La procura di Larino ha deciso di chiedere al giudice per le indagini preliminari una proroga di sei mesi per le indagini sulla morte di Sara Di Vita e della madre Antonella Di Ielsi, avvelenate con la ricina a Pietracatella, in provincia di Campobasso, a dicembre 2025, durante le festività natalizie.
Continuano intanto gli interrogatori, mentre si attendono gli esiti definitivi degli accertamenti affidati agli esperti del Robert Koch-Institut di Berlino sui 131 campioni prelevati il 30 luglio nella casa della famiglia Di Vita.
Secondo il criminologo Aldo Di Giacomo, non si può escludere che, dopo questi primi sei mesi, possa esserci un'ulteriore proroga (fino a complessivi 18 mesi) perché sul caso, sottolinea, "c'è ancora troppa confusione".
Tornando ai primi momenti in cui madre e figlia iniziarono a stare male, rivolgendosi a strutture sanitarie, Di Giacomo sottolinea un elemento che, a suo avviso, avrebbe potuto accelerare le indagini.
“Il periodo natalizio è quello di massima diffusione di patologie gastrointestinali: un elemento che, evidentemente, gioca un brutto scherzo a chi lavora in ospedale" sottolinea.
“Ma quando la situazione è diventata complessa da un punto di vista medico, il primario del reparto, insieme ai colleghi, intuisce che si tratta di avvelenamento. Questo è un dato di fatto che emerge in modo molto chiaro dagli atti, perché ricordo che gli unici iscritti sul registro degli indagati (per omicidio colposo nel filone parallelo, ndr) sono i medici che hanno seguito il caso sia in ospedale sia le diverse guardie mediche”.
Secondo la ricostruzione del criminologo, i sanitari chiamarono il Centro Antiveleni di Napoli, che confermò il sospetto di avvelenamento. “Ciò significa che le indagini potevano iniziare molto prima, già a gennaio (il fascicolo per duplice omicidio contro ignoti è stato aperto a marzo, ndr). Per questo c’è stato un ritardo. Non è solo una questione di tempo: le informazioni che si potevano avere, se raccolte velocemente, sarebbero state importanti”.
Il criminologo Di Giacomo ribadisce che, secondo la sua opinione, si tratta di un delitto di prossimità. "È necessario capire la coerenza tra il movente ipotizzato, la scelta delle vittime e la condotta omicidiaria” afferma.
Nessuno è ancora indagato e ci sono ancora vari punti da chiarire. Sul fatto che Gianni Di Vita sia risultato negativo ai test per la ricina, Di Giacomo lo definisce “un elemento oggettivo che non gioca a suo sfavore”. Sul malessere del marito e padre delle vittime, che l'aveva spinto a rivogersi in ospedale negli stessi giorni, invita invece a una riflessione.
“Gianni Di Vita è stato con la moglie e la figlia per giorni vedendole soffrire. Questa situazione può aver creato in lui un allarme emotivo e psicologico, tale da fargli temere per la propria vita? Non è un elemento da escludere”.
Il criminologo torna sul nodo del fascicolo ancora contro ignoti. “Le indagini preliminari non sono il processo e servono a raccogliere gli elementi necessari anche per procedere all'iscrizione nel registro degli indagati ed è a tutela dell’indagato stesso”, sottolinea.
“Ho l’impressione che si voglia arrivare all’iscrizione nel registro di indagati di pochissime posizioni, sulle quali puntare tutta l’attenzione dopo. Ma questo, secondo me, è un errore”.
Alla domanda se la situazione rappresenti un'anomalia, Di Giacomo non ha dubbi: "Sì, perché significa che si brancola nel buio”.