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Gianni Amelio al Festival di Venezia: «Lasciamo un mondo sbagliato ai nostri figli: è il mio rimorso»


Il 3 settembre è un giorno fortunato nella carriera di Gianni Amelio: ventotto anni fa, proprio il 3 settembre del 1998, il regista vinse il Leone d’oro con «Così ridevano». E quattro anni prima, con «Lamerica», aveva raccontato, sempre al Lido, e tra i primi, gli sbarchi dei migranti dall’Albania, vincendo l’Osella per la migliore regia. Oggi il maestro torna ad affrontare i temi della migrazione e dell’accoglienza con «Nessun dolore», che ieri ha presentato in anteprima fuori concorso alla Mostra, prima dell’uscita in sala il 24 di questo mese. «Il film nasce da un bisogno lontano» spiega Amelio: «Volevo andare oltre il racconto dell’esodo, oltre quel finale sospeso su una nave in mezzo all’Adriatico. Che cosa è cambiato da allora, chi è l’immigrato? Qualcuno da accogliere o da respingere? Un estraneo pericoloso, o un nuovo amico? Negli ultimi anni il nodo non si è sciolto, anzi il problema si è esasperato, e non si vede in prospettiva una soluzione ragionevole».

La mostra di Venezia, da Moretti a De Angelis. E Martone fuori concorso

Al centro del film la storia di un giovane uomo, lo interpreta Alessandro Borghi, che vende libri usati in una piazza di Roma, con l’affettuosa «complicità» della sua cliente più fedele, Valeria Golino. Qualcosa, però, nella vita del protagonista si incrina quando un giorno, per strada, gli viene «consegnato», come un pacco, un bambino del Nordafrica, che comincia a seguirlo in silenzio. Poi un incidente, la corsa in ospedale, una catena di eventi imprevedibili fanno precipitare l’uomo in un inferno personale di smarrimento e di rimorsi. Borghi è tornato sul set con Amelio dopo l’esperienza di «Campo di battaglia». Dice: «Gianni mi ha portato ancora una volta in territori per me emotivamente inesplorati, ho imparato molto dal mio personaggio. Credo che il cinema debba sollecitare domande che hanno a che fare con l’individualità, ma anche con la società, con il senso di responsabilità, con l’empatia».

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Per spiegare il titolo, «Nessun dolore», il regista cita dei versi di Luzi, tira in ballo i corsi e ricorsi di Vico. «C’è un momento della vita», spiega, «in cui il dolore è talmente insostenibile che non lascia scelta. O si muore, oppure quella sofferenza diventa il punto di partenza per una nuova vita». La cosa più difficile, conclude, è quella di riconoscerci come esseri umani: «Il mondo è radicalmente cambiato, trent’anni fa non ci saremmo aspettati una deriva di questa natura, che non riguarda solo l’accoglienza dell’altro, ma il nostro aridimento, nato forse dalla paura. Le persone non hanno la forza di condividere sentimenti e pane». A 83 anni, guarda alla realtà con il pessimismo della ragione: «Sono vecchio e il mondo che lascio a mio figlio e alle mie nipoti non è bello. Avevo tante speranze e adesso non gliele so più trasmettere. Ma se l’intelligenza mi induce a essere pessimista, con la volontà voglio essere ottimista fino in fondo». Che cosa si impara sul set con Amelio, Valeria Golino? «Ho fatto il film per vederlo lavorare, avevo voglia di capire cosa significa essere guardata da lui».