Guillermo Mariotto è appena rientrato da Londra: «Ho viaggiato in business class, con autista e albergo di lusso, tutto pagato dalle principesse arabe che dovevano scegliere degli abiti. È il Medio Oriente a sostenere l’alta moda: quando si sposa un esponente della famiglia si aprono rubinetti di denaro. Le donne, in quella cultura, hanno gran potere». Nato 60 anni fa a Caracas, in Venezuela, Mariotto nel 2025 ha fondato la Guillermo Mariotto Couture, mentre in tv da anni è uno dei giudici di Ballando con le Stelle, che ha appena ufficializzato la settima concorrente, Anna Safroncik, che si unisce ad Alessandro Matri, Aurora Ramazzotti, Eugenio Finardi, Noemi Bocchi, Jimmy Ghione e Riccardo Rossi. E non è finita. Ieri confermate anche due maestre di ballo come Rebecca Gabrielli e Anastasia Kuzmina. Sicuri Barbara D’Urso, in giuria, e Paolo Belli, dopo il gravissimo incidente.
Le mancherà Selvaggia Lucarelli, che ha deciso di passare a Mediaset e condurre la nuova edizione autunnale dell'”Isola dei Famosi” su Canale 5?
«Abbiamo lavorato insieme dieci anni, va bene così. Quando è andato via Raimondo Todaro, sembrava una tragedia. E invece… Devo essere sincero, chi mi è mancata davvero è stata Amanda Lear: completamente pazza, nel senso più divertente e imprevedibile del termine. Molto più simile a me».
Sbaglio o l’estate del 1982 se la ricorda bene?
«Sì, certo. Quel luglio conobbi Stefano (Dominella, presidente onorario della Maison Gattinoni, ndr). Ci siamo presi subito. Un grande amore che dura ancora. Lui era il più figo, carismatico e sexy. Scelsi lui anche per poter dire a me stesso: “Ok, adesso faccio il bravo”, perché ero uno scalmanato. Era una delle prime estati in Italia e venivo dalla San Francisco di fine Anni ’70. Lascio immaginare».
Dove eravate?
«A Ostia. Era un sabato. Stavo passeggiando sul bagnasciuga con un amico - dentista di entrambi - che subito ci presentò. Mi colpì subito il suo sorriso travolgente. Continuai a camminare, ma dopo pochi minuti ci ripensai, tornai indietro e mi sedetti con loro. A un certo punto accadde qualcosa di insolito. Dal mare arrivò una nuvola bassissima, sembrava appoggiata sull'acqua. Si avvicinò rapidamente alla spiaggia e nessuno di noi aveva mai visto una cosa simile. Quando ci raggiunse, ci avvolse una nebbia fittissima: non si vedeva più nulla. La gente, spaventata, iniziò ad andarsene, mentre io e Stefano restammo seduti vicini».
Un colpo di fulmine?
«Fu un'attrazione immediata, quasi fatale. Decidemmo di rivederci quella stessa sera. Dopo un'intera giornata al mare, tornai a casa per prepararmi e, senza accorgermene, mi addormentai. Quando riaprii gli occhi erano le tre del mattino. Ero disperato: avevo mancato il nostro primo appuntamento. Avevo studiato Disegno industriale a San Francisco, in California, e all’epoca lavoravo in uno degli studi più apprezzati di Roma. Sapevo solo che Stefano lavorava nei pressi di Piazza del Popolo. In realtà abitava lì, ma lavorava in via Sistina. Cercai di rintracciarlo telefonando per giorni all'unico negozio di moda in quella zona, ma non rispondevano. Finalmente, verso il giovedì successivo, riuscimmo a sentirci. Con mia grande sorpresa, Stefano si scusò subito: anche lui si era addormentato e aveva mancato l'appuntamento. Per recuperare il tempo perduto mi propose di passare insieme il fine settimana a Spoleto. Da quel momento ci fidanzammo».
L'estate era finita?
«No. Ad agosto partimmo per l'Egitto. Da quando ero arrivato in Europa sapevo che, prima o poi, avrei visitato quella terra: l'archeologo che è in me non poteva rinunciarci. Iniziammo dal Cairo, dove rimasi senza parole davanti ai tesori di Tutankhamon. Poi raggiungemmo Luxor e lì andai letteralmente fuori di testa. Amavo tutto dell'antico Egitto: le proporzioni, la simmetria perfetta, la purezza delle linee. Non mi spiegavo calcoli così perfetti».
Un viaggio solo culturale?
«No. Trascinai Stefano in avventure un po' folli. Lo convinsi ad attraversare la Valle dei Re a dorso di un asino nelle ore più calde della giornata. Ma l'episodio più esilarante avvenne nei pressi di Assuan. Volevo assolutamente raggiungere uno dei templi ricavati in parte nella roccia e in parte costruiti all'esterno. Ci andammo in cammello: erano bianchi, con una sella improvvisata e una semplice corda come briglie, accompagnati soltanto da un ragazzino su una piccola bicicletta. Faceva un caldo infernale, oltre cinquanta gradi all'ombra. A un certo punto Stefano, esausto, sbottò: “Basta, scendo dal cammello...!!!”. Peccato che la bestia non avesse alcuna intenzione di inginocchiarsi. Così provò a scivolare giù da solo. Proprio in quell'istante l’animale decise di fare la pipì, bagnandolo dalla testa ai piedi. Stefano, fradicio e furibondo, si rivolse al ragazzino urlando: «Dammi la bici, te la compro!» e pedalò con la biciclettina verso il tempio (ride, ndr). Lo raggiunsi poco dopo. Lo chiamavo, ma non rispondeva. Finché lo vidi, in lontananza, seduto in un angolo, tutto bagnato, con un pezzo di cartone sulla testa per ripararsi dal sole cocente. Credo di non aver mai riso così tanto in vita mia».
È vera la storia delle rane?
«Certo. Una notte vicino al nostro albergo arrivarono più di mille, sembravano milioni, di rane. Era una situazione magica e molto romantica. Aspettammo l’alba ascoltando quella sinfonia indimenticabile».
In tutti questi anni avete avuto tante crisi?
«Nessuna. Siamo un'accoppiata vincente. Lui Ariete, io Capricorno. Un amico ha scritto per noi una frase bellissima: “Quando passano, le campane suonano a festa”».
Sua madre che tipo era?
«Una specie di eroina. Studiava Medicina, ma mio padre, estremamente possessivo, geloso, e con problemi di alcol – che era il primo sport in Venezuela – le fece fare quattro figli, costringendola a interrompere gli studi. A 24 anni lui ebbe una gravissima emorragia interna e gli ricostruirono lo stomaco, lasciandogliene solo un quarto. In questa situazione di emergenza, lei riprese gli studi, si laureò in Odontoiatria e, nonostante altri due figli, non si arrese mai. Un bel tipo, mamma».
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