Tra i tanti imperatori capaci di cambiare per sempre la storia di Roma, c'è ne uno che non è noto al grande pubblico, ma le cui decisioni hanno avuto degli effetti sulla società che si possono osservare ancora oggi, dopo circa 1.400 anni dalla sua scomparsa.
Stiamo parlando dell'imperatore Graziano, il predecessore dell'imperatore Teodosio, colui che cambiò per sempre la politica romana nei confronti del paganesimo.
Quando Graziano salì al trono dell'Impero romano era poco più di un ragazzo. Aveva appena otto anni quando il padre Valentiniano I lo associò al potere nel 367 d.C., una scelta dettata dalla necessità di garantire la continuità dinastica in un periodo caratterizzato da guerre, invasioni e continue tensioni politiche.
Nessuno avrebbe immaginato che quel giovane imperatore sarebbe diventato uno dei protagonisti della profonda trasformazione religiosa dell'Impero, aprendo la strada all'affermazione definitiva del cristianesimo.
Nato nel 359 a Sirmio, nell'attuale Serbia, Graziano crebbe in un ambiente militare. Suo padre era uno dei più abili comandanti dell'epoca e, una volta diventato imperatore, affidò al figlio un'educazione accurata.
Nel 375, Graziano divenne il principale imperatore d'Occidente. Aveva appena sedici anni e si trovò improvvisamente a governare un territorio immenso, minacciato dalle incursioni dei Germani lungo il Reno e attraversato da profonde divisioni religiose. Il fratellastro, ancora bambino, fu proclamato imperatore da una parte dell'esercito, dando vita a una delicata condivisione del potere che avrebbe richiesto grande equilibrio.
Il momento più drammatico del suo regno arrivò nel 378, quando l'imperatore d'Oriente Valente venne sconfitto e ucciso nella disastrosa battaglia di Adrianopoli contro i Goti. La sconfitta rappresentò uno dei più gravi rovesci subiti dall'esercito romano e costrinse Graziano a nominare un nuovo imperatore per la parte orientale dell'Impero, il già citato Teodosio.
Graziano tuttavia oggi è noto soprattutto per le sue decisioni religiose. Rinunciò infatti infatti al titolo di Pontifex Maximus, la massima carica religiosa tradizionalmente detenuta dagli imperatori fin dai tempi di Augusto. Quel titolo rappresentava il legame simbolico tra il sovrano e gli antichi culti pagani, e il suo abbandono sancì una netta presa di distanza dalla religione tradizionale di Roma.
L'imperatore dispose inoltre la revoca dei privilegi economici concessi ai sacerdoti dei culti pagani e ordinò la rimozione dell'Altare della Vittoria dalla Curia del Senato romano. La sua eliminazione provocò dure proteste da parte dell'aristocrazia senatoriale pagana, guidata dal prefetto Quinto Aurelio Simmaco, che tentò inutilmente di convincere l'imperatore a ripristinarlo.
Uno dei consiglieri dell'imperatore, Sant'Ambrogio, rispose con fermezza, sostenendo la necessità di separare definitivamente il potere imperiale dagli antichi culti.
Le scelte di Graziano non abolirono immediatamente il paganesimo, che continuò a essere praticato in molte regioni dell'Impero ancora per decenni. Tuttavia, segnarono un cambiamento irreversibile.
Per la prima volta un imperatore rinunciava esplicitamente al ruolo di garante della religione tradizionale romana, favorendo invece il consolidamento della Chiesa cristiana come principale interlocutore dello Stato. Indirettamente, inoltre, egli favorì anche le violenze praticate dai cristiani sui pagani. Scelta che portò negli anni ad alcuni massacri, come quello che uccise la matematica Ipazia, la cui tragica fine ha ispirato un film nel 2010.
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