
2 Minuti di Lettura
venerdì 4 settembre 2026, 13:52 - Ultimo aggiornamento: 14:14
L'Aigi (Associazione italiana giuristi di impresa) ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà un numero di lavoratori dell'indotto dell'Ex Ilva superiore alle 2.500 unità. «Si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso, ha spiegato il presidente dell'Aigi Nicola Convertino in una lettera, definendo un «atto dovuto e inevitabile, diretta conseguenza dell'improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell'area a caldo già nel mese di ottobre. Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende».
«Una fabbrica di questa portata (come l'ex Ilva ndr) avrebbe meritato una sorte diversa.
Una delle più grandi acciaierie d'Europa rischia oggi di non morire sul campo di una grande battaglia industriale, bensì di spegnersi per consunzione. Questo epilogo non avviene nel contesto di un piano di riconversione già operativo, né con nuove fabbriche già edificate o con migliaia di lavoratori accompagnati verso nuove occupazioni, ma attraverso un mero conto alla rovescia di novanta giorni». Lo ha detto il presidente dell'Aigi (Associazione Indotto AdI e General Industries) nella lettera inviata ai sindacati, specificando che l'associazione «non cerca un colpevole da esporre alla pubblica piazza, ma chiede che ciascuna istituzione abbia il coraggio di guardare alle conseguenze delle proprie scelte. Abbiamo fallito tutti». «L'Ilva non è una fabbrica di quartiere - prosegue la lettera -, bensì un'infrastruttura industriale strategica per l'Italia, essenziale per le filiere manifatturiere e per l'autonomia del Paese nella produzione dell'acciaio. Una vicenda di tale portata non può essere gestita rincorrendo le scadenze di decreto in decreto e di udienza in udienza. Una transizione industriale richiede anni, noi invece ci troviamo oggi a discutere di come evitare che un intero sistema produttivo precipiti nel baratro nell'arco di poche settimane».
© RIPRODUZIONE RISERVATA