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Guerra in Ucraina: un anno dopo l'incontro di Anchorage tra Trump e Putin non è cambiato niente


Era solo un anno fa: Vladimir Putin, il presidente russo che ha ordinato l'invasione su larga scala dell'Ucraina, ricercato per genocidio dalla Corte penale internazionale, atterrava ad Anchorage, capitale di quell'Alaska che l'Impero russo vendette agli Stati Uniti nel 1867. Prima di scendere dall'aereo aspetta che i marine gli stendessero il tappeto rosso e che su quel tappeto si posizionasse ad aspettarlo il presidente americano Donald Trump. Nel team di Putin c'era anche il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che si presentò in albergo indossando una felpa con scritto in cirillico "SSSR", cioè Urss, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. 

Da parte di Trump, fu un atto di rottura con la politica europea di isolamento di Putin. Non è ancora chiaro cosa sia stato deciso o discusso a porte chiuse. La Russia ha sempre sostenuto che fosse stata raggiunta una sorta di intesa per un accordo di pace e fatto intendere che nell'accordo fosse compresa la cessione da parte dell'Ucraina delle “cinque fortezze” del Donbas che Mosca non è mai riuscita a conquistare, cioè le città di Lyman, Sloviansk, Kramatorsk, Druzhkivka e Kostiantynivka. È a questo che probabilmente alludono i vertici russi quando parlano ai media di “spirito di Anchorage”.

Una condizione inaccettabile per l'Ucraina. Il presidente Zelensky non ne avrebbe avuto nemmeno l'autorità, avrebbe dovuto modificare la Costituzione e non avrebbe avuto i numeri in parlamento per farlo. 

Il documento firmato da Trump e Putin ad Anchorage non è mai stato reso pubblico. Per diversi mesi si sono susseguiti incontri tra negoziatori russi e ucraini, a volte con le mediazione americana, intervellati da diverse visite a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner (che in Ucraina invece finora non hanno mai messo piede). Agli incontri Kiev mandava delegazioni di primo piano: il capo dell'Ufficio presidenziale, il ministro della Difesa. Mosca per lo più figure minori come lo storico e  consigliere di Putin Vladimir Medinsky, noto per i lunghi excursus, appunto, storici, volti a dimostrare le ragioni radicate nel passato per cui Mosca reclama la sovranità sull'Ucraina o parte di essa. 

Non sono mai stati fatti reali passi avanti, ma tutto si è arenato quando a partire dal 28 febbraio scorso l'attenzione della Casa Bianca e della diplomazia statunitense si sono spostate sugli attacchi all'Iran. Non ci sono più stati incontri tra Russia e Ucraina, Trump e Putinsi sono sentiti solo al telefono,  Zelensky, appoggiato dai leader europei, invece ha parlato con Trump in più occasioni, cercando con alterne fortune di portarlo dalla sua parte.

La guerra intanto prosegue e, se possibile, è diventata ancora più feroce, con più attacchi reciproci alle infrastrutture, con più vittime civili. Sul terreno poco è cambiato: secondo Deep State, progetto di mappatura partner della Difesa ucraina, in un anno la porzione di Ucraina occupata dalle forze russe è passata da 114.468  km² a  116.902 ths. km², o in percentuale dal 18.96% al 19.36%. In Donbas, Lyman, Sloviansk, Kramatorsk, Druzhkivka sono ancora saldamente sotto controllo ucraino, mentre a Kostiantynivka si combatte da settimane, senza che nessuno dei due eserciti riesca a cacciare via l'altro.