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Franco Baresi, l'ultima intervista al Corriere dello Sport-Stadio: "Il Milan, Sacchi e la finale contro il Brasile"


Ecco un estratto dell'ultima intervista di Franco Baresi al Corriere dello Sport-Stadio nel 2020. Nel giorno dei suoi 60 anni, il leggendario difensore si confidò tra ricordi, aneddoti e retroscena della sua immensa carriera.

Se dovesse spiegare ad un giovane cosa voglia dire essere milanista cosa direbbe? 

"Tanti giovani mi hanno visto in televisione e non hanno vissuto dal vivo i miei anni. Il Milan è la mia vita. Penso alla mia infanzia e alle tappe che ho dovuto affrontare. Sono arrivato adolescente e oggi, a 60 anni, sono un po’ più maturo e più saggio. Col Milan ne ho viste tante, sia sul campo sia da dirigente. Ho incontrato tante persone lungo il cammino che mi hanno crescere, mi hanno forgiato e mi hanno dato".

Chi più delle altre?

"Vorrei citarne cinque: Rivera, Rocco, Liedholm, Berlusconi e Sacchi. Sono persone che mi hanno dato molto. Rivera è stato il mio capitano. Da lui ho imparato tantissimo, anche se l’ho avuto solo un anno perché lui era a fine carriera".

Berlusconi invece?

"Ho avuto la fortuna ed il privilegio di averlo avuto per 30 anni come presidente. È stato lungimirante e, per me, è stato fondamentale. Ha portato la sua mentalità vincente dentro una squadra di calcio".

Sacchi?

"Arrigo è stato quello che mi ha completato e migliorato sotto tanti punti di vista. Ha introdotto una cultura del lavoro diversa. Preparava le gare in maniera diversa rispetto a quello che era il metodo abituale dell’epoca".

Qual è il momento più bello e quello più brutto della sua storia al Milan?

"Belli ne ho avuti tanti. Quelli brutti sono stati pochi, anche se il più brutto è stato quello della seconda retrocessione. Ebbi un infezione da stafilococco che mi tenne fuori da ottobre fino a febbraio. Venne comprato Venturi per sostituirmi. Fu un’annata balorda".

E quello più bello?

"Uno solo è difficile. Anche se metterei in fila i primi due anni di Sacchi. Lo scudetto del 1988 è stato pieno di sorprese perché praticavamo un calcio nuovo, diverso. L’anno dopo siamo tornati in Coppa dei Campioni e l’abbiamo vinta. In breve siamo arrivati in cima al mondo. È stato un momento grandioso".

Nel 1982 era stato cercato dalla Juventus, come si fa a dire di no ai bianconeri?

"Erano solo voci, a me personalmente non è mai arrivata la richiesta di cambiare e penso che il Milan non abbia mai voluto vendermi. Sono cresciuto in questo club e non ho avuto nemmeno il pensiero, quell’anno mi fecero capitano, non so se ero pronto ma ho imparato strada facendo. La mia scelta è stata ricambiata, diventare capitano è stato un onore e uno stimolo enorme".

Da capitano le è mai capitato di difendere i compagni dagli allenatori?

"Non ho mai avuto questi problemi. All’inizio della mia esperienza da capitano non mi sono mai imposto con la voce, perché non contavo niente. Dovevo farmi valere in campo, sono diventato un punto di riferimento con il comportamento. Ho cercato di essere sempre un uomo sincero, di aver coraggio e ispirare i compagni senza lasciare indietro nessuno. Credo che questo sia il segreto".

Il rigore del 1994 nella finale col Brasile l'ha tormentata?

"Tenevo moltissimo a quel Mondiale perché ero capitano, c’erano tanti compagni di club e Sacchi allenatore. Quando mi sono infortunato alla seconda gara il mio morale era sotto i tacchi, vedevo che si stava frantumando la mia occasione. Devo solo ringraziare i miei compagni per aver giocato la finale, la squadra dimostrò grande carattere. E’ stato un successo giocare la finale, poi i rigori fanno parte del gioco. Anni dopo ci è andata meglio nel 2006 sempre ai rigori".

Rimpianti per il Pallone d’oro?

"Sono andato vicino ma davanti a ci fu Van Basten in due occasioni, quindi non ebbi rimpianti".

La top 11 del Milan?

"Come faccio a trovarne undici? Ho avuto la fortuna di aver vissuto tante formazioni e non voglio dimenticare nessuno. Ho avuto compagni meravigliosi, tanti campioni".

Qual è stata l’ultima volta che il Milan recente l'ha fatta emozionare?

"Il Milan ha fatto buone partite, ma deve imporre il proprio gioco con coraggio e non avere paura. Questo aiuta a crescere".

Il ritiro della maglia numero 6 l'ha emozionata?

"Ricordo quell’estate quando Berlusconi decise di togliere la maglia numero 6, fu un gesto emozionante per me. C’è stata sempre riconoscenza nei miei confronti da parte della società, Berlusconi anche lì giocò d’anticipo e sorprese tutti"

Finali di Champions perse nel '93 e nel '95, quale le ha fatto più male?

"Forse Marsiglia, anche se era una squadra molto difficile da affrontare, forte fisicamente. Il Milan in quell’occasione meritava di più. Chiaro che poi su ciò che è venuto fuori dopo uno ci pensa. Ma nelle finali deve girare tutto bene, si vede che era destino".