Gairo.
01 ottobre 2026 alle 00:12
Drammatica udienza al processo che vede imputato Matteo Piras«Mio fratello mi disse di aver visto Matteo Piras dentro i nostri terreni. Gli aveva urlato contro e aveva cercato di inseguirlo, ma era scappato. Due mesi dopo è stato ammazzato». Valentino Muceli, 48 anni di Gairo, non ha dubbi su chi abbia ucciso il fratello Riccardo, il 12 gennaio 2022, freddandolo con tre fucilate nelle campagne di Pelau, a Jerzu, dove c’è il loro ovile di famiglia. E non ha dubbi nemmeno su chi siano stati i mandanti del delitto, tanto da ripeterlo più volte e a gran voce davanti alla Corte d'assise di Cagliari. «Ho cercato varie volte di fermarlo per chiedergli perché avesse ammazzato mio fratello», ha raccontato ieri, riferendosi all’imputato, Matteo Piras, 24enne di Osini, «ma lui scappa sempre. Se non fosse stato lui, doveva venire a casa a parlare con me e con i miei genitori, per dire che non c’entrava nulla».
Udienza drammatica
Davanti alla Corte presieduta dalla giudice Lucia Perra, affiancata dal collega Roberto Cau, l’allevatore – fratello maggiore della vittima – ha ripercorso i giorni che hanno preceduto l’omicidio, ma anche le sue indagini personali, svelando ai giudici anche lo scenario di tensioni tra famiglie che ci sarebbe alle spalle dell’agguato mortale. A sparare, anche secondo l’accusa, sarebbe stato proprio il 24enne, difeso dagli avvocati Francesco Serrau e Maurizio Corda, ieri non presente in aula. «Lui è un ragazzino», ha rimarcato il testimone, «l’ha fatto per fare un favore ai suoi amici». Sullo sfondo, stando al racconto, ci sarebbe il litigio con un’altra famiglia di Gairo per una finestra: «Mia nonna aveva autorizzato un punto luce, ma non rispettarono i patti e la fecero grandissima». Da lì ne nacque un litigio, e poi una scia di attentati: «Prima hanno bruciato l'auto di mia moglie, poi anche la mia. Alla fine ci siamo tolti il saluto». Rispondendo alle domande della pm Paola Dal Monte, l’allevatore ha riferito quanto detto ai carabinieri subito dopo il delitto, provando a squarciare anche quel «muro di omertà» sui rapporti interfamiliari, come l’ha chiamato l’avvocato di parte civile Patrizio Rovelli (assieme ai colleghi Fabrizio Rubiu, Michela Teti e Michela Pusceddu), che ha quasi sempre impedito di scoprire gli autori degli omicidi commessi a Gairo.
Indagini personali
Risposta dopo risposta, il testimone ha raccontato di aver scoperto che l'imputato frequentava proprio i tre fratelli con cui la sua famiglia aveva avuto il dissidio. «Si incontravano in una casa senza energia elettrica», ha detto, «poi mio fratello mi disse di averlo visto nel nostro terreno e l'ha inseguito». Per gli investigatori, quello sarebbe stato proprio il sopralluogo in vista dell’agguato. «Io per giorni ho avuto la febbre», ha spiegato il 48enne, ricordando il giorno del dramma, «così ho chiesto a mio fratello di andare lui, la sera, in ovile a fare la mungitura. Noi eravamo più che fratelli». Una vita fatta di sveglie alle 4 per mungere e portare il latte al caseificio, sempre insieme, dividendosi il lavoro a metà. Poi quel 12 gennaio, la telefonata che ha svelato l’incubo peggiore: il Fiorino del fratello – gli avevano detto – era contro un muro e dentro c’era Riccardo, accovacciato. Infine la disperazione nel dover dare la notizia ai genitori, portando il padre fin dentro l’ambulanza per consentirgli di stringere il volto al figlio e dare l’ultimo saluto.
La sfida di sguardi
Qualche giorno dopo il funerale, l'allevatore avrebbe incrociato uno «sguardo di sfida» di quelli che, a suo avviso, sarebbero i mandanti e l’esecutore materiale del delitto. «Sono salito a casa a cambiarmi e li ho raggiunti al bar», ha raccontato, «mi sono bevuto la birra da solo, poi mi sono alzato e ho sbattuto il boccale sul bancone, proprio in mezzo a loro. Il ragazzino, Matteo Piras, ha abbassato lo sguardo. La mia era una chiara mancanza di rispetto, dunque avrebbero dovuto avere una reazione». Dal loro silenzio, ha spiegato ai giudici, avrebbe capito la verità. «Noi non abbiamo problemi con nessuno», ha concluso, «solo con loro». Da qui la sua decisione di aiutare gli investigatori. Terminate le indagini, la Procura aveva ottenuto l’arresto di Matteo Piras, ma il Riesame aveva poi annullato il provvedimento. Alla fine la pm Dal Monte aveva ritenuto non ci fossero prove per sostenere un dibattimento, ma il Gup aveva disposto comunque il rinvio a giudizio. A inizio udienza, la difesa dell’imputato ha chiesto la nullità della perizia sulle intercettazioni. La Corte deciderà a gennaio.
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