Cosa c’è di così tragicomico in un uomo che tenta affannosamente di stare al passo con i tempi? La domanda è d'obbligo alla vigilia della seconda stagione di Maschi veri, la commedia corale, in streaming dal 7 ottobre su Netflix, che segue quattro quarantenni travolti da un presente in cui i vecchi codici non funzionano più. Francesco Montanari taglia corto prendendo a prestito Brunori Sas e canticchiando una strofa della sua Ghigliottina: «Ti vedo un po’ stanco, maschio etero bianco... Un refrain che mi trova assolutamente d’accordo: per la prima volta forse nella storia, in maniera esplicita e a livello globale, il maschio etero bianco, abituato da sempre a non avere un confronto epidermico con il concetto di minoranza, comincia a ragionare su tematiche che lo toccano nel quotidiano». Non fa eccezione il suo Riccardo, traditore seriale che nei nuovi episodi si ritrova senza compagna né lavoro. Più che una marcia trionfale verso la maturità, il suo percorso assomiglia a un tentativo a tentoni di sganciarsi da vecchi automatismi, «fino a tradire quell'immagine rassicurante che il gruppo gli ha cucito addosso nel tempo», conclude l’attore romano.
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Tenersi lontano dalle etichette, del resto, è una costante nel suo percorso. Diplomato all'Accademia Silvio D'Amico ed esploso con il ruolo del Libanese in Romanzo criminale, serie televisiva di Sky diretta da Stefano Sollima (lo stesso che aveva lanciato Pierfrancesco Favino nel film diretto da Michele Placido), non si è mai adagiato sul calco del personaggio. Negli anni ha attraversato campionati differenti: dal pubblico ministero de Il Cacciatore al Savonarola de I Medici, dalla ferita borghese di Ero in guerra ma non lo sapevo al cinismo sportivo de Il grande gioco, fino alla caricatura di sé nella terza stagione di Call My Agent - Italia e alla figura del giudice Carlo Palermo in Un futuro aprile.
Il palcoscenico è il luogo in cui questa ricerca si è fatta più ardua e densa. Con il drammaturgo e regista Davide Sacco divide la direzione artistica del Teatro Manini di Narni e del festival Narni Città Teatro, produce spettacoli e firma regie, in attesa di due novità sul grande schermo: un film appena girato con Edoardo Leo e Barbara Ronchi, e il primo ciak dietro la macchina da presa, che sigla il suo esordio da regista.
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«Riccardo è un po’ senza coordinate. È come un bimbo sperduto di Peter Pan. Ha perso il locale che gestiva, la sua relazione è finita e la sua reputazione da traditore seriale lo mette sotto una luce particolare: agli occhi degli altri è diventato una persona inaffidabile, il classico amico guascone, buono per una serata o una vacanza, ma nulla di più. Un amico gli offre la possibilità di gestire un nuovo locale gay. Pur non avendo pregiudizi, da etero s’interroga, e intraprende la cosa in assoluto più difficile per sé: provare a crescere. E crescere significa spogliarsi delle armature difensive, smettere di recitare la parte che ci si è costruiti addosso per compiacere gli altri e prendersi la responsabilità di diventare davvero sé stessi».
«Coltivano la convinzione di aver completato un percorso, come se la terapia di "decostruzione" potesse durare un tot di mesi e fosse finita lì, archiviata. In realtà quello non è un traguardo, è un percorso di ascolto continuo e mai chiuso. Trovo che sia una linea drammaturgica molto intelligente: la serie smette di riguardare soltanto il genere maschile e diventa una foto mossa sul cambiamento, una crisi universale che attraversa anche le donne. Siamo tutti un po' smarriti in questo oceano dell'evoluzione moderna. Il punto è che sembra non esistano modelli a cui aggrapparsi. Non abbiamo grandi testi della letteratura, della mitologia o della religione che ci insegnino come gestire questa transizione. È un lavoro quotidiano di scoperta e di ascolto reciproco tra il maschile e il femminile».
«Siamo diventati grandi amici, e questo per me è motivo di vera gioia. Il nostro è un settore dispersivo: per un determinato periodo di tempo si vive insieme e si crea una famiglia, poi il progetto finisce e ognuno prende la propria strada costruendo nuovi nuclei. Con loro, invece, il rapporto è rimasto profondo. Nella seconda stagione c'è una scena in cui andiamo in Maremma per un ritiro in amicizia, con un falò che diventa una sorta di confessionale a cielo aperto. Ecco, noi quelle cose ce le diciamo davvero, anche senza falò. Abbiamo fatto viaggi insieme, sono venuti tutti al mio matrimonio. E le cose che ci diciamo fuori dal set... beh, spesso non sono menzionabili per questioni di censura».
Da sinistra, Matteo Martari, Francesco Montanari, Maurizio Lastrico, Pietro Sermonti nella seconda stagione di Maschi Veri, su Netflix.
«Noi attori facciamo un lavoro particolare: studiamo l'umanità attraverso i testi, la prova e il confronto, quindi siamo allenati a una certa flessibilità mentale. Per chi invece ha un mestiere in cui è richiesta una certa rigidità, trovo che sia ancora un ostacolo, soprattutto in campo maschile. Prima c'era proprio uno stigma: andavi in terapia ed eri bollato come "pazzo", come se questo volesse poi dire qualcosa. Oggi c'è più curiosità, anche se rimane la paura di mettersi realmente in discussione. Stessa cosa per la terapia di coppia: spesso viene vista come l'anticamera della fine, invece è semplicemente il luogo in cui l'altro parla e tu sei costretto ad ascoltare davvero, di fronte a un'autorevolezza terza che de-responsabilizza e permette un dialogo reale».
«Quando navighi nelle acque turbolente di storie tragiche realmente accadute, avverti un'eco dentro di te che vibra sulle corde della realtà. Ne nasce un'inevitabile riflessione sulla responsabilità. Giochiamo seriamente a fare il nostro mestiere, ma quando si parla di mafia, di terrore, di ingiustizia e di vita o di morte, lo sguardo va a chi quelle cose le ha sofferte davvero. La responsabilità dell'attore non sta nel veicolare un messaggio politico - quello riguarda la regia e la scrittura -, ma nel restituire l'assoluta dignità dell'umanità che rappresenta, evitando di ridurla a una maschera. Non puoi non connetterti al sacrificio di persone che hanno dato tutto».
«Quando una passione smisurata diventa la tua professione, ne esplori tutti gli aspetti: le grandi gioie, ma anche la fatica, la competizione e le delusioni dei provini non andati a buon fine. Per questo ho periodicamente bisogno di riconnettermi con la purezza di quel ragazzo. Mi ricordo del "gioco sano" che alimentava la mia vitalità. Quando mi sento stanco o abbacchiato, ritornare a quella fame e a quella curiosità mi restituisce sempre la carica giusta per andare avanti».
«Sì, con il mio socio, il drammaturgo e regista Davide Sacco, portiamo avanti un lavoro di produzione, regia e direzione artistica molto intenso. Con lo spettacolo L'uomo più crudele del mondo, scritto e diretto da Davide, che mi vede in scena insieme a Lino Guanciale, partiremo per una tournée europea che toccherà Parigi, Londra, Bruxelles e Barcellona. È un thriller che affronta il concetto di spietatezza, potere e limite umano, e che in Italia ha già superato le 500 repliche. Inoltre, dal 7 al 18 ottobre sarò alla Sala Umberto di Roma con Storia di un cinghiale, una produzione del Piccolo Teatro di Milano diretta dal regista uruguaiano Gabriel Calderón. Lì interpreto un attore che, dopo anni di gavetta, ottiene finalmente il ruolo della vita, il Riccardo III di Shakespeare, ma finisce per essere divorato da quel personaggio fino a sabotare tutto».
«Con il tempo capisci che non è necessariamente quello che ti spalanca le porte del successo mediatico, ma è la possibilità di avere il tempo necessario per indagare a fondo una storia scritta bene. Da quel punto di vista ne ho incontrati molti. Ma se guardiamo alla popolarità, è stato senza dubbio il Libanese di Romanzo Criminale. Il primissimo ruolo della vita, però, quello fondamentale, l'ho interpretato alle medie nei panni del Mastro Titta nel Rugantino: è stato in quel momento che ho capito, con assoluta certezza, che fare l'attore sarebbe stata la mia strada».
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