». Il tema si inserisce in un dibattito più ampio che attraversa da anni diversi Paesi europei: alcuni hanno introdotto divieti generali di copertura del volto negli spazi pubblici, altri hanno scelto limitazioni circoscritte proprio a scuole, ospedali, trasporti ed edifici pubblici.
Ma l'annuncio delle nuove regole è soltanto una parte del ragionamento della premier. Meloni utilizza infatti il palco della festa dei giovani di FdI per mettere sotto accusa un modello culturale della scuola che, a suo giudizio, si è sviluppato a partire dal Sessantotto. «Per decenni per colpa di un certo buonismo, la scuola italiana ha avuto paura di dire la verità», sostiene. Una scuola nella quale sarebbe diventato sempre più difficile dire a uno studente «hai sbagliato» o «questo non va bene», nel tentativo di eliminare giudizi e differenze.
Per la presidente del Consiglio il risultato sarebbe stato esattamente opposto rispetto alle intenzioni. «Dare a tutti lo stesso voto non significa dare a tutti la stessa opportunità», afferma Meloni. Una critica al livellamento che diventa anche una critica sociale: a pagare maggiormente le conseguenze di una scuola meno selettiva e meno esigente, secondo la premier, sarebbero stati proprio gli studenti delle famiglie con minori possibilità economiche. Chi disponeva delle risorse necessarie, sostiene Meloni, poteva compensare fuori dalla scuola ciò che la scuola non riusciva più a garantire, attraverso «ripetizioni di qualità, corsi di eccellenza, vacanze studio all'estero». Chi invece poteva contare esclusivamente sulla scuola pubblica non aveva la stessa possibilità.
Da qui il giudizio politico: sarebbe stato questo «il più grande fallimento del '68», una rivoluzione nata con l'obiettivo di ampliare le opportunità e che, nella lettura della premier, avrebbe finito per ottenere l'effetto contrario.
Il ritorno del merito. Al centro della visione proposta da Meloni ci sono quindi merito, responsabilità, giudizio e regole. Valutare uno studente, sostiene la presidente del Consiglio, non significa discriminarlo, ma consentirgli di comprendere dove ha sbagliato e di migliorare. «Gli errori servono per crescere», è il concetto attorno al quale costruisce il suo ragionamento. Nascondere le lacune attraverso valutazioni indulgenti, nella sua lettura, finisce per danneggiare sia chi avrebbe bisogno di maggiori stimoli sia chi necessita di un sostegno più intenso per recuperare.
Il messaggio si collega anche alla riflessione sull'intelligenza artificiale e sul futuro del lavoro. Secondo Meloni, una scuola limitata alla trasmissione delle nozioni rischia di preparare ragazzi destinati a essere sostituiti dalle macchine nelle attività che l'IA potrà svolgere più rapidamente e a costi inferiori. La capacità decisiva sarà invece quella di «discernere tra giusto e sbagliato, tra vero e falso, tra reale o artificiale». Per questo, ha sostenuto, concetti come libero arbitrio, merito, responsabilità e verità non appartengono al passato ma diventano ancora più importanti nell'epoca dell'intelligenza artificiale. È dentro questa cornice che Meloni colloca le nuove regole annunciate per la scuola: più limiti nella composizione delle classi, maggiore centralità della lingua italiana, volto scoperto negli istituti e ritorno a una cultura della valutazione e del merito. Un pacchetto del quale bisognerà ora conoscere il testo per capire fino a dove arriveranno concretamente le misure e, soprattutto, come il governo intenderà applicarle nelle scuole.
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