Dudu è nato quasi due anni fa e, anche se nel frattempo sono cambiate tante cose, è rimasto il pezzo che sentivo giusto per iniziare davvero il mio percorso da solista. Dopo Nuova Scena e dopo l’esperienza con 02TM avevo bisogno di capire che cosa volessi fare da sola, senza una gara, senza un gruppo e senza dover entrare in uno spazio già definito. Volevo partire da qualcosa che mi appartenesse fino in fondo e che non avrei potuto affidare a nessun altro. La prima cosa che abbiamo trovato è stata la voce. Prima ancora che il beat fosse pronto, l’abbiamo tagliata, campionata e usata come parte del ritmo. Da lì è arrivato anche il ritornello, con il mio nome che si ripete e quasi smette di essere una parola: “Du-du-du-Dubrazil”. Mi piaceva perché non sembrava una presentazione. Non c’era bisogno di dire “io sono questa” o “vengo da qui”. Il nome entrava nel pezzo da solo, come un suono, e diceva già abbastanza.
Dentro Dudu ci sono il rap, il brazilian funk, l’italiano e il portoghese, ma non ho mai pensato di doverli bilanciare o distribuire in modo preciso. Il portoghese c’è perché è parte di me e perché ci sono parole che mi vengono così, senza doverci riflettere. Non l’ho inserito per rendere il brano più esotico o per sottolineare che sono italo-brasiliana. Sarebbe stato finto. Io parlo, penso e vivo tra due culture da sempre, quindi era naturale che accadesse anche nella musica. Lo stesso vale per il brazilian funk. Oggi è un suono che sta uscendo sempre di più dai confini del Brasile e sta entrando nel pop e nell’urban internazionale, ma per me non è qualcosa che ho scoperto perché sta funzionando. Fa parte della cultura da cui provengo, delle cose che ho ascoltato e dell’energia che conosco. La differenza, forse, è proprio questa: non sto prendendo un genere per usarlo, sto cercando il mio modo di starci dentro.
Quando abbiamo pensato al videoclip ufficiale, non volevo un set costruito per sembrare brasiliano. Non volevo palme finte, colori messi lì apposta o un’immagine del Brasile vista da fuori. Volevo qualcosa di vero. Così abbiamo girato a Milano, all’interno della comunità brasiliana, durante una partita della nazionale. C’erano le bandiere, i cori, la tensione, le persone che si abbracciavano, urlavano, aspettavano un gol. Non abbiamo dovuto creare quell’atmosfera, perché esisteva già.
Per me è stato importante girare proprio a Milano. È la città in cui vivo la mia parte italiana, il centro italiano dell’urban, della musica, delle esperienze che mi hanno formata, ma in quel momento era anche piena di Brasile. Mi sono ritrovata in mezzo a due mondi che, in realtà, per me non sono mai stati davvero separati. Forse è questo che il video racconta meglio del brano: non devo andare da una parte o dall’altra per sentirmi nel posto giusto. Posso essere entrambe le cose nello stesso momento.
Non volevo interpretare un personaggio. Volevo esserci con la mia attitudine, con il mio modo di stare davanti alla camera e con quella sicurezza che ho acquisito anche grazie alle esperienze precedenti. Nuova Scena mi ha messa alla prova, mi ha costretta a reagire velocemente e a sostenere il confronto. Con 02TM ho lavorato tanto sulla scrittura, sulle metriche e sul modo di fare un progetto collettivo. “Dudu”, però, è il momento in cui prendo tutto questo e lo porto in una direzione mia.
Il pezzo ha una parte ironica, provocatoria, molto diretta, ma per me contiene anche qualcosa di più personale. È la prima volta in cui sento che il nome Dubrazil non è soltanto un nome d’arte. È diventato davvero il modo più semplice per raccontare ciò che sono: “Du” come il suono che scandisce il ritornello e Brazil come una parte di me che non devo più spiegare o mettere tra parentesi.
Non penso a Dudu come al brano che deve dire tutto di me. Sarebbe impossibile e, sinceramente, anche poco interessante. Lo vedo come l’inizio. Il primo passo di un percorso in cui voglio far uscire lati diversi: quelli più duri, quelli più leggeri, la parte da club, la scrittura più personale. Il mio debut EP di prossima uscita andrà proprio in questa direzione e racconterà meglio le sfumature che in un singolo possono soltanto iniziare a intravedersi.
Con Dudu volevo però mettere una cosa in chiaro fin dall’inizio: non ho intenzione di scegliere tra il Brasile e l’Italia, tra il rap e il funk, tra ciò che ho fatto prima e ciò che voglio diventare. La mia musica parte da lì, dal modo in cui tutte queste cose si mischiano. Anche quando sono scomode, anche quando sembrano difficili da incasellare. È proprio in quel mix che mi riconosco.