La guerra in Ucraina, come molti altri conflitti, è un laboratorio per testare e sviluppare nuove armi. Ma per la criminalità organizzata colombiana, secondo un articolo del Financial Times, rappresenta l’occasione per formare i propri membri all’uso della tecnologia che più di tutti è stata sviluppata dalle forze armate ucraine: i droni. Con l’intento di poter sfruttare queste nuove capacità in patria, ad esempio nella lotta tra cartelli della droga o contro le forze di sicurezza, narcos e criminalità colombiana hanno così deciso di inviare combattenti da schierare a sostegno dell’esercito ucraino nella guerra contro la Russia.
Nessuna nobile motivazione, nessun impegno morale nel contrasto all’invasione ordinata dal Cremlino. I combattenti sudamericani, scrive nella sua inchiesta il quotidiano finanziario britannico, hanno attraversato l’Atlantico col solo scopo di acquisire know how che può diventare utile nella guerra contro l’esercito di Bogotà, quando rientreranno in patria. Il fenomeno, si legge, riguarda in particolare ex paramilitari ed ex guerriglieri che si addestrano fianco a fianco coi soldati tra le fila ucraine. Nessun collaborazionismo, viene chiarito, da parte delle Forze Armate ucraine che, invece, allontanano i soggetti che vengono individuati come membri della criminalità organizzata, anche se nella maggior parte dei casi questi riescono a sfuggire ai controlli.
Il governo colombiano è molto preoccupato dalle possibili conseguenze di questo addestramento a distanza. E le conseguenze si vedono già: la Difesa ha registrato ben 264 attacchi con droni da parte di gruppi illegali tra il 2024 e il 2025. Solo negli ultimi mesi, raid con velivoli modificati per sganciare esplosivo hanno causato più di dieci morti tra i militari della Colombia. “È un cambiamento drammatico che ha inciso su mobilità e sopravvivenza nel campo di battaglia”, ha detto il ministro della Difesa, Pedro Sanchez. Secondo un pilota colombiano di droni attivo in Ucraina, i reclutatori dei cartelli cercano di apprendere l’uso dei droni Fpv, più agili e difficili da abbattere, che nel conflitto mediorientale si sono dimostrati capaci di bucare anche i sistemi di sorveglianza israeliani, e le tecniche di comunicazione in fibra ottica già impiegate da Hezbollah contro Tel Aviv. Il governo di Bogotá, in risposta, ha varato restrizioni sulle importazioni di droni e a gennaio ha annunciato uno “scudo anti-drone” da 1,6 miliardi di dollari.