Si assottiglia il filo a cui è appesa l’ex Ilva di Taranto. Oltre alla fermata dell’area a caldo che avverrà entro fine ottobre per disposizione della Corte d’Appello di Milano, a meno che non subentrino novità, e agli oltre 2.500 licenziamenti collettivi comunicati da 28 imprese dell’indotto-appalto del siderurgico rappresentate da Aigi, c’è anche la penuria di risorse. In altri termini, i soldi stanno finendo. Per le materie prime necessarie a produrre, i fornitori, gli stipendi, sinanche per l’anticipo della cassa integrazione da parte dell’azienda al posto dell’Inps.
Quello che è rimasto può eventualmente bastare sino a ottobre. Negli ultimi mesi – va ricordato – il Governo ha corrisposto all’ex Ilva tre tranche del prestito da 390 milioni complessivi che la Commissione Europea ha autorizzato: una prima da 149, una seconda da 100 e una terza dello stesso importo. Ne sarebbe rimasta una quarta, di importo presumibilmente inferiore, ma i sei mesi di autorizzazione di Bruxelles, secondo quanto detto il 6 agosto dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso, scadevano il 9 dello stesso mese ed entro quella data il Governo non ha impegnato più nulla. E quindi, dicono i sindacati metalmeccanici che ieri a Taranto hanno tenuto una conferenza stampa sui 2.500 licenziamenti, quand’anche la Corte d’Appello di Milano dovesse accogliere le istanze di sospensiva sulla fermata dell’area a caldo – istanze inoltrate sia da Ilva sia da Acciaierie e che verranno discusse nell’udienza del 9 settembre –, il siderurgico rischia di fermarsi lo stesso perché a secco.
«Nella discussione dell’8 a Palazzo Chigi va affrontata anche la questione finanziaria – dice Francesco Brigati della Fiom Cgil –. In questi 90 giorni che stanno passando, a prescindere da quello che avverrà nell’udienza del 9 a Milano sulla sospensiva, anche se ci dovesse essere un parere favorevole della Corte d’Appello, non ci sono più le risorse per continuare. Il Governo si sta assumendo una grossa responsabilità: quella della chiusura dell’ex Ilva senza nessuna prospettiva per i lavoratori, la città e la decarbonizzazione. Risorse non ce ne sono più. Se dovesse esserci la sospensiva rispetto a quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Milano, comunque lo stabilimento chiude e si sta già procedendo verso lo spegnimento. Non bisogna dare la responsabilità alla Corte d’Appello di Milano. Credo – sostiene Brigati – che ve ne sia una molto grande del Governo, essendoci una condizione di questo tipo. Le navi con i minerali non sono in arrivo e si va esaurendo la disponibilità di materie prime. Il Governo Meloni, che ha festeggiato a Bari il primato della longevità, aveva cinque anni per intervenire e programmare il futuro dell’ex Ilva, ma non lo ha fatto».
Se quindi la fermata è sullo sfondo, anche se non lontano, il tema immediato è invece rappresentato dai 2.500 licenziamenti collettivi da parte delle 28 aziende di Aigi. Unanime ieri la richiesta delle sigle metalmeccaniche: Aigi ritiri subito i provvedimenti e si apra una discussione. Con le aziende e con il Governo.
«Finiti i Giochi del Mediterraneo, dove Taranto ha mostrato la sua bellezza e una cornice affascinante malgrado i tanti problemi che ha di salute, ambiente e lavoro, mandare il giorno dopo una procedura dove si annunciano 2.500 licenziamenti, credo che sia uno schiaffo al territorio, alle istituzioni, ai lavoratori e alla città – commenta Biagio Prisciano della Fim Cisl –. Abbiamo già chiesto un incontro ad Aigi e l’8 con il Governo, oltre a porre i temi industriali, ambientali, occupazionali e sociali, porremo anche quelli dell’indotto, i cui lavoratori, rispetto agli altri, rappresentano l’anello più debole. La premier ha detto a Bari che il Governo è per la continuità operativa dell’ex Ilva, ma per la continuità – rileva Prisciano – si devono mettere in piedi non solo le proposte, ma quello che il Governo intende fare dello stabilimento di Taranto e degli altri del gruppo. Quando parliamo di continuità occupazionale, noi stiamo dicendo che non siamo per mantenere l’attuale ciclo a carbone, ma siamo per passare a quello elettrico attraverso forni elettrici e la produzione di acciaio green, senza inquinare e senza far ammalare chi sta all’interno della fabbrica e chi sta all’esterno».
«La vicenda ex Ilva si complica perché, nonostante i sindacati, in maniera unitaria, avessero chiesto alle associazioni datoriali e ad Aigi in particolare, di temporeggiare sui licenziamenti collettivi, Aigi comunque è andata avanti da sola senza aspettare l’incontro di martedì con il Governo – osserva Luigi Bennardi della Uilm –. Taranto è sull’orlo della bomba sociale e noi dobbiamo cercare di scongiurarla. In vista del vertice a Palazzo Chigi, diciamo al Governo e a tutte le istituzioni che a Taranto il tempo è finito. Si deve intervenire in maniera chiara con misure straordinarie per tutti i lavoratori: Acciaierie d’Italia, Ilva e soprattutto appalto e indotto».
«Ci aspettiamo una presa di coscienza, ovvero – rileva Franco Rizzo di Usb – il Governo deve trovare il coraggio di fare l’unica cosa che va fatta: nazionalizzare la fabbrica. L’unico soggetto che può mandare avanti un progetto serio, vero, di decarbonizzazione, è lo Stato. Si è aperta una gara per la vendita dell’ex Ilva, ci sono delle offerte, ma sono offerte in cui la parte economica viene sempre garantita dallo Stato».