Sempre irriverente, sicuramente «inclonabile», Donatella Rettore mantiene la schiettezza e l'autenticità di sempre. Tra un concerto e l'altro, la cantante ripercorre la sua carriera, dai momenti più difficili, come Sanremo 1986, fino alle collaborazioni con gli artisti più giovani, da Ditonellapiaga a La Rappresentante di Lista fino a La Sad. «In questo periodo di piattume, bisogna crearseli questi stimoli», dice a Fanpage.it.
Rettore si racconta, tra riflessioni sui tempi che cambiano, dalla libertà degli anni Ottanta all'intelligenza artificiale, che, dice, «solo a nominarla mi infastidisce», fino all'origine di brani che hanno fatto la storia come "Kobra".
Nel tempo libero, dice, le piace ascoltare Radio Cecchetto, la definisce vivace, diversa da tutte le altre, che invece «non mostrano chi canta sul display, tra una canzone e l'altra parlano di come si cucinano le bistecche o di come si fa la mozzarella in carrozza». E si è ritrovata ad ascoltare due o tre volte il suo ultimo disco. Lo ha criticato: «È un po' troppo perfettino», dichiara, aggiungendo che «qualcosa di "storto" deve esserci: è il difetto a dare la personalità». Soprattutto adesso, visto che «suona tutto un po' uguale».
Sul'intelligenza artificiale è dura: non piace che venga utilizzata come una soluzione a tutto. E anche se 173 delle sue canzoni sono state usate per addestrare l'intelligenza artificiale, dice, «non si sente ancora clonata». Il tono è di sfida: «Vediamo se riusciranno a scrivere un'altra "Splendido splendente".
O se trovano un altro slogan come "Il cobra non è un serpente"». E poi, clonare la sua voce è difficile: «Per riuscirci dovrebbero clonarmi anche l'anima e l'intestino, non solo le corde vocali. Il canto e la composizione non sono un processo meccanico».Rettore rivela le origini di una delle sue canzoni più celebri. "Kobra", dice, è una parola che è un chiaro doppio senso, «nata da uno scambio di battute con un mio amico lucano, che mi diceva che al Nord non c'era la stessa passione del Sud Italia». Lei, di Castelfranco Veneto, la scrisse «per fargli un dispetto e dopo tutti questi anni che sono passati mi dice che gli devo dare il diritto d'autore». Degli anni '80, dice, ricorda la libertà: «Quello dal '76 all'86 era un periodo pieno di stimoli. Ed è stato importante anche per noi cantautrici, perché finalmente eravamo libere e potevamo cantare».
Una situazione molto diversa da quella attuale. «Adesso, invece, stiamo standardizzando tutto. Probabilmente se Elodie cantasse in questo momento "Kobra" la metterebbero in galera per lo stato di prigionia in cui viviamo», dice.
A Sanremo, dice, non l'hanno mai scartata. Ma ha capito presto che «chi faceva il Festival non avrebbe compreso il mio mondo». Nell'ultima edizione, ha fatto da commentatrice in esterna alla kermesse: dice di essere molto più comprensiva in questa veste, che da partecipante. E ricorda un'edizione in particolare, da cui ne è uscita «con le ossa maciullate», quella del 1986. «Io sono figlia unica, avevo mia madre che stava male e c'è stato mio padre che mi chiedeva di tornare a casa. Mi dissero che se mia madre fosse morta, sarei potuta ritornare, altrimenti sarei dovuta rimanere fino alla fine».
L'unica a conoscere il suo stato fu Marina Fiordaliso, che ancora oggi, quando è arrabbiata, le dice: «Invece di lamentarti, esci con un camion e metti sotto tutti quelli che ti fanno perdere la passione». In ogni caso, anche se in molti ci provano, non lascia che nessuno le dica cosa può essere e non. «Ancora adesso succede. E non so perché, ma specialmente i compagni cantautori sono quelli più maschilisti. È un dato di fatto».
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