Per ventiquattr’ore gli Overmono hanno lasciato un piatto crash di una batteria in forno, coperto da una mistura di fondi di caffè, patatine e aceto. Il calore ha corroso il metallo, sporcato il timbro e allungato il sustain del suono fino a renderlo pressoché infinito. Ma questo non è stato l’unico esempio di maltrattamento contenuto nel loro nuovo album, Pure Devotion. Tom ed Ed Russell hanno fatto passare nastri magnetici sopra calamite, spinto al massimo il volume di alcuni altoparlanti fino a romperli e rimesso in funzione uno speaker ferroviario degli anni ’30 per stuprarlo con un synth.
Il secondo album degli Overmono nasce proprio da questo principio semplice: costringere gli strumenti a smettere di comportarsi come previsto. Quando li raggiungiamo in videochiamata poco dopo pranzo, Tom ed Ed hanno sulle spalle poche ore di sonno: sono rimasti in studio fino alle cinque del mattino, ma alle dieci avevano già la prima intervista. Pure Devotion, prima ancora che il titolo del loro nuovo disco, sembra una descrizione piuttosto letterale del loro rapporto con la musica.
L’ultima volta che li avevamo intervistati era il 2023 quando, dopo una serie di fortunati EP, avevano appena pubblicato l’album di debutto Good Lies facendoci domandare: potevano forse diventare i nuovi Chemical Brothers? Tre anni dopo, con un secondo disco ancora su XL Recordings, casa di Radiohead, Adele e Prodigy, per citare alcuni nomi, la domanda sembra ancora più valida. Da quell’intervista hanno riempito i diecimila posti dell’Alexandra Palace, chiuso il palco West Holts di Glastonbury e collaborato con Fred again.., Lil Yachty e The Streets, diventando uno degli act elettronici più importanti del nostro decennio. Tutto questo senza però sfornare il classico singolo pop radiofonico che ci si aspettasse. Il disco d’esordio, del resto, aveva sfiorato la top 10 britannica evitando la parata di featuring milionari o collaborazioni scelte per spalancare le porte del mainstream.
Overmono - Knight In Shining Prada (feat. John Joseph Holt) [Lyric Video]
La domanda più logica per rompere il ghiaccio diventa, quindi, quand’è che si sono accorti che il progetto potesse arrivare così lontano, contando sulle proprie forze: «Guarda, sinceramente non lo sappiamo nemmeno», rispondono trattenendo un ghigno. «Tu che teoria hai?», incalzano. La mia è che abbiano rotto la macchina della nostalgia rave: invece di limitarsi a restaurarne il suono, hanno riempito quel linguaggio di intuizioni nuove, tenendosi sempre a distanza di sicurezza dal revival.
Ogni tanto alcuni amici gli mostrano i video del loro show a Glastonbury. Ma quando Tom ed Ed si guardano su quel palco, con una folla enorme davanti, fanno ancora fatica a riconoscersi: «Pensiamo: ma quelli lì non siamo noi. Momenti come Glastonbury, Alexandra Palace… anche solo a raccontarli ci sembrano surreali». In fondo gli Overmono non hanno mai avuto un piano per arrivare fin lì: «Non avevamo neppure mai sognato di poter suonare in certi posti. Ma il fatto che sia successo non lo diamo per scontato», proseguono. Ed è forse questo il primo indizio per capire Pure Devotion: non la celebrazione di un traguardo, ma la necessità di continuare a meritarselo.
Gli Overmono prendono il nome da Overmonnow, il quartiere di Monmouth, nel sud del Galles, in cui sono cresciuti. Da lì sono partiti in un viaggio che li ha portati dall’underground al mainstream, un mainstream che riguarda più le dimensioni dei tour e il peso conquistato dentro la scena, piuttosto che il modo in cui i due continuano a suonare. La formula la conosciamo: break che sembrano cedere mentre avanzano, bassi enormi, sample vocali che rimandano ai primi anni Dieci, sospesi tra Burial, Four Tet e il garage britannico, agganciati a melodie pur sempre storte. Occhiali velocissimi, una luce nel buio. È rave music con il cuore scoperto: fisica da festival, abbastanza catchy da non risolversi tutta nel drop.
Il paradosso è che, per arrivare a quei livelli, gli Overmono hanno dovuto smettere di chiedersi fin dove potessero arrivare e, soprattutto, cosa ne avrebbe pensato la scena: «In passato ci tratteneva molto l’idea che una nostra scelta di suono potesse essere vista “male”. Pensavamo: questa cosa non possiamo farla, qualcuno nell’ambiente potrebbe disapprovare». Prima di diventare gli Overmono, i due producevano separatamente a nome Truss e Tessela, con percorsi più strettamente underground: kick pesanti da una parte, jungle e break dall’altra, rave improvvisati nel Galles rurale e club appiccicosi d’altri tempi.
Mettere insieme le idee ha creato uno spazio diverso in cui qualsiasi innovazione era libera di entrare nel club. Così nel 2021 è arrivata So U Kno, la traccia che ha messo d’accordo gli addetti ai lavori, i grandi festival e i DJ di mezzo mondo. Non perché insieme avesseroo ripulito il loro suono, ma perché rendeva quella libertà impossibile da ignorare. «Ciò che conta è credere in un brano e sapere che è onesto», dicono. Il resto, successo compreso, viene dopo.
Se Good Lies era stato scritto quasi interamente in viaggio, tra una data e l’altra, questa volta i due hanno avuto più tempo a disposizione, tra sessioni in Spagna e Islanda, dandogli la possibilità di seguire un esperimento per giorni anche quando questo poteva non portare niente: «Abbiamo potuto affrontare il disco con molta più intenzione, senza particolari limiti», spiegano. Le undici tracce conservano la pressione fisica del recente passato, ma respirano in modo diverso. Le voci di John Joseph Holt, Kindora e Ruthven sono presenze più concrete dei sample, mentre i synth ora sembrano piegarsi e perdere pezzi. Lockup, il brano che apre il disco, nasce dopo la lettura di Rip It Upand Start Again di Simon Reynolds e campiona What a Waste dei Fast Relief: il post-punk che entra nel rave. Il punto resta il processo: gli Overmono hanno guardato a quando, per trovare un certo riverbero, bisognava cercare una stanza che suonasse davvero in quel modo invece di utilizzare un plugin.
Nel loro studio conservavano una foto di Paul McCartney con un rullante infilato dentro un gabinetto: «Magari suonava di merda. Magari benissimo. Dovevi farlo per scoprirlo. Oggi basta aprire un plugin. È più veloce, certo, ma il problema arriva quando possibilità infinite producono sempre gli stessi gesti», dice Ed. «È il non sapere come suonerà qualcosa che ci intriga. Se immagini che un procedimento possa funzionare devi arrivare fino in fondo. Non lasciano che la domanda resti irrisolta, altrimenti la curiosità finirebbe per divorarci», gli fa eco Tom.
After The Rain
Il risultato? Una voce troppo asciutta è stata riprodotta attraverso un vecchio sistema audio Tannoy nel seminterrato, un synth invece è stato ri-registrato dopo essere passato dentro un altoparlante ferroviario. Quando potevano scegliere tra un processo fisico e uno digitale, il primo era sempre priorità: volevano ottenere qualcosa che non fosse a disposizione di tutti. I riferimenti arrivano dai primi anni ’80, quando i campionatori digitali erano macchine ancora tutte da scoprire, da capire. Tom racconta che Trevor Horn (cantante degli Yes diventato poi produttore), dopo aver comprato un Fairlight, un computer/sintetizzatore degli anni ’80, «avrebbe assunto uno studente di Cambridge per studiarne il manuale. Voleva sapere come sarebbe suonato un pianoforte gettato da una finestra e abbassato di tonalità. Noi non abbiamo il budget di Trevor Horn, ma cerchiamo la stessa mentalità», continua.
Dentro questo concetto c’è buona parte di Pure Devotion: idee sproporzionate, curiosità portata all’ossessione, errori inseguiti anziché evitati. Per Knight in Shining Prada, costruita intorno alla voce dello scrittore Holt, hanno realizzato 84 tentativi per scegliere infine la versione 83. Per trovare il punto in cui testo e musica si sostenevano a vicenda è servito quasi un anno. Il titolo del disco è così diventato inevitabile: «A un certo punto è sembrato naturale. È pura devozione alla creazione, all’idea che il traguardo continui a spostarsi. C’è sempre qualcosa in più da imparare, per questo pensiamo il pezzo migliore arriverà sempre domani».
Questa proiezione in avanti spiega anche il loro rapporto con la rave culture britannica. Good Lies dialogava apertamente con quella storia. Pure Devotion ne continua il trattamento ma senza costringerla in un recinto. Ma quanto li influenza la scena rave contemporanea? «Poco o nulla. Potrebbe essere addirittura un ostacolo». Essere troppo consapevoli di ciò che succede intorno può rendere più difficile sentire ciò che si sta cercando di dire: «Dove ci collochiamo nel panorama attuale non è una cosa a cui prestiamo attenzione». Gli Overmono sono diventati centrali mentre cercavano di ignorare il centro.
Dopo Good Lies, chi ascolta riconosce subito il loro vocabolario: voci spezzate, bassi, durezza ritmica e vulnerabilità melodica. Ma ogni linguaggio riconoscibile rischia di diventare cliché. Ogni artista di successo può finire a imitare la versione di sé che ha funzionato meglio. Tom ed Ed continuan: «Non bisogna iniziare a fare musica apposta per i propri fan. È una trappola semplice e comune e, alla fine, può distruggerti completamente», chiosano.
Cosa viene allora dopo i tour mondiali, le classifiche e i palchi che fino a pochi anni fa sembravano irraggiungibili? La risposta, in linea coi personaggi, non contiene nuovi scintillanti proclami o traguardi: «Vorremmo essere ancora completamente liberi dal punto di vista creativo, divertirci e continuare a scrivere musica», punto.
Pure Devotion nasce da errori cercati, macchine portate fuori la loro comfort zone e idee che vengono dal passato rinnegandolo. La devozione del rave che si ribella al pop, pur giocando nello stesso campionato. Il drop migliore, per loro, resta evitare di diventare la versione più prevedibile di sé stessi.