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“Franco Baresi era anche il mio capitano”. Il ricordo di Gene Gnocchi: “Giocai con lui una partitella. Il suo sguardo ti ribaltava”


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Il comico, grande tifoso milanista, racconta il “suo numero 6”, incrociato una volta a Milanello: “Aveva un’autorevolezza naturale, le parole non gli servivano, gli bastava spostare gli occhi su di te”

Franco Baresi con la Supercoppa europea vinta nel 1990 dal suo Milan contro la Sampdoria (la finale di andata finì 1-1, quella di ritorno 2-0 per i rossoneri con gol di Gullit e Rijkaard) Sotto Gene Gnocchi in azione sul campo di calcio

Franco Baresi con la Supercoppa europea vinta nel 1990 dal suo Milan contro la Sampdoria (la finale di andata finì 1-1, quella di ritorno 2-0 per i rossoneri con gol di Gullit e Rijkaard) Sotto Gene Gnocchi in azione sul campo di calcio

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Milano, 2 agosto 2026 – Il Capitano. Con la maglia lunga, rigorosamente fuori dai pantaloncini. Che lo copiavamo tutti in cortile. Da bimbetti. Quando volevi essere Savicevic. Ma sapevi di aver bisogno di un Franco. Capace di fermare i Romario di Lambrate e i Maradona di Niguarda. Per forza allora l’espressione è quella del lutto in queste ore. Baresi è un fermoimmagine della nostra infanzia (adolescenza, vita). Lì a racchiudere stagioni di trionfi e mani fredde. Come sa bene Gene Gnocchi, milanista di origine controllata. Cuore e testa rossoneri. Pure sotto il sole di Fidenza.

Gene, conosceva personalmente Baresi?

“Sì, ci ho anche giocato insieme, pensa te. Mi era infatti capitato in un paio di occasioni di andare a Milanello accompagnato da Daniele Massaro, per delle partitelle fra cinquantenni, tutti più o meno ex-calciatori, belli stagionati. In una di quelle occasioni c’era anche lui. E mi colpì molto il fatto che perfino in una situazione del genere era evidente che non aveva nessuna intenzione di perdere”.

Questione di dna.

“Massì, era meglio che non sbagliavi. Perché altrimenti ti lanciava uno di quei suoi sguardi che ti ribaltavano. Franco aveva questa autorevolezza naturale che non aveva bisogno di tante parole, bastava che spostasse gli occhi su di te. E poi era sufficiente la sua presenza per fare in modo che le cose si ricomponessero nella squadra, ritrovando un proprio ordine. Il fatto che giocasse da difensore è stato forse un po’ fuorviante per qualcuno, sono ruoli sempre penalizzati dalle classifiche internazionali. Ma lui era uno di quei fuoriclasse che ne vedi una decina nella vita”.

Franco Baresi, ex bandiera del Milan

Franco Baresi, ex bandiera del Milan

Maradona se ne accorse piuttosto bene.

“Per chi ha giocato a calcio questa cosa era evidente. Poi se Maradona ti chiede la maglia, cos’altro puoi aggiungere? È come l’apprezzamento fatto dal regista Werner Herzog per la sua gestione dello spazio. Sono vicende incredibili, che ti raccontano di un livello completamente diverso”.

Lì in mezzo, col braccio alzato.

“Stavo pensando che è stato il primo Var in campo. Riprendeva l’arbitro nel caso non avesse fischiato un fuorigioco che lui invece aveva visto…”.

È anche l’immagine di un calcio che non c’è più.

“Sì, è così. E per me è il calcio vero, quello che non contemplava i social, le wags, le pause per idratarsi. Un calcio dove per altro un ragazzino di diciott’anni poteva giocare subito un’intera stagione da titolare nel Milan. Ricordo il suo esordio con il Verona, ne parlavano già come di un predestinato, concetto che mi incuriosisce sempre. Divenne poi inamovibile dal campionato successivo. Poi certo, lui era un talento enorme. Diceva di non essere molto veloce, minimizzava. Ma a me quando arrivava sembrava un treno”.

Eredi?

“Al momento in difesa non vedo nessuno. Ci sono alcuni buoni giocatori e personalmente mi piace molto Calafiori. Ma siamo comunque distanti anni luce. Anche come personalità. Nelle situazioni più complesse Franco riusciva sempre a infondere sicurezza e calma nei compagni con il suo semplice stare in campo. Di fianco a loro”.

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