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Giorgia Pelacchi: “Nell’otto servono otto professioniste unite da un sogno"


Determinazione, passione, voglia di andare sempre più in alto. Una sfavillate Giorgia Pelacchi è stata ospite di una delle ultime puntate di Focus, rubrica di approfondimento in onda sul canale YouTube di OA Sport a cura di Alice Liverani, per raccontare la sua bellissima progressione nel mondo del canottaggio, culminata con la partecipazione alle Olimpiadi di Parigi 2024, dove ha centrato il sesto posto nell’otto femminile.

Ho avuto un passato nel quattro di coppiaha detto l’azzurra ripercorrendo il suo percorsoLa mia carriera è iniziata in coppia come capovoga. Poi però i tecnici mi hanno provata sull’otto e da lì è cambiata la mia carriera: me ne sono innamorata. Ho una preferenza innata per la punta piuttosto che per la coppia. È importante che i tecnici conoscano bene le nostre capacità. Nell’otto bisogna mettere ragazze potenti, con i watt e con una certa caratura fisica: si smuove una massa importante. Servono i propri muscoli per mandare la barca in velocità. Ogni equipaggio ha le proprie caratteristiche: dalla sala motori al capovoga, mentre in coda, cioè al sette e all’otto, si mettono le più leggere. L’otto è composto da ruoli specifici e gli allenatori, conoscendoci dopo tanti anni, sanno dove ognuna di noi riesce a esprimere al meglio le proprie qualità”. 

Pelacchi ha poi proseguito:Ogni imbarcazione è un pezzo di cuore. Con il quattro di coppia ho vinto il primo Mondiale e cantato per la prima volta l’Inno. Ma è anche una barca pesante; molto più leggera è il quattro senza. Le emozioni più grandi, però, sono arrivate con l’otto, la barca più veloce. Vorrei aver fatto gli stessi risultati anche con il quattro senza. Siamo otto donne: su otto fai fatica a pensare che abbiamo tutte la stessa mentalità, né eravamo tutte amiche. Ma eravamo otto professioniste con un sogno. Questo ci ha unite. Nei momenti di tensione prevaleva l’intelligenza, ci ha contraddistinte una professionalità molto importante. Eravamo giovani, solo una aveva esperienza olimpica. Io sono molto contenta di quanto fatto“.

Eppure, in precedenza, la piccola Giorgia si era innamorata di un altro sport: “La pallavolo è stata il mio primo sport, a scuola la praticavano le mie compagne. Mi è sempre piaciuta, ma mi mancava qualcosa. In estate la pallavolo si fermava, mentre facevano i campi estivi di canottaggio. I miei me l’hanno consigliato per stare in forma. Io ero pigra: quando ho visto che si faceva da seduti non ho battuto ciglio. Invece che fatica! Ma è stata la fatica di cui mi sono innamorata. Ho capito di aver preso un granchio il primo giorno di campus. A settembre mi sono iscritta. Mia madre ha deciso di dedicarsi alla pallavolo da allenatrice, non volevo però che interferisse con la mia attività: avere un genitore dentro non mi piaceva, volevo essere libera. Altri da ringraziare oltre ai miei? Tanti: dalla Federazione alle Fiamme Rosse, che mi hanno accolto permettendomi di fare questo sport. Sicuramente la mia famiglia, che mi ha sempre seguito e non manca mai alle gare, oltre che i miei allenatori attuali e passati. Grazie a loro sono diventata quella che sono oggi. Non fai tutto da sola: ti mettono in barca, ma per arrivare alla gara ci sono tutti i sacrifici fatti”. 

L’inizio della scalata verso l’Olimpo è cominciato nel 2019 con il Mondiale U23, dove è arrivato l’oro nel quattro senza: “Lo considero l’inizio. Ricordo bene quando è partito l’Inno. Io, che facevo cantare gli altri in italiano, quella è stata una grandissima emozione. Realizzi di aver vinto; avevamo anche fatto il record del mondo, poi battuto. Era impossibile volere qualcosa di più. L’azzurra ha poi ricordato la mancata partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo: “È stata una doccia fredda, ma c’era anche tanta consapevolezza. La bravura dell’atleta è anche capire il proprio momento: c’era gente più forte ed era giusto così. Quanto successo mi ha dato una spinta per Parigi senza eguali, il vuoto è stato riempito nei tre anni successivi. Non ho mai pensato di smettere, ero troppo giovane. Io da piccola non sognavo le Olimpiadi, quello è arrivato dopo. Ho capito la loro importanza solo quando non ho staccato il pass per Tokyo. Parigi 2024 è arrivata grazie alla qualifica di Lucerna. Abbiamo preso il primo pass, di quella gara non ricordo niente. Ricordo che siamo partite e che siamo state sempre davanti. Non capivo niente, dai 500 metri prima del traguardo è stata una festa unica, qualcosa di speciale. Si riesce a essere concentrati, volevo arrivare alla fine, ero però anche tanto emozionata, non ricordo più nulla”. 

Una gioia infinita quella di aver ottenuto la qualifica per la rassegna a cinque cerchi del 2024, maturato con un gruppo in cui è importante restare umani: “Il rapporto umano in una gara conta, ci vogliono consapevolezza ed empatia. Siamo in otto e l’aspetto umano è la parte fondamentale. Ci alleniamo anche sulla parte empatica, la capacità di metterti dall’altra parte credo sia fondamentale. Quando tutto va bene sono bravi a salire sul carro. Io devo dire che tra noi ci abbiamo sempre creduto e ci siamo sempre aiutate. È una componente fondamentale nello sport, non c’è bisogno di cattiveria. Da soli non si arriva da nessuna parte. Parigi la ricordo come se fosse un blocco unico, un turbine che non so se mai riproverò. Dalla partenza in aereo alla Cerimonia d’Apertura. In finale c’erano 30.000 persone a vederci. Per me è come se fosse un pezzo in evidenza di tutta la mia vita. È difficile descriverla, si descrive con gli occhi perché il silenzio ti fa capire l’importanza di un evento del genere. La gara è importante, ma io l’ho vissuta, oltre al risultato, anche per il messaggio che c’è dietro. C’è proprio qualcosa da raccontare a livello di valori”. 

Poi, l’anno successivo il bronzo agli Europei:Una gara bellissima e sudata. A quel tempo ero al centro barca e non ci stavo capendo niente. Quando siamo arrivate al traguardo è stata una grande soddisfazione, confermarsi ha significato moltissimo con risultati importanti. Il timoniere è una figura importante e non lo capisci finché non fai l’otto. Dice cosa fare a tutte nello stesso momento. Affidi la gara a lui. È davvero fondamentale, è come un fantino con il cavallo. Non si sente rivalità tra maschile e femminile. Ho vissuto il periodo in cui hanno fatto risultati importanti, mi piacerebbe che facessimo anche noi una storia simile alla loro. Voglio prendere spunto da loro, sono stati dei buoni esempi. Da poco ho ripreso questo ruolo di capovoga: dai il ritmo, sei la prima, devi tenere la direzione. È un ruolo fondamentale, un buon capovoga con un buon equipaggio fa tante cose. La trovo una sensazione bellissima. Ti senti come un timoniere che ha le redini in mano. Sono io che faccio il ritmo, ma senza il supporto degli altri non fai nulla. Capovoga anche fuori? Le cose possono non coincidere. Sicuramente è un punto di riferimento, ma non significa che sia il punto focale della barca. Magari c’è qualcuno con più personalità: la ragazza che aveva fatto già fatto Tokyo, nella gara di Parigi con noi era al centro e ci ha aiutato molto. A me piace dare la mia opinione, difficilmente sto nell’angolo, mi piace portare avanti le mie idee. Il gruppo però deve farti sentire parte integrante”. 

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L’azzurra ha poi sollevato un argomento particolare circa la percezione che parte dell’opinione pubblica poco informata ha sugli atleti olimpionici: “Quest’anno mi sono laureata in Scienze Politiche con una tesi su come le Olimpiadi si collegano alle relazioni internazionali. Volevo far coincidere due percorsi importanti della mia vita in un solo saggio. La tematica si univa. Mi è capitato anche di incontrare gente fuori dal giro, che magari non sa niente e che non riconosce quello che hai fatto perché non è informata. Io ho sempre vissuto le Olimpiadi perché sono nata in una famiglia di sport. Sono cose che fai per te, ma è bello avere un riconoscimento altrui della fatica che si fa. Andarci richiede sacrificio ed è difficile capirlo da fuori. I sacrifici, a parole, non rendono l’idea”.

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