TREVISO - Oltre 350 file, tra foto e video, e tutte mostravano bambini e bambine di dodici, otto, anche solo quattro anni. L’altro protagonista di quella galleria degli orrori era proprio lui: nei filmati lo si poteva vedere mentre abusava dei minori, gesti tanto terribili quanto espliciti. E che, però, non sarebbero mai avvenuti: il 57enne arrestato nei giorni scorsi a Conegliano, in provincia di Treviso, usava l’intelligenza artificiale per produrre quelle riprese, una nuova frontiera della manipolazione digitale applicata alla pedopornografia. L’uomo, operaio agricolo con precedenti per droga, raccoglieva immagini di bimbi reali - spesso già ritratti in pose e in atti violenti - poi usava un software per creare una scena animata, inserendosi nel ruolo dell’orco che violentava le vittime minorenni. Ecco perché il pubblico ministero veneziano Ermindo Mammucci ha contestato sia il reato di possesso che quello di produzione di materiale illecito: se per la prima accusa non ci possono essere molte incertezze, la seconda si muove su un terreno quasi inesplorato, ma che va mappato al più presto.
Il precedente che si avvicina di più a quanto scoperto nel Trevigiano risale ad ottobre, quando venne fermato un veneziano che aveva sviluppato un suo personale software per la creazione di immagini illecite: dopo aver dato in pasto al programma migliaia di file, così da addestrarlo e fornirgli un archivio di riferimento, l’uomo poteva richiedere al sistema di generare una foto di un bimbo con tutte le caratteristiche che più gli interessavano - il risultato pressoché indistinguibile dalla realtà. Anche allora si era deciso di caricare il capo d’imputazione con la produzione - un reato che in precedenza accendeva un ulteriore campanello d’allarme perché comportava sempre anche una vittima, il minore costretto a subire. L’arresto dei giorni scorsi rappresenta un ulteriore sviluppo nello sfruttamento della tecnologia e, in qualche modo, riapre anche la questione delle vittime: il 57enne recuperava i suoi materiali di riferimento soprattutto attraverso internet, ma le indagini non hanno ancora ispezionato foto per foto, video per video, ed è facile immaginare che lo stesso procedimento potesse essere applicato anche per modificare scatti rubati in strada, al parco, dai profili social di genitori, persino immagini di figli di amici e parenti, in caso.
La segnalazione in questo caso è arrivata da un’organizzazione internazionale specializzata nella caccia agli orchi, già impegnata in una lunga collaborazione con le forze dell’ordine, che ha riconosciuto il caricamento di file sospetti attraverso l’ennesima chat Telegram dedicata proprio a questo genere di contenuti. Si sono quindi mossi gli esperti veneziani del Centro operativo per la sicurezza cibernetica veneto, sotto il comando del dirigente Antonio Caliò: altamente specializzati proprio per contrastare la pornografia infantile, attraverso analisi telematiche, incroci dei dati provenienti dai service provider e mirate attività di open source intelligence, sono riusciti a rintracciare l’utenza telefonica e i profili social del 57enne, convinto di muoversi dietro un muro di alias e di anonimato digitale.
La perquisizione su tablet, computer, smarphone, pc e hard disk ha portato alla luce una cartella criptata e bloccata, che una volta forzata ha svelato le diverse centinaia di file.