In quella terapia che ritenevano miracolosa avevano riversato tutte le speranze e le risorse economiche. Avevano attraversato l’oceano tre volte per portare la piccola Bianca in una clinica di Monterrey, in Messico. E ogni viaggio era costato loro centomila euro. Luca Abbasciano e Valentina Pambianco avevano portato a termine l’ultimo ciclo di terapia per la piccola tra novembre e gennaio. Ma i soldi erano finiti e le condizioni di Bianca stavano precipitando. C’è anche questo elemento nella decisione della coppia di porre fine all’esistenza di tutta la famiglia a colpi di pistola, tumulandosi nella villetta alla periferia di Roma che nelle ultime settimane era diventata una prigione.
A ripercorrere il loro calvario è Feliciana Manna, madre di una ragazza affetta da una malattia rara. «Con Valentina e Luca eravamo diventati amici, ci siamo conosciuti in Messico. Si tratta di una terapia non riconosciuta in Italia: circa 70mila euro per ogni ciclo di un mese, soggiorno escluso. Per mia figlia organizzo raccolte fondi. Luca e Valentina volevano contare sulle loro forze. Si erano fatti aiutare da qualche parente, ma lei mi aveva detto che avevano dato fondo a tutti i risparmi», racconta Feliciana, che aggiunge: «Bianca era nata con una paralisi cerebrale. Dovevano aiutarla in tutto: non parlava, bisognava assisterla nel farla deglutire, non poteva camminare. Luca era molto forte, non ho mai colto segni di cedimento. Si piegava per aiutare la piccola a muovere qualche passo, la chiamava “carciofina”, perché aveva questi capelli biondi che le andavano dappertutto. Valentina spesso scoppiava a piangere.
Si chiedeva perché Bianca era nata così. Avrebbe voluto un altro figlio, ma la menopausa prematura ha stroncato anche questa speranza. Era figlia unica e i genitori erano anziani. Mesi fa alla mamma hanno applicato una protesi al ginocchio». La coppia avrebbe voluto tornare ancora in Messico, ma la situazione era precipitata, non solo economicamente: «Nelle ultime settimane entrambi i genitori si erano ammalati: influenza, gastroenterite. Malanni banali che però potevano essere fatali per la piccola, costretta sulla carrozzina o sul passeggino con un velo a proteggerla. Nelle ultime settimane faceva fatica ad addormentarsi e la mattina si svegliava prestissimo. Credo che la mamma e il papà fossero esasperati, che non vedessero via d’uscita. Ultimamente vivevano isolati. Forse lei era caduta in depressione».
Eppure nemmeno Feliciana ha colto segnali che lasciassero presagire la tragedia nella villetta di via dell’Antracite, nel quartiere di Pietralata. «Ci siamo scritti in chat pochi giorni prima. Noi dovevamo tornare dal Messico facendo scalo a Madrid e loro ci avevano consigliato i posti da vedere. Ho scritto a Valentina venerdì pomeriggio. Non mi ha risposto e allora sono andata sulla chat di Luca. Ho visto che si era connesso l’ultima volta alle 23,30. Non mi hanno risposto nemmeno il giorno dopo ed era strano, perché lo facevano sempre nel giro di pochissimo. Poi, quando ho letto la notizia sono rimasta senza parole. E ora ricordo con rammarico le nostre giornate assieme a casa loro, quando riuscivamo a ridere un po’ e io e mio marito portavamo sfogliatelle e mozzarelle prese a Napoli». Feliciana conferma anche i sacrifici quotidiani per Bianca: Valentina che aveva smesso di lavorare come impiegata per dedicarsi alla figlia, le terapie quotidiane in casa, al Santa Lucia e in studi privati. In queste ore intanto si va definendo il quadro investigativo dei carabinieri della compagnia di Montesacro: le lettere che Luca e Valentina hanno lasciato ai parenti, dove lasciano disposizioni e scuse, sono state scritte da entrambi. «Non ce la facciamo più. Non abbiamo più soldi per curare Bianca». Luca ha lasciato anche un messaggio struggente alla sorella e ai fratelli: “Ora pensate a papà”. É il signor Savino, rimasto vedovo da due anni, in condizioni di salute precarie. Né lui né la figlia Daniela hanno parole: «Ho letto troppe cose su mio fratello. Chiedo solo rispetto e silenzio», ha detto ieri la donna prima di raggiungere il papà in casa.
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