Le statue equestri di Carlo di Borbone e Ferdinando I sono sempre in bella vista, tra le tribune ormai montate con sullo sfondo la chiesa di San Francesco di Paola. «Qualcuno spero mi regali un bel "curniciello" porta fortuna e mi auguro che i napoletani trasmettano alla mia Nazionale l'arma in più: la cazzimma». Fefé De Giorgi è il ct dell'Italvolley che il 10 settembre sfida la Svezia nella gara inaugurale dell'Europeo organizzato nel nostro Paese insieme con Bulgaria, Finlandia e Romania.
Location: Piazza Plebiscito. «E già così mi emoziono. Poi c'è anche altro, o sbaglio?». Sì, la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Ogni volta che siamo stati suoi ospiti al Quirinale lui ci ha sempre messo a nostro agio. Poi è competente, fa sempre osservazioni precise, conosce i giocatori: riesce ad abbattere la barriera naturale che c'è tra la figura del Capo dello Stato e un gruppo di ragazzi che gioca a pallavolo». Ferdinando De Giorgi è l'icona della pallavolo italiana: presente in tutti e 5 i Mondiali vinti (3 da giocatore e 2 da allenatore) in campo maschile. Sulla panchina azzurra dal 2021 ha conquistato due titoli iridati (2022 e 2025), un Europeo (2021) e un argento continentale (2023). Ma Fefé è già proiettato verso nuovi obiettivi: l'Europeo 2026 con la possibile qualificazione a Los Angeles 2028.
De Giorgi, da queste parti i salentini come lei hanno avuto tanta fortuna.
«Vero. Ho seguito Antonio Conte in questi anni, non abitiamo molto lontano ed è successo di incontrarci a Lecce e dintorni. Ho anche assistito a qualche suo allenamento quando era alla Juventus e all'Inter e devo ammettere che ci somigliamo molto: è esigente con la sua squadra esattamente come lo è con se stesso. Proprio come me. Di lui mi colpisce l'intensità che mette in tutto quello che fa. L'ho anche invitato a venire a vedere l'esordio della Nazionale nella sua Napoli».
Che si prova a giocare su un campo all'aperto e a Piazza Plebiscito?
«Sarà un privilegio e un orgoglio vivere quella serata. Emozioni che poi ci porteremo dietro per tutto il nostro viaggio europeo. C'è l'incognita delle condizioni climatiche ma abbiamo un paio di giorni di allenamenti per capire anche se ci sono altre cose da tener in conto. Unico aspetto che può pesare è il vento. Ma il desiderio è quello della scoperta e c'è l'eccitazione di sapere che non c'è più un posto libero disponibile in questa arena unica al mondo».
Colpisce. Anche perché Napoli non ha club in serie A.
«Ma la tradizione c'è, in tutta la Campania. Tanta. Ovvio, mancando la squadra leader che traina il movimento, sembra che ci sia poco legame. Mi ricordo da piccolo le gare a San Giuseppe Vesuviano, ad Aversa. Le sfide contro la ComCavi: erano i tempi in cui io giocavo in A2 con lo Squinzano e poi con l'Ugento. Tornare a Napoli significa anche fare i conti con i ricordi di quando ero ragazzino. C'è anche mio fratello Michele che a Napoli ha giocato per un po' di anni».
Anche giocare all'aperto fa tornare bambini?
«Vero, che nostalgia: le scarpe basse, la rete mai ben sistemata, il terreno e non il parquet. Difficile trovare un ragazzo che non abbia mai fatto volley all'aperto, magari nel campo della scuola. Magari non tutti i miei sanno che significa: sono di una generazione diversa».
L'unico assente sarà la sua gatta
«Non posso portare Grace, la mia mascotte. Ma ho già detto che deve essere piazzata davanti la tv per assistere a tutte le nostre partite. L'ho resa famosa con quella dedica dopo il Mondiale vinto nel 2022. Scrissi "lei ci ha sempre creduto". E speriamo che creda anche in questo Europeo. I gatti sono sornioni, non sprecano energie quando è inutile, vivono tutto con i ritmi giusti. Ecco anche noi dobbiamo affrontare questo Europeo una partita alla volta, senza buttare via energie inutilmente. Proprio come fa la mia Grace».
Ecco, che campionato si aspetta?
«Ci sono sette delle migliori nazionali del mondo, a parte il Brasile, gli Usa e il Giappone ci sono tutte. Questo somiglia a un Mondiale, dove non ci sono più squadre facili, perché il livello medio si è alzato e non di poco. E allora penso che Turchia, Belgio, Ucraina pure possono creare dei problemi a tutti. Senza dimenticare le altre favorite come la solita Polonia, Francia, Slovenia, Bulgaria, Cechia che pure è arrivata quarto al Mondiale».
Si diverte a fare il ct?
«Meglio quando dovevo solo giocare. Allora avevo un solo pensiero, ero concentrato su me stesso e basta. Adesso di pensieri ne ho 14, uno per ogni atleta tra campo e panchina».
Perché l'Italvolley femminile è un simbolo di multiculturalismo e voi di meno?
«Chiedo sempre a Velasco di informarsi se Sylla, Omoruyi, Enogu hanno dei fratelli perché non avrei un attimo di esitazione a chiamarli. In realtà, è evidente che sia ancora il calcio lo sport che attrae di più le nuove generazioni mentre tra le donne il volley è il primo sport, anche per le tante palestre che si sono in giro nel nostro Paese».
Anche lei regalerà dei libri ai suoi?
«No, questa è una cosa che lascio a Julio in esclusiva. Come si sa, lo fece anche con noi nel 90. E nella libreria lo tengo ancora conservato "Pantaleon e le visitatici" di Mario Vargas Llosa».
Capito perché proprio quel libro?
«Il protagonista è il capitano Pantaleon, scrupoloso esecutore di ordini: non è complicato comprendere il messaggio che voleva mandarmi».
Questa, come la sua, è una generazione di fenomeni.
«Alt. Chiamiamoli col nome giusto: minatori. Ore e ore di allenamenti, tanta fatica in palestra. Giorno dopo giorno. Poi la battaglia contro la cultura degli alibi che fece Julio è ancora molto valida».
Il nemico più temibile è sempre e solo la sconfitta?
«Nessuno ha un buon rapporto con le sconfitte, tutti le soffrono. C'è chi le nasconde meglio degli altri ma quel che conta è che una sconfitta non deve oscurare ma illuminare. Ma questo a patto che siano poche e importanti: solo così tutto diventa oro, anche in una partita che viene persa. Perdendo si impara, ma perdendo molto non si impara più».
Cosa che, meno male, a lei succede davvero poco.
«Ma siamo proiettati ai traguardi che vengono: la sconfitta nella finale dell'Europeo del 2023 contro la Polonia la portiamo ancora dentro. E poi dobbiamo conquistare il pass per le Olimpiadi del 2028. Non è semplice vincere dopo aver vinto: lo dimostra anche Sinner che è in lotta continua con se stesso per migliorare, crescere ogni giorno, fare meglio del giorno prima, della partita precedente».
Il set infinito contro la Germania cosa vi ha insegnato?
«Aver fatto la storia non dispiace, anche se abbiamo perso il set. Io ero in campo a Cuneo in quel 52-50 che era il primato precedente. Ecco ho apprezzato la resilienza del mio gruppo».