Concordato preventivo

Dopo una salita c’è sempre una discesa. La scalata alla fedeltà fiscale si porta dietro anche un piano più inclinato per chi vorrà ritentarla. Il pacchetto di premi per il nuovo matrimonio del concordato preventivo biennale (Cpb) taglia gli oneri da adempimento (e non solo) per chiedere i rimborsi Iva o procedere alle compensazioni di imposta sul valore aggiunto, imposte dirette e Irap. Lo fa guardando a una platea di poco inferiore al mezzo milione di autonomi, imprese e società che sono soggette alle pagelle fiscali (gli Isa). I “magnifici” 460mila a cui, dopo le modifiche del decreto Omnibus pubblicato martedì 11 agosto in «Gazzetta Ufficiale» (Dlgs 148/2026) insieme ai decreti su federalismo fiscale e giurisdizione tributaria,ora il Fisco riserva un occhio di riguardo nella prospettiva di strappare un sì per altri due anni che li mantenga così nell’area di affidabilità.
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Nel tentativo di ingolosire i potenziali “recidivi” del concordato, una delle leve azionate guarda al meccanismo della restituzione o dell’utilizzo dei crediti fiscali. Una leva che amplifica uno dei vantaggi messi a disposizione fin dalla prima adesione del concordato preventivo biennale e che si muove lungo il solco già tracciato quando dagli studi di settore si era passati agli Isa (anche se le soglie sono state graduate nei provvedimenti attuativi in base al punteggio da 8 o da 9 a salire) nel tentativo di farne uno strumento di accompagnamento alla compliance attraverso un meccanismo di premialità per i più virtuosi. L’effetto leva diventa ancor più evidente sull’Iva dove l’aumento delle soglie rispetto alla prima desione al Cpb è di quasi il 43% sia per la compensazione che per il rimborso, passando da 70mila a 100mila euro annui in caso di rinnovo. Mentre per portare in F24 crediti relativi a imposte sui redditi (Irpef o Ires) e Irap la soglia viene incrementata del 40%, salendo così da 50mila a 70mila euro in caso di accettazione del concordato per un nuovo biennio.
Non si tratta di un vantaggio di poco conto. Soprattutto in presenza di importi molto elevati di crediti Iva maturati, il trade off tra affidabilità fiscale (“pagata” accettando anche un conto più alto di imponibile e imposte da versare con il Cpb) e semplificazioni consente di accedere più facilmente alla restituzione con il rimborso o alla spendibilità di quel credito nel modello di delega per i versamenti. Di fatto, si traduce in un aiuto immediato per il recupero di liquidità per le attività economico. Questo perché permette di saltare quello che è comunque un ostacolo iniziale, messo a tutela dell’Erario e per evitare fenomeni di evasione o peggio ancora di frode, per accedere ai crediti.
In sostanza, l’intervento si traduce in un investimento del Fisco sull’affidabilità del contribuente. È questa la logica di fondo con cui va compresa la scelta del decreto Omnibus, su cui le commissioni parlamentari hanno fortemente insistito primi con emendamenti in conversione ai decreti legge della scorsa primavera e poi con i pareri al provvedimento in questione, di andare a rafforzare il pacchetto premiale per le partite Iva che dicono ancora sì all’accordo biennale.
Se la copertina va alla sanatoria sul passato (il ravvedimento speciale sui periodi d’imposta dal 2020 al 2023) riservata in questa edizione esclusivamente a chi rinnova il concordato, altri benefici possono rendere il pacchetto di mischia più attrattivo. Dentro c’è infatti la riduzione di ben due anni di termini di decadenza a disposizione dell’amministrazione finanziaria per effettuare accertamenti sia sul reddito d’impresa o di lavoro autonomo che dell’Iva. Ma anche un ulteriore aiuto sul piano dell’esborso economico con di ricorrere alla rateizzazione del versamento delle somme dovute come saldo e acconto delle imposte senza dover pagare gli interessi.
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