L'Italia frena sull'invio di armi a Kiev. Gli aiuti restano, così come resta fermo, granitico, il sostegno del nostro Paese all'Ucraina. Ma c'è un ma e non è di poco conto. Ieri l'intervento di Giorgia Meloni al vertice dei volenterosi convocato nel giorno del 35esimo anniversario della dichiarazione di indipendenza dall'Unione Sovietica ha segnato un cambio di passo decisivo del nostro governo rispetto al passato. Perché la premier ha confermato che Roma farà sì la sua parte, ma sia nella nota diffusa dopo la riunione, sia nel suo intervento al vertice con Zelensky, Macron, Merz, Burnham e tutti gli altri big ha messo in chiaro che invieremo alla volta di Kiev «ulteriori generatori destinati in particolare a sostenere la resilienza della popolazione ucraina e a garantire la tenuta della rete energetica». Nessun accenno agli aiuti militari - armi, munizioni, mezzi pesanti, droni - che Roma invia incessantemente dal 2022, quando a Palazzo Chigi sedeva Mario Draghi, ma che hanno visto Meloni sempre dalla stessa parte della barricata nonostante fosse a capo dell'unica forza politica rimasta alla larga dal governo di unità nazionale.
Gli aiuti ci saranno, nessun passo indietro, ma ruoteranno attorno a tre vettori: strumentazioni per la funzionalità di ospedali, scuole e rete energetica. «È il quinto inverno di fila che l'Ucraina vivrà in guerra - le parole della presidente del Consiglio videocollegata con Kiev da Palazzo Chigi- L'Italia farà la sua parte inviando generatori elettrici che consentiranno di mandare avanti il Paese, i servizi essenziali, a cominciare dagli ospedali e dalle scuole, a scaldare e ad assicurare luce alla popolazione» in mesi in cui il buio arriva già alle 4 del pomeriggio e la colonnina di mercurio scende in picchiata anche a -10 gradi. «Sia chiaro dunque che si tratta di beni essenziali - fanno notare fonti di Palazzo Chigi - di cui in Ucraina c'è bisogno come il pane». Già. Ma a Kiev c'è bisogno anche di armi, di missili, di cingolati. Tant'è che ieri Zelensky ha messo in fila una serie di richieste, a partire dai famigerati Patriot. L'Italia, su questo, da qui in avanti intende tenere il profilo basso, concentrando gli sforzi su altro, anche per non scontentare un'opinione pubblica stanca di guerra, con i venti vannacciani che continuano a soffiare sul malcontento. E una Lega sempre più in affanno, nel timore diffuso di finire cannibalizzata dall'ex generale.
Eppure nelle settimane scorse era filtrata la notizia che il 13esimo pacchetto d'aiuti fosse in dirittura d'arrivo, dentro anche mezzi per la difesa antiaerea del cielo ucraino. E il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, vale a dire l'organo del Parlamento che controlla l'operato dei servizi segreti, già preallertato per la ripresa dei lavori, per visionare la lista con i mezzi da inviare, lista rigorosamente secretata. Se nell'elenco figurassero solo generatori, il Copasir potrebbe fare a meno di visionarla. E c'è infatti chi, nei piani alti del governo, non esclude che gli aiuti partiranno, direzione Kiev, senza passare dall'organismo parlamentare, che ha visionato l'ultimo pacchetto, il 12esimo, nel novembre scorso. «Se nell'elenco figureranno anche aiuti militari - confermano altre fonti di governo - sarà davvero poca cosa».
Da un lato c'è l'aspetto politico della vicenda, dall'altro anche una dimensione meramente tecnica. Con gli arsenali della Difesa che hanno già drenato mezzi per Kiev e che ora faticano a inviare altri aiuti. A ciò si aggiunge il fatto che, rispetto al 2022, l'Ucraina ha cambiato letteralmente il volto della sua difesa. Al principio raffazzonata, ora sempre più sofisticata. «Di conseguenza si fa fatica a rispondere alla domanda, ad allineare i sistemi», viene spiegato. La scelta di Meloni, si dicono convinti a Palazzo Chigi, non incrinerà i rapporti con Kiev. «È come in un puzzle: l'importante è che i pezzi ci siano tutti e si incastrino. Noi diamo una tassello di cui c'è bisogno, senza mancherebbe un pezzo del quadro».
Altro distinguo di Roma, ma stavolta senza sorprese, è sull'invio di soldati della Forza multinazionale per l'Ucraina messa in piedi dai volenterosi. Macron ieri ha annunciato che le prime esercitazioni congiunte per l'iniziativa di peacekeeping partiranno tra ottobre e novembre. Ma l'Italia, che non ha nessuna intenzione di inviare soldati in Ucraina a guerra finita, non parteciperà: «non avrebbe alcun senso - viene chiarito - visto che non manderemo mai i nostri uomini».
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