20 Luglio 2026 – Lettura: 3 minuti
La storica conduttrice di «Un giorno in pretura» critica la spettacolarizzazione del caso Garlasco e della cronaca nera in televisione
Da quasi quarant’anni, Roberta Petrelluzzi racconta i grandi processi italiani sullo schermo di Rai 3. Ma nonostante la riapertura delle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco nel marzo 2025 e tutti gli sviluppi dell’ultimo anno in merito, il caso (uno dei più controversi in assoluto nella storia della cronaca nera italiana) non è mai entrato negli studi del suo rinomato programma Un giorno in pretura. Una scelta che la giornalista ci ha tenuto a rivendicare senza esitazione.
In un’intervista al Corriere della Sera, la Petrelluzzi ha definito quasi con disgusto il clamore mediatico attorno al giallo di Garlasco: «una vergogna, una esagerazione». La ragione è brutale e mostra il disincanto della conduttrice: «Rende tanto e costa poco, mentre noi costiamo tanto e rendiamo poco». Una critica che investe l’intera televisione, che secondo Petrelluzzi sarebbe letteralmente «invasa dalla cronaca nera».
La conduttrice non nasconde l’orgoglio per il lavoro del suo programma, che si distingue proprio per il rigore nella selezione e nella narrazione dei casi. «C’è un tale studio e ragionamento nella costruzione di Un giorno in pretura che dovremmo avere il 30 per cento», ha dichiarato, alludendo agli ascolti che, a suo avviso, il formato meriterebbe. Un format costruito sull’aula di giustizia, come luogo privilegiato per comprendere i fatti, lontano dalla volgare logica dello spettacolo.
Per spiegare il meccanismo che alimenta questi fenomeni, Petrelluzzi ha ricordato la vicenda di Alfredino Rampi, il bambino caduto in un pozzo a Vermicino nel giugno del 1981. Per tre giorni l’Italia rimase incollata alle dirette televisive. Fu «una cosa analoga», ha commentato, rievocando come anche sua madre fosse rimasta coinvolta emotivamente da quella storia. «Si viene presi da una sorta di “magia nera” a cui non ci si riesce a sottrarre. Non ragioni più, diventa una droga». Poi la previsione: «Sono fenomeni che si gonfiano da soli. Una bolla gigantesca, che poi scoppierà sulla testa delle persone».
Alla domanda diretta sul caso Garlasco, la risposta della giornalista è netta: «No, ed è un vanto». Riguardo alla possibilità di occuparsene in futuro, ha lasciato aperto uno spiraglio, ma molto stretto: «Lo farò se si arriverà a processo, ma non con piacere».
Sulla posizione giudiziaria di Stasi, unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, Petrelluzzi ha preso una posizione chiara. «Alberto Stasi è stato assolto per ben due volte. Allora: basta, interrompiamo. Se in primo grado e in appello non sono riusciti a trovare le prove sufficienti, si deve chiudere». Una lettura che rispecchia una visione garantista del processo penale, in netto contrasto con il processo mediatico in corso da oltre un anno.
Nel colloquio con il Corriere, Petrelluzzi ha anche allargato lo sguardo su un tema ben più ampio e complesso. A questo proposito, ha citato Angelo Izzo, il protagonista del massacro del Circeo, come incarnazione di un «male vero» che va distinto dalla follia clinica. «La follia è quella dell’accoltellatore a Milano fuori da un bar che dice: “Mi sono divertito, quando esco lo rifaccio”». Per la giornalista, «la diffusione delle malattie mentali è una grande piaga di oggi», un problema sociale che la televisione tende spesso a sfruttare piuttosto che analizzare.