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«Ho rifatto il seno e mi sono pentita: non mi piaccio più e quando sono a letto col mio fidanzato spengo la luce»


Luana è la protagonista della nuova puntata di "A Nudo". Una scelta sbagliata è alla base del suo disagio, con il quale fatica a convivere.

La lettera di Luana: ho rifatto il seno, non mi piaccio più

«Mi sono rifatta il seno e adesso non riesco più a lasciarmi guardare. A letto spengo sempre la luce. L'ho fatto tre anni fa. Pensavo che mi avrebbe aiutata a stare meglio con me stessa. Invece è andata diversamente. Il risultato non è quello che speravo. Non è un disastro visibile agli altri, il mio ragazzo dice che sono bella, la gente non se ne accorge. Ma io lo so, lo vedo ogni volta che mi guardo. Sento che quel corpo non è più il mio, che ho cambiato qualcosa di irreversibile per un'idea che avevo di me che non corrispondeva alla realtà. A letto è diventato un problema serio. Spengo sempre la luce. Se lui cerca di accenderla trovo una scusa. Non riesco a farmi guardare, non riesco a essere presente perché nella mia testa c'è solo il pensiero di come appaio. Prima non era così, prima mi piacevo di più. La cosa più assurda è che ho fatto quell'intervento per sentirmi più desiderabile. E adesso mi sento meno desiderabile di prima, solo che non posso tornare indietro».

Rosamaria Spina, autrice del libro "Il BDSM. Dominare e lasciarsi dominare" di Armando Editore.

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La risposta della dottoressa

Cara lettrice,

la sua lettera racconta un paradosso che, probabilmente, riguarda molte più persone di quanto si possa immaginare.

Ha scelto un intervento per sentirsi più a suo agio con il proprio corpo e oggi, invece, quel corpo è diventato il luogo in cui si sente più vulnerabile.

Può sembrare una contraddizione. In realtà, dal punto di vista psicologico, è un'esperienza tutt'altro che rara.

Quando pensiamo all'immagine corporea, siamo portati a credere che dipenda soprattutto da come siamo fatti. In parte è vero. Ma è solo una parte, a volte piccola, della storia.

L'immagine corporea ha una costruzione complessa, che si basa anche sul modo in cui impariamo a guardare noi stessi.

Lei racconta che il risultato dell'intervento non è oggettivamente "sbagliato". Il suo compagno le dice che è bella. Le altre persone non notano nulla di particolare. Eppure, tutto questo sembra avere pochissimo peso rispetto a quello che vede lei ogni volta che si guarda allo specchio. Questo ci suggerisce una cosa molto importante: la questione, oggi, non sembra essere soltanto il seno. Il punto sembra essere il nuovo rapporto, inaspettato, che si è creato tra il suo sguardo e quella parte del corpo.

Quando qualcosa ci delude profondamente, il nostro cervello tende a orientare l'attenzione quasi esclusivamente verso ciò che conferma quella delusione. È un meccanismo che osserviamo spesso anche in altre difficoltà legate all'immagine corporea. Lo sguardo diventa sempre più selettivo: individua ogni dettaglio ritenuto imperfetto e, contemporaneamente, perde di vista il resto. Con il tempo questa modalità di osservazione finisce per sembrare oggettiva. Ma non lo è. Questo è il risultato di un'attenzione che si è progressivamente allenata a cercare un'unica cosa, quella su cui avevamo riversato tante aspettative che, poi, si sono concretizzate in modo profondamente diverso.

Nella sua lettera c'è un particolare che racconta molto bene questo processo: lei spegne sempre la luce.

Potrebbe sembrare una semplice abitudine. In realtà, dal punto di vista psicologico, rappresenta qualcosa di più.

Spegnere la luce riduce l'ansia nell'immediato.

Le permette di evitare il timore di sentirsi osservata ed è una cosa perfettamente comprensibile.

Ma proprio perché funziona nell'immediato, questo comportamento rischia di mantenere il problema nel tempo.

Ogni volta che evita di essere vista, il suo cervello riceve un messaggio molto preciso: "Se mi nascondo sto meglio. Quindi mostrarmi sarebbe pericoloso."

Così il sollievo momentaneo finisce, senza volerlo, per rafforzare la paura.

È un meccanismo che osserviamo spesso anche nell'ansia sociale, nelle difficoltà legate all'immagine corporea e in molte problematiche sessuali. L'evitamento protegge nel presente, ma rende sempre più difficile verificare se il pericolo che immaginiamo sia davvero reale.

C'è poi un altro passaggio della sua lettera che mi ha fatto riflettere. Lei scrive: "Sento che quel corpo non è più il mio." Attraverso questa frase si comprende molto bene come ciò che prova vada ben oltre il risultato estetico dell'intervento.

Il nostro corpo non è soltanto qualcosa che osserviamo. È anche qualcosa attraverso cui costruiamo la nostra identità. Quando cambia, soprattutto se quel cambiamento è stato scelto con aspettative molto elevate, può essere necessario un tempo perché la nostra immagine di noi stessi si riorganizzi. A volte questo processo avviene spontaneamente. Altre volte, invece, il confronto continuo tra ciò che avevamo immaginato e ciò che vediamo ogni giorno mantiene aperta una sensazione di estraneità. Tutto questo non significa che lei abbia commesso un errore irreparabile. Significa che, probabilmente, oggi, il dolore non nasce solo dall'intervento, ma dalla distanza tra il corpo che sperava di ottenere e quello in cui sta cercando di riconoscersi. Questo aspetto è chiarito molto bene nel punto in cui scrive: "Prima mi piacevo di più." Si tratta di un passaggio molto interessante, perché suggerisce che l'intervento non sia nato necessariamente da un rifiuto del proprio corpo, ma, forse, dalla speranza di sentirsi ancora meglio. Proprio per questo motivo, e per ciò che dicevo sopra, quando un cambiamento viene investito di aspettative molto alte il rischio è che il risultato reale venga valutato non per ciò che è, ma per ciò che avrebbe dovuto/potuto rappresentare.

Ecco che, in questi casi, la delusione riguarda spesso più il significato attribuito al cambiamento che il cambiamento stesso.

Non conoscendo i dettagli dell’intervento fatto, non so se sia qualcosa di irreversibile o meno e mi rendo anche conto che, dopo aver fatto anche un investimento economico importante, non solo emotivo, pensare di tornare in dietro non è certo la scelta che più si farebbe a cuor leggero. Proprio per questo le dico di provare ad andare oltre il fatto se oggi il suo seno sia bello oppure no e pensare veramente se negli ultimi tre anni, abbia avuto la possibilità di conoscere davvero quel nuovo corpo o se, ogni volta che lo guarda, continua inevitabilmente a confrontarlo con quello che aveva immaginato e sperato di vedere. È in questo spazio, tra l'immagine attesa e quella reale, che, probabilmente, si trova la parte più dolorosa della sua esperienza, ma anche quella che potrebbe aiutarla a superare tutto questo vissuto. Il suo corpo, oggi, non è come lo immaginava o desiderava, ma è comunque possibile imparare ad amarlo. In fin dei conti non è la perfezione che ci rende unici, ma sono quelle imperfezioni , o presunte tali, a dirci veramente chi siamo e qual è la nostra storia e per lei, la cosa veramente importante, è concedersi la possibilità di scoprire e costruire la sua con gli strumenti che oggi ha a disposizione


Ultimo aggiornamento: martedì 1 settembre 2026, 05:00

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