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È morto a 83 anni Sandro Mazzola, "Bandiera eterna" dell'Inter


ROMA – L’Inter ha perso la sua “bandiera eterna”. Ma tutto il mondo del calcio piange Sandro Mazzola, morto a 83 anni. Il figlio di Valentino, capitano del Grande Torino, ha vestito invece solo la maglia nerazzurra per 17 stagioni tra il 1960 e il 1977 mettendo insieme 417 presenze e 116 reti. Ma la sua carriera con quella seconda pelle cucita addosso non si è fermata al campo, avendo indossato poi anche i panni di dirigente. Era nato a Torino l’8 novembre del 1942, ma la città della sua vita (e della sua morte) è stata Milano. Ad annunciare la scomparsa lo stesso club nerazzurro.

Con l’Inter il ‘baffo’ del calcio italiano è salito fino al tetto del mondo, vincendo 4 Scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Con la maglia della Nazionale (70 presenze e 22 reti) è stato campione d’Europa nel 1968. Con l’Italia si è anche arreso solo al Brasile di Pelé nella finale dei Mondiali del 1970.

Storica la sua amichevole rivalità nei derby contro il Milan con l’altra ‘bandiera’ Gianni Rivera, mentre in maglia azzurra si sono ritrovati protagonisti di una famosa ‘staffetta’, con uno che iniziava le partite e l’altro che entrava al suo posto. La sua stella “brillava in campo, brilla anche ora” ha scritto l’Inter in chiusura del suo ricordo.

INTER PIANGE MAZZOLA: CIAO SANDRO, LEGGENDA NERAZZURRA

L’Inter, “il suo presidente Giuseppe Marotta, il vice president Javier Zanetti, l’allenatore Cristian Chivu e il suo staff, i calciatori e tutto il mondo Inter si uniscono con profonda commozione al cordoglio per la scomparsa di Sandro Mazzola, leggenda nerazzurra e del calcio mondiale e, nel ricordarlo, abbracciano i suoi familiari”. Così il club sul sito, accompagnando poi queste righe a un racconto della storia e delle imprese della “bandiera eterna” (come viene definita).

La voglia di ricordare si mischia con il pudore: quanto è difficile trovare le parole migliori per salutare chi ha scritto la storia, l’ha scritta per davvero, in maniera indelebile e senza precedenti? E poi si fa fatica, attanagliati da una malinconia che è già presente e che non ci lascerà, perché ci sembra di vederlo ancora qui, tra la sede ed Appiano, a ricordare di Puskas, di Herrera, di Suarez e Corso, un aneddoto dietro l’altro subito da mischiare con l’attualità, la voglia di Inter accesa negli occhi, di parlare di Lautaro e della nostra Inter, quella di adesso, quella di sempre.

Sandro Mazzola è stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra. Lui è stato la storia dell’Inter: ci è entrato da ragazzino e non ci è più uscito. Sulle spalle un fardello pesante, il ricordo di un papà che pareva invincibile. Nel destino, due leggendari nerazzurri che di fatto lo cresceranno, accompagnandolo nel percorso della storia.

Una sola maglia per tutta la vita, un solo sogno. Da costruire senza un papà, perso nella strage di Superga, quella del Grande Torino. Aveva sei anni, cinque mesi e 23 giorni, Alessandro, per tutti Sandro, Sandrino. Vedeva le facce distrutte della gente che lo abbracciava e gli passava le mani sulla testa e si domandava cosa stesse succedendo. Quello che fu Valentino, Sandro lo conobbe nell’epica tramandata giorno per giorno. La iniziò a coltivare all’oratorio San Lorenzo a Milano, in Porta Ticinese, in partite a tutto campo contro Adriano Celentano. Non l’unico interista che segnò la sua crescita: Giuseppe Meazza e Benito Lorenzi. Meazza lo crebbe tecnicamente, insegnandogli tutti i segreti. Lorenzi si presentò a casa di Sandro, a Cassano d’Adda, con scarpe e pallone. A 8 anni Mazzola e il fratello erano di fatto le mascotte dell’Inter: tra campo, spogliatoi e stadio, una formazione nerazzurra totale.

Bruciare le tappe, diventare grande per necessità. Sandrino lo ha fatto in fretta, anche grazie agli eventi. Lui, classe ’42, fu proiettato in campo in Prima Squadra nella famigerata ripetizione di Juventus-Inter, 10 giugno 1961, a Torino. Dall’interrogazione a scuola al viaggio nel capoluogo piemontese, dove Moratti ed Herrera schierarono la Primavera. Finì 9-1, per l’Inter segnò un ragazzo magro e bravo nel tocco: Sandro Mazzola. Aveva 18 anni.

Una seconda punta, diremmo oggi. Un 8 e un 10, come le maglie che ha indossato nell’Inter. Mezzala o centravanti? Herrera riuscì a costruirgli addosso il ruolo giusto, per un’esplosione incontrollabile in quell’armata spettacolare che era la Grande Inter. La consacrazione? Prestissimo, santificata dai mostri sacri del calcio mondiale. Prater di Vienna, finale di Coppa dei Campioni, 1964. All’ingresso in campo fu Suarez a spingere Mazzola in campo: Sandro era rimasto ad ammirare i suoi idoli fuori dagli spogliatoi, Di Stefano, Puskas e gli altri campioni del Real Madrid. In campo, poi, due gol. Doppietta in finale di Coppa dei Campioni, il primo trionfo europeo dell’Inter, un trionfo senza precedenti con le firme di Mazzola e i complimenti di Puskas: “Sei degno di tuo papà Valentino”, gli disse il fortissimo ungherese, regalandogli la maglia.

Storie che conosciamo a memoria, che abbiamo sentito e risentito senza mai stancarci, scoprendo ogni volta un dettaglio nuovo, raccontato dalla voce affabile e sempre commossa al ricordo. Un senso di devozione e totale ringraziamento nei confronti dell’Inter – “per me come una mamma” -, ripagata con una infinità di giocate, di gol, di meraviglie. Quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, il titolo di capocannoniere in Serie A (nel 1965 con 17 gol) e in Coppa dei campioni (7 gol nel 1964). Secondo nel Pallone d’Oro 1971 dietro a Johan Cruyff.

La Grande Inter di Angelo Moratti, di Helenio Herrera, di Sarti, Burgnich, Facchetti. Mazzola lì, tra centrocampo e attacco, a disegnare traiettorie e segnare gol. Notti europee, pomeriggi al Meazza. Reti pesantissime e indimenticabili. Il suo marchio contro l’Independiente nella Coppa Intercontinentale, la rimonta con il Liverpool griffata e festeggiata con “When the Saints Go Marching In” sparata negli altoparlanti di San Siro. Ancora: il gol nel derby dopo 13 secondi, il gol in Inter-Lazio nel 1966 che regala la Prima Stella. Fino al 1977. In mezzo, l’Europeo con l’Italia, i Mondiali, la staffetta con Rivera.

17 stagioni, 565 partite ufficiali, 158 gol. Un legame con l’Inter mai chiuso, con la carriera da dirigente e poi da direttore sportivo. Anche dietro alla scrivania, intuizioni uniche. Platini e Falcao, poi sfumati. Zenga, riportato a Milano dalla Sambenedettese. E, soprattutto, Ronaldo. Il Fenomeno, arrivato dopo il pressing di Moratti e Mazzola, appunto. Quando R9 fu presentato nella sede nerazzurra, accanto aveva Luis Suarez e Sandro Mazzola.

Le sue visite in sede all’Inter sono continuate anche negli ultimi anni, lui che è nella Hall of Fame del Club, ha sempre raccontato del legame unico e indissolubile con i colori nerazzurri. Lo ha fatto anche raccontandolo a Lautaro e compagni, in una recente visita ad Appiano Gentile. Dove si sentiva a casa, dove ricordava i ritiri con Herrera, tra aneddoti meravigliosi e spassosi.

L’affetto dei tifosi nerazzurri l’ha sentito dal vivo anche a maggio 2024, nel giorno della celebrazione della Seconda Stella: lui – con Bedin e Cappellini – in campo, celebrati per quella prima stella arrivata 58 anni prima.

Brillava in campo, brilla anche ora, la stella del baffo. Che, come spesso ha raccontato, aveva un solo, ultimo, desiderio: “Essere ricordato come un bravo uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1”. Lo faremo, Sandro.