Con il Veneto salgono a quattro le Regioni che hanno approvato la legge sul fine vita, la Puglia invece si appresta a discuterne per la terza legislatura consecutiva. Il 14 settembre, alla ripresa dopo la pausa estiva, il tema sarà affrontato dalla commissione Sanità su iniziativa del presidente, il medico Felice Spaccavento. «Sul fine vita la Puglia può fare la sua parte e intendiamo farla», annunciano i capigruppo di maggioranza in Consiglio regionale. «La maggioranza - spiegano - è già al lavoro su una proposta di legge che dia finalmente regole, tempi e procedure certe alle persone che si trovano ad affrontare una delle scelte più difficili e intime della propria vita». «L’obiettivo - proseguono - è garantire procedure uniformi, una commissione multidisciplinare in ogni Asl, il coinvolgimento del Comitato etico, la piena informazione sulle cure palliative e sulla sedazione palliativa, la tutela delle persone più vulnerabili e il rispetto della libertà di coscienza del personale sanitario».
Il Consiglio regionale, negli ultimi 10 anni, ha già bocciato due volte altrettante proposte di legge, adesso sembra aprirsi uno spiraglio. Anche perché il sì del Veneto, Regione governata dal centrodestra e dalla Lega in particolare, ha aperto la discussione anche tra i conservatori pugliesi, oltre che a livello nazionale. Non a caso, proprio ieri a rompere gli indugi è stato il consigliere regionale salviniano, Napoleone Cera, annunciando che depositerà una proposta di legge: «Quello che è successo in Veneto non è una bandiera di parte, è un atto di serietà istituzionale - dichiara Cera -. Una Regione amministrata dal centrodestra, con una relatrice della Lega e con emendamenti scritti tenendo conto dei rilievi della Corte costituzionale, ha deciso di dare regole certe e tempi certi a un diritto che la Consulta ha già riconosciuto dal 2019. Non hanno inventato nulla: hanno messo ordine dove c'era il vuoto. Io chiedo alla Puglia di avere lo stesso coraggio». «Oggi in Puglia – prosegue - una persona malata terminale, che vive sofferenze che nessuno di noi può nemmeno immaginare, e la sua famiglia restano soli davanti a un percorso senza regole, senza tempi, senza risposte. Non è degno di una Regione civile. E lo dico da uomo di centrodestra: la dignità della persona non ha colore politico». Il consigliere quindi annuncia che nelle prossime settimane lavorerà a una proposta da portare in Aula, sul modello del testo veneto.
Oltre al Veneto, le altre tre regioni ad aver dato l'ok al provvedimento sono Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Mentre la discussione è in corso in Trentino-Alto Adige (Province autonome di Trento e Bolzano) e Umbria. Per quanto riguarda le regioni che vedono la proposta depositata/prossima al deposito e in attesa dell'avvio dell'iter, sono otto: Liguria, Campania, Molise, Marche, Sicilia, Lombardia Piemonte e la Puglia. Nel Lazio e in Calabria è, invece, in corso la raccolta firme. Le regioni non ancora attivate sono, infine, quattro: Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Valle d'Aosta.
Il dibattito si è riacceso anche a livello nazionale: «Dopo l'approvazione di una nuova normativa regionale sul fine vita, questa volta in Veneto, è giusto che il Parlamento si interroghi. Il legislatore non può rimanere indietro rispetto ad esigenze e bisogni a cui si sta già dando risposta a livello locale. Non possiamo permettere che i cittadini di una regione abbiano prestazioni diverse rispetto a quelle di un'altra. Serve una legge nazionale che sia chiara, equilibrata e responsabile», ha detto la senatrice pugliese di Forza Italia e vice presidente del Senato, Licia Ronzulli.
La Società italiana di Epidemiologia psichiatrica e l'Associazione Luca Coscioni hanno inviato agli assessorati alla Salute delle Regioni e Province autonome un protocollo tecnico che definisce, in modo operativo, come accertare la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli nelle richieste di suicidio medicalmente assistito. “In assenza di una legge statale, a quasi 7 anni dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, le procedure sono affidate ai Servizi sanitari regionali”, evidenziano. “Ne deriva – aggiungono - che la stessa richiesta può ricevere risposte diverse a seconda del territorio e del professionista incaricato. Su un diritto fondamentale, in una procedura che non ammette correzioni successive, la disomogeneità delle garanzie non è accettabile”.
V.Dam.