Il seguente articolo contiene spoiler su Odissea.
Odissea abbonda di momenti grandiosi, e in alcuni casi giganteschi nel senso più letterale del termine. Poveri quei marinai che finiscono divorati da un ciclope nudo alto come un grattacielo: una scena che sembra pensata per rendere omaggio a ogni comparsa sacrificata sull’altare del mito. Eppure, la sequenza più magnetica arriva quando il film decide di rallentare, di sospendere il fragore epico per abbracciare un registro più cupo. È allora che gli allegri compagni di Odisseo incrociano il destino di Circe, interpretata da Samantha Morton: una maga che vive isolata, circondata da animali, come un’antica gattara greca, solo con meno felini tigrati e più leoni e tigri.
La loro entrata in scena ha il sapore di un approdo durante la tempesta. Sfiniti dal viaggio, affamati, gli uomini accettano senza esitazione l’offerta di cibo e riparo della maga, nonostante l’atmosfera sia così apertamente sinistra da evocare quel tipico impulso da film horror: vorresti gridare ai protagonisti sullo schermo di voltarsi e scappare. Le intenzioni di Circe, infatti, non tardano a rivelarsi. Offre al seguito di Odisseo uno stufato acquoso, pieno di carne fibrosa di origine incerta, il tipo di pietanza che potresti trovare nel menu di una prigione siberiana o di una mensa scolastica gestita da una cooperativa senza scrupoli, che li trasforma in maiali. Solo allora comprendiamo che i suoi numerosi animali domestici erano, un tempo, viaggiatori altrettanto sfiancati, caduti nella stessa trappola.
La sequenza ha diversi punti di forza: gli effetti speciali alla Cronenberg, la metamorfosi fisica degli uomini in maiali grugnenti, le trasformazioni raccapriccianti che sembrano uscite direttamente da Un lupo mannaro americano a Londra. Ma è Samantha Morton a dominare la scena. Entra in punta di piedi, quasi timorosa davanti a uomini che appaiono più potenti di lei, per poi rivelare una malizia sottile, astuta, in grado di crescere scena dopo scena. Gli effetti sono straordinari, certo, ma è la sua trasformazione emotiva a lasciare il segno più profondo.
Non sorprende, quindi, che si sia già formato un consenso solido: nonostante compaia per appena dieci minuti, Samantha Morton è tra le interpreti più convincenti, se non la vera sorpresa, del cast di Odissea.
In un’intervista al LA Times, Christopher Nolan ha definito la sua performance un momento chiave del film, ricordando un episodio sul set in cui l’attrice ha ricevuto un «grande applauso» dalla troupe dopo una scena particolarmente intensa. L’ultima volta che gli era capitato, ha precisato, era con Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro. Che un ruolo così breve produca un impatto paragonabile è una testimonianza della potenza del grande lavoro dell'attrice: la sua Circe rimane impressa molto dopo aver lasciato la sala.
Nella nostra intervista, Morton racconta quella standing ovation, spiegando perché Nolan sia, in fondo, sorprendentemente simile a Paul McCartney e come sia riuscita a dare forma a una delle interpretazioni più memorabili dell’anno.
GQ - Come ci si sente ad essere paragonata a Heath Ledger?
Samantha Morton - Beh, sono una grande fan di Heath, della sua eredità e di tutto ciò che rappresentava. L’ho conosciuto, anche se solo di sfuggita. È un attore fenomenale. Basta accendere la TV e in qualsiasi momento c’è un suo film in onda, un po’ come Phillip Seymour Hoffman, che era un mio carissimo amico. Quando perdiamo fisicamente delle persone, il loro spirito continua a vivere, e io ci credo davvero. Il paragone mi fa tremare le ginocchia. Come attori, ci sono alcuni di noi impegnati in questo mestiere da molto tempo, e siamo quasi una sorta di anime gemelle.
Ripenso agli attori degli anni ’70: se guardi film come Serpico con Al Pacino, o pensi anche a Jack Nicholson in Cinque pezzi facili, o a tutti quei professionisti con cui sei cresciuto, a Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno e Harvey Keitel. Non intendo parlare solo di uomini, è perché stiamo parlando di Heath, accidenti, Billy Whitelaw è una delle mie attrici preferite di sempre. E mi sento semplicemente onorata perché questi sono attori che puntavano tutto sulla verità, e non erano interessati a diventare star del cinema. Volevano solo essere dei bravi attori, fedeli al personaggio e al servizio della visione del regista. Mettevano da parte l’ego, e la cosa traspare dalle loro interpretazioni. Spero che davanti a Circe il pubblico capisca che mi sono impegnata per dare a Chris ed Emma [Thomas, moglie di Nolan che ha prodotto tutti i suoi film] quanto era necessario.
È questo il tuo approccio in ogni ruolo?
Sì. Mi chiedo sempre: di cosa hanno bisogno? Come posso offrirlo? E mi assicuro fin dall’inizio che la mia interpretazione sia allineata alla visione del regista. Non ha senso entrare in un progetto se si hanno idee opposte. Succede raramente, perché chi mi cerca sa già chi sono.
Come si è concretizzato tutto questo nelle tue prime conversazioni con Chris?
A essere sincera, quando il mio agente mi ha chiamata dicendo che Sir Christopher Nolan [ride] voleva incontrarmi, ho pianto un po’. Dopo tutti questi anni di lavoro, l’idea di trovarmi nella stessa stanza con lui ed Emma mi è sembrata un momento importante del mio percorso personale. Ero davvero curiosa di capire che tipo di film sarebbe stato, perché non sapevo che fosse Odissea. Era tutto estremamente segreto. Non avevo aspettative: ero semplicemente aperta, di cuore e di mente. E poi, ovviamente, arrivo lì… ed era Odissea.
Non riuscivo a credere che fosse così normale. È un po’ come quando ho incontrato Paul McCartney: non capisci come sia possibile che qualcuno continui a creare capolavori, a mantenere quella sincerità, concentrazione e dedizione al mestiere, restando con i piedi per terra. È straordinario.
Ho letto la sceneggiatura e mi ha davvero commossa. Non conoscevo il libro. Ho lasciato la scuola a 12 anni perché ho iniziato a recitare allora, e a quei tempi non c’erano tutor sul set per una come me, di conseguenza non ho una grande formazione accademica. Sono un po’ un'autodidatta. Non conoscevo il materiale originale, così mi sono basata solo sulla sceneggiatura che mi ha lasciata a bocca aperta. Piangevo a dirotto, ero arrabbiata, provavo di tutto. Così mi sono limitata a raccontargli la mia reazione alla sua interpretazione di Circe. E sembrava andare bene: le nostre visioni erano allineate.
Cosa ti ha colpito così tanto della sceneggiatura da suscitare in te una reazione emotiva così forte?
Credo sia stata l'empatia umana che traspare da ogni pagina. E ovviamente, leggendola, la sensibilità tecnica che mi deriva dall’essere io stessa una regista, e dal conoscere quel mondo così bene… Non mi preoccupavo della sua capacità di regista, ero semplicemente entusiasta di come lui avrebbe realizzato un'opera del genere. Di partenza, c’era un livello alto di apprezzamento e rispetto nei suoi confronti, e poi lui è riuscito a mantenere un autentico senso di umanità, amore e concentrazione nella storia. E questo, secondo me, è già di per sé un risultato notevole in una sceneggiatura.
Raccontami cosa è successo durante la standing ovation che ti è stata tributata sul set.
Non sono un’attrice che usa il metodo, ma quando sono concentrata raggiungo il mio stato di massima espressione. E non sai mai se dovrai fare un’altra ripresa in qualsiasi situazione, su qualsiasi set. Perciò, rimango semplicemente molto concentrata finché il regista non è soddisfatto e dice: “Ce l’abbiamo fatta. Andiamo avanti.”
Non ricordo tutto nei dettagli, tranne il fatto che c’è stato un giorno in cui ero lì, in mezzo ai maiali… Penso che fosse perché ero entrata completamente in quella dimensione e mi ero persa dentro il personaggio. Quel luogo è sacrosanto. È molto speciale, per un attore, essere un piccolo momento all’interno di un grande momento. Forse hanno notato che ero altrove, in un posto speciale.
È stata anche una combinazione di effetti speciali che hanno funzionato alla perfezione. È come una danza. In un lavoro del genere… lasciami dire che i pianeti erano allineati e tutto ha funzionato. Recitazione: ok. Effetti speciali: perfetti. Riprese: perfette. Suono: perfetto. Condizioni meteorologiche: perfette. [Ride] In quel momento era tutto perfetto. O almeno, è quello che mi piace pensare.
Hai lavorato con tantissimi grandi registi: Spielberg, Lynne Ramsay, Spike Jonze. Ma il modo in cui hai descritto la collaborazione con Nolan la fa sembrare davvero speciale, tanto che l’hai definita più volte un momento da “dammi un pizzicotto”.
Quando ho lavorato con Spielberg ero molto giovane. Volevo fare un lavoro al meglio delle mie capacità. Con Lynne Ramsay è diverso: è una cara amica, e abbiamo condiviso un percorso cinematografico. Darren Aronofsky, Spike, Harmony Korine… sono registi straordinari, ognuno con una propria “nota musicale”, per così dire. Nel cinema, ognuno è così diverso, e tutti possiedono qualcosa di incredibilmente unico.
Emma e Chris, come produttori e Chris come sceneggiatore e regista, hanno dato il tono al modo di comportarsi. Hanno dato il tono emotivo. Hanno dato il tono all’impegno. Alla fine, il film è più grande di qualsiasi singolo individuo. A volte, quando lavori con altri registi, può esserci una star del cinema attorno a cui ruota tutto: bisogna agevolarle la giornata, soddisfare ogni sua esigenza. Oppure, può capitare di lavorare con un regista dall’ego smisurato.
Chris ed Emma, invece, sono una rarità assoluta nella storia del cinema. E non riesco davvero a esprimerlo a parole.
Ho visto usare spesso il termine “villain” per Circe, ma mi sembra una semplificazione un po’ eccessiva.
Beh, dipende tutto dalla narrazione, no? E da come vengono montate le cose. Ho recitato per alcuni anni in The Walking Dead, interpretando la cattiva principale, “cattiva” in senso lato, perché Alpha era una donna che era stata violentata e picchiata dal marito. Poi è arrivata la fine del mondo, e quei traumi l’hanno indurita. Nella serie veniva dipinta come una figura davvero, davvero malvagia, ma in realtà i “buoni” avevano attaccato per primi la sua banda: ciò che faceva era una rappresaglia.
Il modo in cui la serie era montata e tagliata faceva sì che, quando si mostrava il suo passato, la gente rimanesse sbalordita. Dicevano: “Oh mio Dio”, e all’improvviso si affezionavano a lei. Ma era solo narrativa. Per questo, riguardo a Circe, la mia interpretazione è che lei rappresenti ogni donna. E qui entra in gioco l’elemento della dea e della stregoneria: bisogna ricordare che, un tempo, le levatrici venivano considerate streghe e bruciate sul rogo. La società ha sempre demonizzato le donne. È così da tempo immemorabile. È di questo che stiamo parlando.
La mia versione di Circe, direi, è che lei è la figlia di tutti, la moglie di tutti, l’amante di tutti, la madre di tutti, la nonna di tutti. Ho cercato di racchiudere in lei l’essenza della donna nella sua totalità.
Articolo pubblicato originariamente su British GQ