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Francesco Guccini ci ha insegnato a stare al mondo


Le canzoni di Francesco Guccini – morto oggi, 6 agosto 2026, a 86 anni – sembravano romanzi di Hemingway per il senso d’avventura, lo sprezzo del pericolo e in generale gli slanci di gioventù che contenevano. Per questo sono state un passaggio fondamentale – quanto i suoi concerti, veri e propri raduni che nel ciclo della vita prendevano il posto delle assemblee d’istituto – per almeno quattro generazioni di adolescenti che scoprivano l’età adulta, viene da sé via via ogni volta più tardi, se non direttamente grandi cicli d’epopee – e qui vengono in mente i classici, l’Iliade e l’Odissea, ma i cantautori sono un po’ il loro corrispettivo – che spiegavano gli uomini, il loro comportamento, i loro vizi, le loro virtù, le loro patetiche vanità.

francesco guccini performs at piazza grandepinterest

Roberto Serra - Iguana Press//Getty Images

Imparare a stare al mondo da Francesco Guccini

A volte quell’uomo era lui, altre un parente più o meno lontano, un amico affetto da nanismo, una cameriera incontrata in autogrill, Cyrano o chissà chi. Eppure dalla gioventù stessa aveva cercato di affrancarsi presto, già nel 1974, a 34 anni, con La canzone delle osterie di fuoriporta, commiato alle infinite notti nelle osterie di Bologna a vino e giochi di carte al pari di Eskimo (dedicata alla prima moglie Roberta Baccilieri, divorziati nel 1977), poi autocertificandosi “vecchio” prima di ogni umana decenza. Ma Guccini, semplicemente, cantava la vita.

E almeno quattro generazioni, dicevamo, hanno imparato a stare al mondo con lui, da quella cresciuta nei Settanta a chi oggi ha trent’anni o più, prima del grande reset degli ultimi tempi, coinciso con il suo buen retiro con i gatti e la seconda moglie Raffaella Zuccari “in un paese piccolo, lì sugli Appennini”, per citare il suo amico Luciano Ligabue. Dei nuovi, il Maestrone, come lo chiamavano, a volte si lascerà scappare commenti un po’ così (“Non mi sono mai infilato una piuma di struzzo nel culo per cantare”, al contrario di alcuni di loro s’intende), ma senza mai diventare Trombone: era solo il suo modo di declinare l’ascetismo che l’aveva portato a vivere a Pàvana, 414 anime in provincia di Pistoia (dati del 2011), una delle quali era proprio questa qui, pensa un po’.

A Pàvana, del resto, ci aveva vissuto già da neonato, quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, a causa del padre richiamato alle armi. La carta d’identità, infatti, come luogo di nascita e residenza ha sempre recitato Modena, “piccola città, bastardo posto”, sì, ma culla della musica italiana di quegli anni (cinque anni prima ci era nato Pavarotti, frequenteranno le stesse scuole). Dalla nebbia – prima dei monti, poi della provincia, infine di Bologna – ne uscirà negli anni Sessanta, da cantautore, incrociando la traiettoria di un altro Francesco, tale Francesco Battiato. Trovandoseli entrambi sottomano, Giorgio Gaber consiglierà al secondo di chiamarsi Franco, mentre Guccini resterà Francesco.

Il resto è storia. Impiega del tempo a farsi conoscere, sentendo la semplicità cristallina di Canzone per un’amica o Dio è morto (scritta per i Nomadi, vero inizio del Sessantotto in Italia, ma nel 1967) si capisce che il talento c’è, ma va affinato. La sua voce baritonale e lo stile preso da un’America che già aveva cominciato a deluderlo (chiedere ad Amerigo, su un vecchio zio emigrato) ma per la quale, da figlio della guerra, non perderà mai del tutto il Mito, ecco, hanno bisogno di tempo per ingranare. La tempesta perfetta è tra il 1972 e il 1981, quando escono i capolavori Radici, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo e l’apripista anni Ottanta di Metropolis, quelli di La locomotiva e L’avvelenata, tra le varie.

Diventa l’idolo della sinistra, ma come con tutti i grandi la dottrina è dibattuta e le cose sono un po’ più complesse di così. Antisovietico, “mai comunista” (2020), voterà però Berlinguer e si dichiarerà volentieri anarchico, socialista libertario, uno da Locomotiva insomma. Di L’avvelenata è stato detto tutto invece, resta che le contraddizioni del mestiere allora denunciate in un proverbiale scazzo sono più che mai attuali: nel 2010 gli risponderà Ligabue con Caro il mio Francesco, nel 2025 perfino Fabri Fibra lo riprenderà in L'avvelenata (pretesto). La sostanza non cambia, come non cambiano tutti i personaggi di una discografia che, a livello di inediti, si chiuderà ufficialmente con L’ultima Thule (2012) e in mezzo le varie Vedi cara, Farewell, Don Chisciotte, Quattro stracci. Ciascuno ha il suo Guccini: è il bello di un repertorio così umano, nel senso di legato proprio all’umanesimo.

Della nidiata di cantautori dell’epoca, da Dalla a Venditti e De Gregori, Guccini è stato quello che più somigliava alla voce della coscienza – rigorosamente arrotata. Il più politico e al tempo stesso il più intimo, senz’altro il più letterario. Di sicuro, uno di quelli su cui è stata costruita più mitologia intorno, battitore libero a livello politico e con un rapporto mistico con il vino durante concerti-adunate che hanno fatto scuola, su tutti quello leggendario in Piazza Maggiore a Bologna del 21 giugno 1984, che finirà nell’album cult Fra la via Emilia e il West, bagno di folla e vera fotografia di come fossero i suoi live allora. Spoiler: irreplicabili oggi.

Asceso presto a venerato maestro (già negli anni Ottanta cominciò a fare incetta di riconoscimenti del Club Tenco) ma senza nostalgie di sorta, micidiale nelle interviste (pare rispondesse a tutti quelli che avevano il suo numero, con sommi grattacapi dei suoi uffici stampa), mai stato in gara a Sanremo (altri tempi...), con un breve passato da giornalista e uno più corposo da insegnante d’italiano, è stato anche uno scrittore di romanzi stellare, soprattutto nell’ultima parte della carriera. C’è chi dice che i libri fossero addirittura meglio delle canzoni, chi che i testi delle suddette valessero anche da soli, come poesie a sé stanti. Ma è impossibile negare che, quando prendeva in mano la chitarra acustica, accennava un giro folk, uno dei tanti, e cominciava a cantare, be’, era tutta un’altra cosa.

Headshot of Patrizio Ruviglioni

È nato vicino Roma nel 1995, è un giornalista e si occupa soprattutto di storie italiane, cultura pop, musica e calcio. Collabora con Repubblica, ICON e Internazionale, dove ha lavorato anche come documentarista e dove oggi tiene una rubrica di canzoni sul mensile per bambini, Kids. Prima, ha scritto su Rolling Stone, IL e L'Espresso, fatto l'autore qua e là e preso il tesserino da Professionista.