okayduckyachtclub.xyz

Gas, l’allarme dell’economista: “Forniture del Qatar ferme. Pagheremo caro l’inverno”


Roma, 10 settembre 2026 – Il gas resta sotto pressione, il petrolio risente delle tensioni geopolitiche e in Europa torna a farsi strada l’ipotesi di riattivare le centrali a carbone. Al centro della crisi sempre lo Stretto di Hormuz che – spiega Alessandro Lanza, direttore esecutivo della Fondazione Eni Enrico Mattei – oggi appare impossibile da aggirare.

Lanza, il prezzo del gas continua a preoccupare. Perché?

“È strettamente legato alle dinamiche di tutti gli idrocarburi e quindi anche del petrolio. Sul mercato petrolifero continuano a esserci tensioni perché la situazione nello Stretto di Hormuz non è ancora risolta. Questo porta con sé una dinamica di prezzi in ascesa e quindi la preoccupazione permane”.

Si parla della possibilità di aggirare lo Stretto di Hormuz. È realmente fattibile?

“Lo Stretto di Hormuz è il passaggio obbligato per tutti quelli che vogliono portare via il greggio dai Paesi del Golfo, dall’Arabia Saudita, e il gas che il Qatar esportava in grandi quantità verso il Giappone. Tutto questo è fermo e non c’è modo di aggirarlo nell’immediato”.

Ma c’è un’alternativa?

“Esiste una pipeline che porta il greggio verso il Mar Rosso, ma bisognerebbe rimetterla in funzione e sarebbe necessario evitare che venisse colpita, perché è esposta”.

Gli italiani cosa devono aspettarsi?

“Quello che sta accadendo: i prezzi stanno salendo e ci troviamo di fronte alla possibilità di un inverno ancora caratterizzato da tensioni, anche sul costo del riscaldamento. Questo scenario è in parte ammortizzato dalle scorte che i Paesi europei hanno accumulato durante l’estate, anche se a prezzi più elevati rispetto al passato”.

In Europa si torna a parlare anche di carbone. È una strada percorribile?

“In linea teorica sì. Le centrali elettriche sono fondamentalmente alimentate a gas naturale o a carbone. Naturalmente non è possibile passare da una fonte all’altra semplicemente girando un interruttore: servono investimenti e decisioni precise. In Italia, per esempio, in Sardegna ci sono almeno due centrali alimentabili a carbone che oggi sono ferme. Si potrebbe pensare di rimetterle in funzione”.

Quali sarebbero i rischi?

“Investire nel carbone comporta anche un rischio economico. Se questa tensione dovesse cessare rapidamente, ci ritroveremmo con investimenti che potrebbero diventare inutili”.

E sulle rinnovabili?

“Bisognerebbe farne sempre di più. Avremmo dovuto costruirne molte di più di quanto abbiamo fatto finora. Una parte del problema del cambiamento climatico deriva proprio dal fatto che abbiamo continuato a bruciare fonti fossili”.

Ma sono soluzioni che richiedono tempo.

“Non si sistemano le cose domani mattina. Il punto è che il sistema elettrico italiano, così come quello europeo e mondiale, avrebbe dovuto essere molto più guidato dalle risorse rinnovabili e molto meno dalle fonti fossili. È un problema che ci portiamo dietro da venti o trent’anni”.

Quindi abbiamo perso tempo?

“Abbiamo promesso molte volte di crescere, anche attraverso i vari trattati legati al cambiamento climatico, di cui adesso pare che nessuno si occupi più. Ma il tema passava anche dalla costruzione di centrali elettriche alimentate dall’eolico e dal fotovoltaico”.

Nel breve periodo, quindi, i prezzi sono destinati a rimanere sotto pressione?

“Sì, bisogna guardare all’evoluzione della crisi e alle decisioni della politica americana”.