«Pensavano che mio padre fosse uno snob, ma lui non aveva bisogno di accattivarsi la simpatia di nessuno, il pubblico ce l’aveva a prescindere». Gaia Tortora, vicedirettrice e capo del politico del TgLa7, è descritta come una persona riservata e quando parla di sé, lo fa in relazione alla storia del padre. Attiva su X, ha spesso polemizzato con il collega Marco Travaglio sul giustizialismo mediatico («Poverino, mi chiama Portobella...»). In queste settimane ha commentato con durezza il comportamento dell’opposizione al Ddl per la giornata in memoria delle vittime di errori giudiziari. «Ai partiti di sinistra sembra un dispetto alla magistratura, mi fanno pietà». Sulla serie tv di Marco Bellocchio dedicata a suo padre, Enzo Tortora, dice: «I giovani che non conoscevano la storia hanno capito che non è stato un errore, ma una persecuzione». Ha due figlie, ora è in vacanza con amici e deve occuparsi da sola dell’amatissimo bracco ungherese di undici anni, Beco.
Come fu l’ultima estate “normale” prima del caso Enzo Tortora?
«Ero in Toscana, a Magliano, con mio padre. C’era sempre un po’ di imbarazzo perché - da figlia di separati - lo vedevo poco durante l’anno. Mi sembrava un Matusa, anche se si sforzava di occuparsi di una figlia che combinava di tutto».
Tipo?
«Stavo sempre con la mia migliore amica, Stefania, e lui ci scarrozzava in macchina perché volevamo andare in paese per far colpo sui ragazzetti. Ci acchitavamo con minigonna e gli occhi ricoperti di glitter, ma lui mi dava piena fiducia e non commentava. Oggi a una delle mie figlie avrei urlato di tutto».
Facevate la movida a Magliano manco fosse Ibiza?
«A lui bastava dire che tornavamo a mezzanotte e dormiva sereno. Non aveva la malizia di controllare. Ovviamente ce ne approfittavamo e tornavamo alle cinque».
Non si arrabbiava mai?
«Se non eravamo composti a tavola, rischiavamo di essere messi “faccia al muro”. Ora i ragazzi mangiano con il cellulare, ma certi adulti non scherzano: ero a cena con un illustre procuratore capo e lui ha iniziato prima che gli altri fossero serviti. Da me sarebbe successo il finimondo!».
Come reagì dopo l’arresto?
«Mi misi una corazza, come a dire “Va tutto bene”, ma fingevo. Le conseguenze le avrei avute dopo, anoressia e poi attacchi di panico quando conducevo il Tg. Mentana mi disse: “Perché non me l’hai mai detto?”. Ma come facevo, sarei stata considerata inaffidabile».
Come passò quell’estate dell’83?
«Dopo qualche settimana sentii il bisogno di togliermi dalla cappa soffocante che c’era in casa. Andai in campeggio con Stefania. Anche lì venivamo cazziate perché di sera scappavamo nelle tende dei ragazzi più grandi».
Con la sua amica Stefania è riuscita a vivere un’adolescenza, malgrado tutto?
«Per fortuna, sì. Una volta, alla ricerca di un lavoretto estivo da segretarie, siamo finite in un locale di scambisti, con telecamere, specchi sul soffitto e vibratori. Un’altra volta, in Grecia, senza soldi ci venne voglia di aragosta. Ci facemmo invitare a cena da due ingenuotti, raccontandogli che eravamo due sorelle aristocratiche».
Niente filarino?
«Figuriamoci: l’obiettivo era l’aragosta. Dopo che pagarono il conto scappammo. Altri tempi, magari ora ci sarebbero saltati addosso».
Sua madre si preoccupava?
«Era più scafata di papà, per fregarla dovevo ingegnarmi: avevo calcolato quando era in sonno Rem e tornavo in quella fascia oraria. Una notte ho sforato e me la sono trovata in portineria in vestaglia, ho preso un po’ di ceffoni».
Fra i suoi amici girava droga?
«Tanti prendevano cocaina, io ho sempre detto “No, grazie” e nessuno insisteva. Ora i giovani si sentono obbligati a dire di sì: se non ti conformi alle regole del gruppo, sei fuori».
Enzo Tortora riusciva a fare il padre dal carcere?
«Lo faceva con le lettere, che erano dedicate alla scuola, al mio amato Falcão, ai concerti di Renato Zero. Cercava di mantenermi in un binario di normalità, si rendeva conto che ero solo un’adolescente».
Ora che viaggi ama fare?
«Da sola con gruppi organizzati, mi piace stare con gente che non sa niente di me».
Spesso si formano coppie fra i single in viaggio, mai capitato?
«Non ci penso proprio e se mi fosse capitato non lo racconterei di certo a lei».
Il vaffa a Travaglio su X: se n’è pentita?
«No. Conservo ancora gli sms sguaiati che mi scrisse. Ho sempre diffidato di chi ritiene di avere verità in tasca. L’unica cosa che abbiamo in comune è la passione per Renato Zero».
Condivide la lettura del suo direttore, Enrico Mentana, secondo cui La7 parla a una nicchia anti-Meloni?
«Sono qui da prima di lui, la rete agli inizi era credibile e equilibrata. A poco a poco è diventata la voce dell’opposizione, strategia editoriale comprensibile dopo la demolizione di Rai3. Però non può essere che, se qui dici qualcosa di diverso, sei bollato come fascista».
Che cambiamenti farebbe a La7 senza banalizzare l’informazione?
«Serve uscire dalla comfort zone con nuovi investimenti e poi il coraggio di aprirsi ad altre narrazioni. Altrimenti si rischia di ripetere sempre le stesse cose».
Mentana si è accorto solo oggi che la rete è schierata, c’entrano le sue tensioni contrattuali?
«Non se n’è accorto adesso, ma il disagio è aumentato col passare del tempo».
Se le offrissero il suo posto?
«Io nella mia vita non mi sono mai tirata indietro, ma ora ho smesso di dire sì a ogni costo: qualsiasi offerta mi arrivi, valuterò le condizioni».
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