Roma, 20 luglio 2026 – Un negoziato è ancora possibile, ma la fiducia fra le due parti è completamente erosa. Riccardo Alcaro, responsabile della ricerca dell’Istituto Affari Internazionali, spiega che cosa potrebbe succedere nel Golfo.
Alcaro, il memorandum può ancora rappresentare una base negoziale oppure il lavoro fatto è ormai compromesso?
“Uno spiraglio di speranza esiste. Le condizioni che avevano portato alla firma del memorandum sono ancora presenti, anzi, per certi aspetti, sono persino peggiorate. L’Iran continua a subire attacchi che colpiscono l’industria, l’economia e la popolazione. Dall’altra parte, anche gli Stati Uniti devono fare i conti con le conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz: i costi energetici sono aumentati e le riserve strategiche di petrolio oggi sono meno capienti di allora. C’è poi un altro elemento: non sappiamo per quanto tempo la Cina manterrà bassa la propria domanda di petrolio. Anzi, i dati più recenti fanno pensare che stia già tornando a crescere”.
Quindi il negoziato potrebbe ripartire?
“In teoria sì. Il vero ostacolo, però, è politico. La fiducia tra le parti è praticamente azzerata. Gli americani accusano gli iraniani di aver tradito l’intesa e ritengono di poter ottenere con la pressione militare ciò che non erano riusciti a ottenere attraverso il negoziato. Per Teheran, invece, la priorità è un’altra: ottenere la migliore garanzia possibile di non subire nuovi attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti. Per questo il controllo di Hormuz viene considerato irrinunciabile”.

Riccardo Alcaro, responsabile della ricerca dell’Istituto Affari Internazionali
Quali opzioni hanno gli Stati Uniti?
“Va premesso che non disponiamo delle informazioni riservate in possesso dei vertici americani. Washington ha sostanzialmente due possibilità. La prima consiste nell’intensificare la campagna aerea contro obiettivi militari e logistici, infrastrutture energetiche e reti di trasporto, accompagnandola con un blocco navale. La seconda, molto più impegnativa, prevederebbe lo schieramento di truppe lungo parte della costa meridionale iraniana per impedire a Teheran di minacciare Hormuz. È un’ipotesi ancora remota, ma non può essere esclusa”.
Quali saranno i criteri di scelta?
“Molto dipenderà dalla resilienza iraniana e da quanto gli Stati Uniti saranno disposti a sostenere i costi economici e politici di una guerra prolungata, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato”.
C’è anche il rischio di un allargamento del conflitto?
“È uno scenario molto verosimile. Mi sorprenderei se Israele non entrasse, prima o poi, direttamente in guerra al fianco degli Usa. Per gli altri Paesi della regione la situazione è estremamente delicata. Se Washington continuerà a colpire le infrastrutture energetiche iraniane, Teheran risponderà prendendo di mira le infrastrutture civili ed energetiche degli Stati vicini”.
Che cosa potrebbe succedere a quel punto?
“Ogni governo della regione dovrà decidere se sostenere apertamente gli Stati Uniti oppure spingere per un ritorno al tavolo negoziale. Dal mio punto di vista, l’unica soluzione praticabile sarebbe coinvolgere direttamente gli Stati della regione nella gestione dello Stretto di Hormuz. Il problema è che oggi l’Iran appare assai poco disposto a fare concessioni”.