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La guerra che distrugge anche la natura


Nel 1970 un botanico e bioeticista americano, Arthur Galston, coniò una nuova parola: ecocidio. Lo fece dopo aver studiato gli impatti ecologici causati dalla disastrosa guerra che da diversi anni stava imperversando in Vietnam e in cui gli Stati Uniti erano profondamente coinvolti. Galston comprese prima di altri che l’utilizzo smodato di erbicidi, impiegati per eliminare la copertura vegetale ai guerriglieri vietcong, di insetticidi per difendere le truppe dalla malaria e di napalm (cioè una miscela gelatinosa di benzina diesel e acidi grassi che brucia tutto, dalle foglie alla pelle umana), stava danneggiando le rigogliose giungle del Paese, così come le risaie e i mangrovieti presenti lungo la costa. È un ecocidio, disse davanti al Congresso americano riunito a Washington, sottolineando come la guerra potesse arrecare non soltanto lutti, sofferenze e distruzione, ma anche mettere in crisi la fitta rete di relazioni su cui si reggono gli ecosistemi terrestri e da cui dipende il nostro sostentamento.

ucraina: la distruzione della diga e della centrale idroelettrica di nova kakhovka ha messo in secca il bacino di kakhovka, sul fiume dnepr. l’impatto sull’ecosistema di tre province è stato devastante.pinterest

Narciso Contreras/Anadolu Agency via Getty Images

Ucraina: la distruzione della diga e della centrale idroelettrica di Nova Kakhovka ha messo in secca il bacino di Kakhovka, sul fiume Dnepr. L’impatto sull’ecosistema di tre province è stato devastante.

Il Vietnam non è rimasto purtroppo un caso isolato. Negli ultimi cinquant’anni numerosi conflitti hanno provocato danni ingenti nei territori coinvolti, devastando terre e mari, inquinando spesso l’aria stessa. Dai pozzi petroliferi incendiati in Kuwait durante la Guerra del Golfo ai disastri scatenati in Bosnia e Serbia dai bombardamenti di fabbriche e raffinerie, la guerra è diventata sempre più una questione ambientale. Sia perché i belligeranti ne hanno compreso il ruolo strategico, sia perché le innovazioni tecnologiche hanno reso possibili contaminazioni prima impensabili. Anche le guerre scoppiate nel periodo post-pandemico – che hanno coinvolto diversi Paesi, fra cui Ucraina, Russia, Iran, Israele, Gaza, Libano e gli Stati del Golfo Persico – si sono rivelate delle vere e proprie bombe ecologiche, mettendo nuovamente in luce il legame profondo fra le vicende belliche e le calamità (anche climatiche) oggi in atto. La guerra in Ucraina è forse l’esempio più lampante dei modi in cui un conflitto così lungo e brutale possa impattare non soltanto sugli esseri umani ma anche sull’intera biosfera.

Gli analisti hanno iniziato ad accorgersi di questa evidenza in un momento ben preciso del secondo anno di guerra: il 6 giugno 2023. Nella notte, un’esplosione ha aperto un’enorme breccia nella gigantesca diga di costruzione sovietica di Kakhovka, nell’oblast di Cherson. Il bacino del fiume Dnepr si è quindi improvvisamente svuotato, causando a valle un’alluvione di proporzioni immani. Oltre ad aver causato la morte di decine di persone, si è trattato di un disastro agricolo, energetico ed ecologico: un milione di persone senz’acqua potabile, quarantamila sfollati, centinaia di migliaia di sistemi di irrigazione danneggiati e un intero raccolto stagionale di cereali compromesso. Ma c’è di più: il rapido svuotarsi del bacino ha portato alla luce uno strato di sedimenti di ottantatremila tonnellate di sostanze tossiche riversate nelle acque per decenni dalle industrie. La preoccupazione è che agli effetti dell’alluvione possano quindi sommarsi quelli dell’inquinamento chimico, producendo così una contaminazione profonda delle specie presenti nell’area – vegetali, animali e marine, perché il Mar Nero non è lontano – attraverso l’accumulo dei composti dannosi all’interno degli organismi e nella catena alimentare.

Non bisogna tuttavia dimenticare che eventi così macroscopici sono rari e che la situazione bellica venutasi a creare in Ucraina – cioè una guerra di attrito ben lontana da una risoluzione definitiva sul campo nel breve periodo – favorisce invece impatti più minuti e localizzati, ma quotidiani. L’arrivo dei droni sul campo di battaglia ha dato avvio a un conflitto completamente nuovo da diversi punti di vista. Il ricorso sempre più diffuso a UAV guidati attraverso cavi di fibra ottica ha coperto i campi, le foreste e le città dell’Ucraina occidentale di un’enorme matassa di materiale inerte e non riutilizzabile. Oltre a costituire un impedimento di tipo fisico, simile a una rete da pesca, letale per i piccoli mammiferi e soprattutto per gli uccelli, questi fili sono responsabili del rilascio di materiale plastico proveniente dall’involucro che protegge ogni singola fibra ottica. Sono già numerosi i casi di volatili che li hanno utilizzati per costruire i loro nidi, contribuendo così alla contaminazione delle aree naturali. Inoltre, edifici e palazzi, a volte intere cittadine e importanti arterie di comunicazione a ridosso del fronte sono state coperte di ulteriori reti per impedire ai droni nemici di colpire i bersagli, andando così a moltiplicare le barriere presenti nella vita degli animali.

dopo la distruzione della diga di kakhovka, il livello dell’acqua del fiume dnepr è sceso drasticamente, lasciando allo scoperto pietre, pesci morti e detriti rimasti nascosti per decenni, dando così origine a nuove spiagge e paesaggi.pinterest

Elena Tita/Global Images Ukraine via Getty Images

Dopo la distruzione della diga di Kakhovka, il livello dell’acqua del fiume Dnepr è sceso drasticamente, lasciando allo scoperto pietre, pesci morti e detriti rimasti nascosti per decenni, dando così origine a nuove spiagge e paesaggi.

Se alcune minacce alla salute ambientale sono nuove, altre hanno una lunga storia. Nel corso del conflitto, e soprattutto negli ultimi due anni, russi e ucraini hanno iniziato a prendere di mira con sciami di droni, missili e bombe le strutture energetiche del nemico, sperando di stroncarne l’economia. È un copione già visto, che in passato ha già fatto enormi danni sul territorio – ad esempio durante il conflitto fra Iran e Iraq o le guerre jugoslave – e che oggi si ripresenta in Ucraina. Se i ripetuti bombardamenti intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia hanno risvegliato vecchi incubi, gli attacchi ucraini compiuti contro la raffineria e il terminal petrolifero della città portuale di Tuapse, avvenuti lo scorso aprile, hanno causato vasti incendi tossici, lo scatenarsi di una pioggia scura carica di idrocarburi e ingenti sversamenti di greggio nel mar Nero. Le stesse scene si sono poi ripetute a giugno, quando i droni ucraini hanno raggiunto addirittura Mosca, centrandone la principale raffineria e causandone la chiusura almeno fino all’inizio del 2027.

A guerra finita, non sarà affatto facile assegnare le diverse responsabilità ambientali, calcolare l’ammontare dei danni e procedere con le necessarie operazioni di bonifica lungo un fronte di guerra di più di mille chilometri. Le procedure saranno complicate anche dal fatto che a livello internazionale il reato di ecocidio non esiste. Da anni gruppi di pressione politica e ONG si battono affinché venga riconosciuto almeno dalla Corte penale internazionale dell’Aia, assumendo così il medesimo stato di altri crimini bellici come l’aggressione o il genocidio.

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Editor in Chief: Giovanni Audiffredi ​
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Text: Danilo Zagaria
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1.Narciso Contreras/Anadolu Agency via Getty Images
2.Elena Tita/Global Images Ukraine via Getty Images
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