L'offensiva degli Houthi bussa alla porta del cuore del Regno saudita: l'allarme aereo è suonato per la prima volta dall'inizio del conflitto nei cieli di Riad, dove le esplosioni per gli attacchi dei ribelli hanno svegliato i residenti della capitale nel cuore della notte. Fiamme e una colonna di fumo nero si sono levate vicino all'aeroporto della città, con i vigili del fuoco impegnati a spegnere un incendio che ha coinvolto un serbatoio di carburante del colosso petrolifero Aramco.
Azioni che indicano la volontà dei ribelli di alzare la posta del conflitto, all'indomani dell'attacco che venerdì ha colpito un Eurofighter italiano fermo all'interno della base saudita di Ta'if. "La nostra è una resistenza armata legittima di fronte alla prolungata aggressione saudita" e "non siamo in guerra con l'Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese", ha messo in chiaro Muhammad Mansur, funzionario del ministero dell'informazione del governo Houthi a Sanaa, parlando con l'ANSA. "Ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi", ha dichiarato polemicamente. Come a indicare che nel bilancio della guerra, ci perde anche chi fornisce supporto alla difesa dei cieli dei Paesi del Medio Oriente.
Le parole di Mansur alimentano il dibattito politico in Italia, che va di pari passo ai timori sulla sicurezza degli asset militari italiani nella regione. Perché la guerra è tutt'altro che in fase di risoluzione, come testimoniato dagli attacchi su Riad. Finora, i raid contro l'Arabia Saudita avevano preso di mira principalmente impianti petroliferi e basi militari nel sud del Paese o lungo la costa del Mar Rosso.
L'allarme scattato nella notte per una "minaccia aerea ostile" sulla capitale ha aperto un nuovo capitolo nel conflitto: "Ho sentito l'allarme, poi le finestre hanno tremato", ha raccontato all'Afp un residente della città. "Ho avuto davvero paura". Se da una parte gli Houthi hanno rivendicato di aver lanciato attacchi contro "siti sensibili" a Riad e contro impianti petroliferi nella città portuale saudita di Yanbu, dall'altra le autorità saudite hanno evitato di commentare le esplosioni sulla capitale, mentre dopo "ritardi significativi e voli cancellati", nel pomeriggio il traffico all'aeroporto internazionale è tornato alla normalità. I raid sulla capitale seguono quelli denunciati verso la Mecca, e si teme l'escalation da parte dei ribelli che proseguono l'offensiva, forti del loro controllo su zone chiave come la costa che si affaccia sul Mar Rosso.
Nei territori contesi, sanguinosi scontri proseguono tra gli Houthi e le forze governative yemenite: in 24 ore sono stati almeno 48 i morti, 31 dei quali tra le file dei ribelli. Nonostante le perdite e i massicci raid, le forze dell'Arabia Saudita sembrano non riuscire a indebolire il gruppo filo-iraniano. Una grana che - almeno per il momento - il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman dovrà provare a risolvere da solo, dopo essersi visto negare il supporto militare da parte di Donald Trump.
Il tycoon sembra intenzionato a proseguire sulla via del dialogo con gli Houthi. Prima di tutto, per garantire la protezione dei propri asset nella regione. In secondo luogo, per "vedere se possiamo fare un accordo" che possa dare una minima speranza di ritorno alla stabilità della regione, necessaria anche per gli interessi occidentali, in primis quelli economici mentre il prezzo del petrolio è ormai fuori controllo. Il tycoon dovrà prima o poi risolvere anche il capitolo del conflitto iraniano, che nella calma tesa attende una soluzione definitiva: "Sono in corso consultazioni con mediatori qatarioti e pachistani, ai quali abbiamo comunicato le nostre condizioni per il negoziato", ha intanto fatto sapere il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran, Mohsen Rezaei, evidenziando le richieste di Teheran: fine della guerra su tutti i fronti, sblocco dei beni congelati e revoca del blocco navale. "Le minacce di Trump non porteranno ad alcun risultato", ha messo in guardia il funzionario. "Noi siamo pronti a una guerra decisiva".
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