«C’è un dolore che raggiunge un apice o una profondità talmente forte che o muori tu insieme al dolore che provi oppure questo dolore ti dà la forza di vivere». Gianni Amelio parte da qui per spiegare Nessun dolore, il film che presenta alla Mostra del Cinema di Venezia Fuori Concorso, con Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea, in sala dal 24 settembre distribuito da 01 Distribution.
Borghi interpreta Davide, un trentenne che vende libri usati in una piazza di Roma. Un giorno un bambino nordafricano gli viene affidato quasi all’improvviso e comincia a seguirlo ovunque. Quando un incidente lascia il bambino in pericolo di vita, Davide viene travolto dal senso di colpa. In un pronto soccorso incontra poi Aminah, un’adolescente algerina incinta, appena arrivata in Italia via mare e senza un posto dove andare. La ospita a casa. Nei giorni successivi arrivano altre persone, finché quell’appartamento diventa un rifugio e i vicini lo denunciano. Davide finirà in carcere.
Più di trent’anni dopo Lamerica, Amelio torna quindi a interrogarsi sulle migrazioni. Ma il punto da cui parte a Venezia è il dolore. Il titolo viene da alcuni versi di Mario Luzi presenti nel film, che Amelio cita per spiegare che cosa abbia cercato di raccontare: «C’è un dolore che raggiunge un apice o una profondità, come vogliamo chiamarla, talmente forte che o muori tu insieme al dolore che provi oppure questo dolore ti dà la forza di vivere. Quindi il film questo vuole dire, quando dice Nessun dolore: nessun dolore ha la forza di ucciderti, perché così deve essere. Guai se è il contrario, perché tutti quanti noi più o meno abbiamo dolori forti, piccoli, grandi, ci sono dolori inammissibili».

Il cast di Nessun Dolore
Daniele VenturelliPoi parla di sé, ma soltanto fino a un certo punto: «Io so per me qual è un dolore inammissibile, magari qualcuno di voi lo comprende ma io non lo dico. Quel dolore inammissibile ti uccide, però da quel dolore inammissibile tu puoi ricominciare la vita». E precisa: «Non è che sia un film felice, ma è un film che dà e vuole vitalità, anzi vita».
Quando torna a parlare delle migrazioni, Amelio non considera Nessun dolore una semplice prosecuzione di Lamerica. Nel frattempo, dice, il fenomeno ha assunto «dimensioni da tragedia» ed è diventato «il problema dei problemi». Chiama in causa anche l’attuale presidente degli Stati Uniti e quella che definisce una politica «suicida», ricordando che gli Stati Uniti sono stati per decenni una terra di accoglienza. E insiste sul fatto che la questione non possa essere lasciata a un solo Paese: «Non è una Spagna o un’Italia che si deve prendere il peso di un problema da sola, ci vuole una coesione». Poi sintetizza: «Per l’accoglienza basta il cuore, per l’inserimento c’è la politica».
A chi gli chiede della parola «remigrazione» e di Vannacci risponde: «Posso dire che è una mala parola, la parola remigrazione. È un neologismo anche grammaticalmente sbagliato. Non l’avrei mai immaginato quando ho fatto Lamerica. E che cos’è la differenza tra quel tempo e l’oggi? Che in tutte le emigrazioni c’è un che di felice, c’è qualcosa di felice, perché c’è comunque la prospettiva di arrivare alla vita in un posto migliore dal quale tu sei partito».
Oggi, secondo Amelio, quella prospettiva si è fatta molto più cupa: «Sei partito da una guerra, sei partito da una carestia, sei partito dalla fame, sai che non troverai le stesse cose. Adesso sai che o troverai un fucile puntato o morirai prima, perché morirai sul Mediterraneo diventato una tomba, oppure non troverai se non la fine dei tuoi giorni. E quello che tu hai lasciato addirittura potrebbe essere migliore di quello che tu trovi. Questo è il mondo di oggi». Fino alla conclusione: «È un mondo che si sta, o si è definitivamente, imbarbarito».
Amelio non vuole però che Davide venga letto come un santo. Spiega a lungo che avrebbe «totalmente sbagliato il racconto» se avesse costruito «una specie di frate laico» che va per Roma a raccogliere persone da portarsi a casa. Davide, invece, si trova in pronto soccorso, vede una ragazza senza un posto dove andare e le offre una notte. Poi arrivano altre persone, lui prima reagisce, si arrabbia quando vede invaso il proprio spazio, e soltanto dopo cambia atteggiamento.
Ed è qui che Amelio torna al limite dell’iniziativa individuale: «L’individuo non ha più possibilità. In questo senso dico che ci vuole la politica». Borghi aggiunge un augurio molto semplice: gli piacerebbe che potesse esistere «un’altra versione del film in cui non c’è bisogno che Davide ospiti nessuno perché se ne occupano le istituzioni».
Quando gli chiedono perché all’inizio sia proprio un uomo a ritrovarsi con un bambino affidato alle proprie cure, Amelio racconta un pezzo della sua vita: «Spesso ci si fa guidare dalla propria esperienza, dalla vita, perché devi metterti in gioco ogni volta che racconti e a me è capitato questo. Lei magari non lo sa, però io ve lo dico adesso. Io ho adottato un ragazzo albanese, ma l’ho adottato tramite suo padre naturale. Io sono diventato amico di suo padre naturale che poi mi ha spinto ad adottare suo figlio. E allora chiaramente non andavo troppo lontano, no? Quindi ho parlato di me cercando di parlare di tutti e per tutti».
Anche i libri che circondano Davide hanno qualcosa di personale. «I libri dovrebbero camminare», precisa Amelio. «È un mio desiderio che i libri si passino di mano in mano come si faceva una volta. Per esempio, io regalo molti libri, ma non perché me ne voglia disfare, ma perché mi fa piacere che un’altra persona legga quel libro». Racconta delle bancarelle che stanno scomparendo e delle edicole trasformate in negozi di souvenir, fino a una constatazione: «In Italia si scrive più di quanto si legge».
Per Alessandro Borghi, la difficoltà era anche nella distanza dal protagonista: «La vera sfida di fare questo film per me è stata che ogni volta che dovevamo mettere in scena una scelta, nell’80 per cento dei casi io non avrei fatto quello che ha fatto il mio personaggio. È stato un viaggio impegnativo, di mettermi in discussione ogni volta». Borghi riconosce di condividere con Davide «un’attenzione e una sensibilità rispetto ad alcuni temi», ma non le sue reazioni. «Su molte cose ho trovato delle grandi distanze e mi sono divertito a trovarle».
Il senso di colpa è stato uno dei punti più complicati da attraversare. Parlando delle scene in cui la casa si riempie, Borghi dice: «Fa proprio parte di questo meccanismo, di questo processo che Davide mette in moto, mangiato dal senso di colpa e cercando di ricostruire, di sanare per quanto possibile questa ferita. Io ho detto di dare indietro tutto quello che può, ma in realtà anche di arrestarsi nel dolore per cercare una sorta di redenzione».

Gianni Amelio e Alessandro Borghi
Carlo Paloni/Getty ImagesNel film Amelio ha voluto utilizzare anche un elemento reale di Borghi. Alla domanda sul tic di Davide, l’attore risponde direttamente: «Io ho la sindrome di Tourette. Quello è un tic che ho. E lui mi ha guardato e mi ha detto: “Mettilo nel film”». Borghi spiega che Amelio ama lasciare nei personaggi dettagli che hanno una storia conosciuta da loro ma non necessariamente raccontata allo spettatore. Hanno deciso di utilizzarlo, continua, anche in rapporto allo stato emotivo di Davide: «Il tic per me è sempre un segnale di allarme. Quando sono molto stressato, quando sono molto sotto pressione, mi aumenta. Ed è esattamente quello che poi succede nel film. Quindi, in base alle scene che abbiamo fatto, abbiamo deciso insieme quando farlo vedere di più, quando farlo vedere di meno».
Valeria Golino parla invece del rapporto con Amelio e di quello che significa farsi dirigere dopo molti anni di mestiere: «Lui mi ha insegnato una cosa nuova di me che non sentivo più da quando ero ragazza, quindi cercare di obbedirgli a tutti i costi anche quando non ero d’accordo. E come spesso succede, non sei sempre d’accordo con il tuo regista, e più vai avanti negli anni più il tuo disaccordo puoi anche esprimere, perché come attore che lavora da tanto tempo hai più autorevolezza di prima». Con Amelio, racconta, è successo il contrario: «Io l’ho persa completamente questa autorevolezza, chiamiamola così, e lì mi sono rimessa dentro una specie di umiltà. Cioè l’umiltà del sapere di meno, oppure l’umiltà del farmi completamente dirigere, abitare dal suo universo, dal modo in cui lui vede le cose».

Gianni Amelio
Daniele VenturelliGolino parla anche di vulnerabilità e di quanto sia difficile accettare l’aiuto degli altri: «Non ci si sente bene a essere vulnerabili», dice. «Improvvisamente cominciano ad accadere delle cose all’interno di sé e ci si trova in lotta tra la propria vulnerabilità e la volontà di essere forti».
Poi arriva a un pensiero più ampio: «Non è semplice accettare l’aiuto che ci viene offerto. Però dall’altro canto va anche detto che i rapporti umani sono basati solo su questo, perché anche se gli altri non ci sono, se non li vediamo, l’esistenza non ha senso. Non esistiamo soltanto perché ci siamo per noi stessi, ma perché ci sono gli altri».
Alla fine Amelio non offre soluzioni, né sull’accoglienza né sul dolore. Sul primo dice che senza politica il cuore non basta. Sul secondo si ferma prima: «Io so per me qual è un dolore inammissibile, magari qualcuno di voi lo comprende ma io non lo dico». Poi aggiunge soltanto, la cosa più importante, che da quel dolore «puoi ricominciare la vita».

Valeria Golino e Alessandro Borghi
Carlo Paloni/Getty Images