Le leggi cominciano prima di essere scritte. Cominciano nelle parole attraverso le quali una società decide chi deve essere temuto, chi deve essere sorvegliato e chi, infine, può essere sacrificato per rassicurare l’opinione pubblica.
È per questo che la definizione di disegno di legge “anti-maranza” non costituisce un innocuo espediente comunicativo. “Maranza” non è una categoria giuridica e non compare nel titolo ufficiale del provvedimento, che si limita a parlare di ‘modifiche in materia di imputabilità del minore’. È invece un’etichetta sociale mobile, caricata nel tempo di riferimenti generazionali, territoriali, culturali e migratori. La stessa Accademia della Crusca ha rilevato che il termine è frequentemente associato a ragazzi italiani di seconda generazione o di origine nordafricana e che il suo uso ha favorito la proliferazione di stereotipi e contenuti razzisti. Prima ancora che un giudice accerti un fatto, dunque, la parola rischia di avere già costruito il colpevole collettivo.
Il 23 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta della presidente Giorgia Meloni e del ministro della Giustizia Carlo Nordio, un disegno di legge che modifica l’articolo 98 del Codice penale. La soglia minima dell’imputabilità rimane fissata a quattordici anni e la proposta non introduce automaticamente pene più severe. Cambia, però, il punto di partenza: tra i quattordici e i diciotto anni la capacità di intendere e di volere sarà presunta fino a prova contraria. Non si tratta, naturalmente, di una presunzione di colpevolezza: il fatto contestato e la responsabilità dell’imputato dovranno comunque essere provati. Ciò che viene presunto è il presupposto soggettivo che rende il minorenne penalmente imputabile. Ma proprio per questo il cambiamento è tutt’altro che secondario.
Il disegno di legge interviene anche sull’articolo 9 del D.P.R. 448 del 1988, uno dei cardini del processo minorile. Oggi pubblico ministero e giudice acquisiscono elementi sulle condizioni personali, familiari, sociali e ambientali del ragazzo anche al fine di accertarne l’imputabilità. Nel nuovo testo questo riferimento viene eliminato dalla disposizione generale e sostituito con la previsione secondo cui tali elementi, ai fini del giudizio sull’imputabilità, potranno essere acquisiti. Il verbo cambia: ciò che era parte necessaria dell’accertamento individuale diventa una possibilità. È ancora un disegno di legge e dovrà essere discusso dal Parlamento, ma la direzione culturale è già chiaramente indicata. La modifica può apparire tecnica, ma contiene un rovesciamento profondo dello sguardo.
Nel sistema attuale lo Stato è chiamato a domandarsi chi sia il ragazzo che ha davanti, quale sia il suo grado di maturazione, quale comprensione abbia avuto del significato e delle conseguenze del proprio comportamento. Con la nuova impostazione, la risposta precede la domanda: il ragazzo viene considerato in partenza sufficientemente maturo per rispondere penalmente del fatto; l’eventuale immaturità dovrà emergere come eccezione.
È qui che si manifesta un processo di adultizzazione della giustizia minorile. Non perché venga formalmente cancellata ogni differenza tra minorenne e adulto, ma perché si riduce il peso attribuito alla condizione evolutiva. L’adolescente viene trattato come abbastanza adulto quando deve essere punito, mentre continua a essere considerato troppo giovane quando chiede ascolto, autonomia, partecipazione e possibilità di incidere sulla società. Grande abbastanza per rispondere come un adulto, piccolo abbastanza per non avere voce. Il punto non riguarda soltanto il diritto penale. Riguarda il modo in cui il mondo adulto ha progressivamente smesso di riconoscere l’adolescenza come un’età della vita e ha cominciato a rappresentarla come una realtà separata, estranea e potenzialmente ostile.
Tra la clinica e la caserma
Da tempo, nei confronti dell’adolescenza, si stanno affermando due paradigmi apparentemente opposti. Da una parte quello della diagnosi e della terapia: l’adolescente è fragile, problematico, malato, bisognoso di essere curato e normalizzato. Dall’altra quello del controllo e della repressione: l’adolescente è pericoloso, privo di valori, violento, bisognoso di sorveglianza e punizione. Il primo conduce alla moltiplicazione di diagnosi, ricette genitoriali e terapie prêt-à-porter. Il secondo conduce a nuovi reati, misure restrittive, controlli di polizia e irrigidimenti della risposta penale. Ma, nonostante le differenze, entrambi condividono uno stesso presupposto: l’adolescente sarebbe un soggetto sbagliato che l’adulto competente deve correggere. In entrambi i casi scompare la dimensione propriamente pedagogica. Scompare cioè la relazione, la reciprocità, l’ascolto, la costruzione condivisa di un percorso tra adulti competenti e ragazzi.
Il terapeuta prende il posto dell’educatore, il poliziotto prende il posto dell’educatore, ma il ragazzo rimane oggetto dell’intervento altrui: qualcuno da guarire o da contenere, raramente una persona con la quale entrare in relazione. Naturalmente, questo non significa negare la necessità della presa in carico psicologica o psichiatrica quando esiste un disagio clinico, né rinunciare all’intervento delle forze dell’ordine di fronte a comportamenti violenti. Significa rifiutare che terapia e repressione diventino le uniche lenti attraverso cui guardare un’intera generazione. Il paradigma pedagogico-sociale non esclude la cura sanitaria o il limite giuridico: impedisce che essi sostituiscano l’educazione e, soprattutto, agisce sulla prevenzione e non sull’emergenza. A essere progressivamente accantonato è dunque il lavoro educativo svolto nei territori e nei contesti informali: gli educatori di strada, i centri giovanili, il lavoro nelle comunità, l’educativa scolastica, il sostegno alle famiglie, i luoghi nei quali gli adolescenti possono incontrare adulti pedagogicamente autorevoli senza essere immediatamente giudicati o diagnosticati.
Questo lavoro è più lungo, faticoso e meno visibile di un intervento repressivo o di un giudizio diagnostico. Non produce l’immagine rassicurante di una pattuglia, non consente di annunciare una nuova pena e difficilmente diventa il titolo di apertura di un telegiornale. Richiede continuità, competenze, risorse e la capacità degli adulti di tollerare anche ciò che appare disturbante, conflittuale o non conforme alle loro aspettative. Eppure è proprio questo il lavoro che può prevenire la trasformazione di un disagio in comportamento antisociale, di un conflitto in violenza, di una divergenza in una carriera deviante.
Da questo punto di vista, appare quasi simbolico che il disegno di legge si chiuda con una clausola di invarianza finanziaria: il cambiamento dovrà essere attuato senza nuovi o maggiori oneri per lo Stato. Rovesciare una presunzione giuridica, almeno sulla carta, non costa nulla. Costruire un welfare educativo, invece, costa. Costa denaro, tempo, formazione professionale e responsabilità politica. La prima soluzione offre un risultato comunicativo immediato; la seconda obbliga il mondo adulto a impegnarsi per anni.
È comprensibile, allora, perché la repressione possa apparire più comoda. Punire significa concentrare tutta la responsabilità sull’atto del ragazzo. Educare significa chiedersi anche che cosa gli adulti, le istituzioni e la comunità non abbiano saputo vedere o fare prima che quell’atto venisse commesso.
La stessa logica verticale attraversa spesso il modo in cui la politica rappresenta il rapporto tra famiglie e figli. Alla responsabilità educativa tende a sostituirsi un’idea proprietaria: il figlio deve corrispondere al modello scelto dall’adulto, deve uniformarsi, obbedire e restituire l’immagine desiderata. Ma la responsabilità educativa è il contrario della proprietà. Non attribuisce all’adulto il diritto di plasmare unilateralmente il ragazzo. Gli chiede, piuttosto, di accompagnarlo verso l’autonomia, accettando di mettere in discussione le proprie aspettative, i propri linguaggi e perfino i propri errori. Educare non significa costringere le nuove generazioni a indossare i modelli preparati da quelle precedenti. Significa “camminare insieme”, mantenendo la necessaria asimmetria della responsabilità adulta senza trasformarla in dominio. Significa porre confini, ma anche spiegare quei confini; chiedere responsabilità, ma anche assumersi responsabilità; pretendere rispetto, ma riconoscere per primi l’adolescente come interlocutore.
La pedagogia comincia quando l’adulto rinuncia a considerarsi soltanto giudice e accetta di essere parte della relazione. È precisamente questa messa in discussione che la scorciatoia repressiva consente di evitare.
I numeri e il panico morale
La domanda dovrebbe allora essere molto semplice: il sistema vigente ha davvero prodotto una vasta area di impunità dovuta all’immaturità dei ragazzi? I dati richiamati da Save the Children sembrano indicare il contrario. Le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità emesse dal giudice dell’udienza preliminare sono passate dalle 256 del 2004 alle 110 del 2014, fino alle 60 del 2024. Nello stesso 2024, i proscioglimenti pronunciati dal Tribunale per i minorenni per la medesima ragione sono stati soltanto quattro. Si interviene dunque con grande enfasi politica su un istituto applicato in un numero estremamente limitato di casi.
Anche l’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile invita a distinguere tra l’esistenza di episodi gravi e la costruzione di una presunta emergenza generalizzata. Nel 2024 le segnalazioni di minorenni sono aumentate quasi del 17 per cento, ma l’incremento scende al 12 per cento considerando le prese in carico da parte dell’autorità giudiziaria e al 2 per cento guardando agli ingressi effettivi nel sistema della giustizia minorile. Secondo i dati Eurostat citati dal rapporto, il tasso italiano di minorenni denunciati, 363,4 ogni centomila abitanti, risulta nettamente inferiore alla media europea di 647,9. Nel frattempo, le presenze negli istituti penali minorili sono passate da 381 alla fine del 2022 a 572 alla fine del 2025.
Questi numeri non autorizzano a sottovalutare le aggressioni, le rapine o le altre forme di violenza giovanile. Ogni vittima ha diritto a essere protetta, ascoltata e risarcita. Ma i dati rendono almeno contestabile la rappresentazione di una generazione fuori controllo e suggeriscono che ad ampliarsi sia stata anche la reazione penale.
È precisamente questo lo schema del panico morale: singoli episodi, spesso gravi e altamente visibili, vengono presentati come manifestazioni ordinarie di un’intera categoria. La reiterazione mediatica produce una percezione sproporzionata del pericolo; la paura genera una domanda di punizione; la politica trasforma quella domanda in provvedimenti che, a loro volta, sembrano confermare l’esistenza dell’emergenza. La legge non risponde più alla realtà del fenomeno, ma alla realtà della paura. L’etichetta “maranza” compie un passo ulteriore in questa direzione. Non descrive soltanto un comportamento, ma fabbrica un’identità. Abbigliamento, musica, linguaggio, quartiere, provenienza familiare e presenza nello spazio pubblico vengono compressi in una figura unica, quella del ragazzo pericoloso. Non si giudica più ciò che una persona ha fatto, ma si presume ciò che essa sia. Non “hai commesso un reato”, ma “sei un delinquente”. Non “hai esercitato violenza”, ma “sei un maranza”.
È il rischio di etnicizzazione dell’adolescenza: un gruppo sociale eterogeneo viene rappresentato come una minoranza compatta, separata dal resto della società, caratterizzata da valori e comportamenti incompatibili con quelli della comunità adulta. La parte dominante attribuisce un’identità alla parte subalterna, la definisce e la stigmatizza, fino a rendere naturale la sua esclusione.
A questo processo si accompagna la de-juvenilizzazione, cioè la sottrazione all’adolescente del riconoscimento della sua età evolutiva. L’errore non viene più interpretato dentro un percorso ancora aperto, ma congelato in un’identità definitiva. Il comportamento diventa carattere, il conflitto diventa natura, il reato diventa destino.
Criticare questa impostazione non significa sostenere il laissez-faire. Non esiste una pedagogia credibile senza regole, limiti e conseguenze. Chi aggredisce, rapina o umilia un’altra persona deve essere fermato. Il danno deve essere riconosciuto e, per quanto possibile, riparato. Il ragazzo deve essere posto nelle condizioni di comprendere la gravità del proprio comportamento e di assumersene la responsabilità. Ma responsabilizzare un adolescente non equivale a trattarlo come un adulto in miniatura. La responsabilità educativa non si esaurisce nell’inflizione della pena. Richiede di costruire le condizioni affinché il ragazzo possa comprendere il fatto, riconoscere la vittima, modificare il proprio comportamento e rientrare nella comunità senza essere definitivamente identificato con il reato commesso.
Di fronte a un minorenne, ogni provvedimento giudiziario dovrebbe conservare uno sguardo rieducativo. Dovrebbe domandarsi che cosa sia ancora possibile fare per accompagnare quella persona verso il protagonismo, la capacità critica e l’autonomia. Dovrebbe aiutarla a sottrarsi ai ricatti consumistici, identitari e ideologici che possono alimentare la ricerca di riconoscimento attraverso il denaro, l’ostentazione, il dominio o la violenza.
La giustizia minorile non è meno rigorosa quando prova a recuperare un ragazzo. È più esigente. Non si limita a produrre obbedienza attraverso la paura della pena, ma pretende un cambiamento consapevole. Non chiede semplicemente al minorenne di conformarsi al mondo adulto, ma lo accompagna a diventare autore responsabile della propria vita. Una politica realmente severa dovrebbe esserlo innanzitutto con le proprie responsabilità. Dovrebbe chiedersi perché in molti territori manchino educatori di strada, centri giovanili, sostegno psicologico accessibile, mediazione scolastica, servizi sociali adeguati e opportunità reali di partecipazione. Dovrebbe inoltre riconoscere che prevenzione non significa soltanto controllare anticipatamente chi viene considerato pericoloso. Prevenire significa costruire relazioni prima che il disagio diventi violenza, intercettare l’isolamento prima che venga trasformato in appartenenza criminale, offrire riconoscimento prima che il riconoscimento venga cercato attraverso il dominio sugli altri.
Uno Società Civile, uno Stato di Diritto, deve saper dire a un quindicenne che la violenza produce conseguenze. Ma deve anche continuare a vedere, dentro quel quindicenne, una persona che non coincide definitivamente con il proprio errore. La vera sicurezza non consiste nell’aumentare il numero dei minorenni che possono essere processati. Consiste nel ridurre il numero dei ragazzi che arrivano a commettere un reato. Per riuscirci, però, non basta modificare un articolo del Codice penale. Occorre ricostruire una responsabilità educativa collettiva e accettare la parte più difficile del lavoro: cercare un linguaggio, creare una relazione, sperimentare forme nuove di comunicazione e mettere in discussione anche il mondo degli adulti.
Da questo punto di vista, il cosiddetto disegno di legge “anti-maranza” rischia di rappresentare il punto più basso del paradigma con cui la politica guarda agli adolescenti. Non perché i loro comportamenti debbano essere giustificati, ma perché la paura adulta viene trasformata in criterio legislativo e la complessità educativa viene sostituita con una presunzione. Quando una comunità ha bisogno di trasformare i propri figli in un nemico interno per sentirsi più sicura, il problema non riguarda soltanto quei figli. Riguarda soprattutto la comunità adulta che, non sapendo più come parlare con loro, ha scelto di giudicarli prima ancora di ascoltarli.