La transizione elettrica promette benefici ambientali e una minore dipendenza dal petrolio, ma porta con sé anche costi spesso sottovalutati. La Cina, dove oltre il 60% delle nuove immatricolazioni riguarda ormai auto elettriche e ibride plug-in, sta già affrontando problemi che potrebbero interessare anche l'Europa nei prossimi anni. Quali? Strade più usurate, infrastrutture sotto pressione e nuovi squilibri economici. Siamo pronti ad affrontarli?
1 agosto 2026
La Cina è il mercato automobilistico più avanzato al mondo sul fronte della transizione elettrica. Per questo possiamo dire che rappresenta, di fatto, un laboratorio di ciò che potrebbe accadere in Europa nel prossimo decennio.
C'è un numero emblematico: nel maggio 2026 oltre il 60% delle nuove auto vendute nel Paese apparteneva alla categoria dei veicoli a nuova energia, cioè elettriche e ibride plug-in. Si tratta di un risultato che testimonia il successo delle politiche di elettrificazione, ma che sta facendo emergere anche una serie di costi nascosti.
Il primo riguarda le infrastrutture stradali. Le auto elettriche, infatti, sono mediamente più pesanti delle equivalenti con motore termico a causa delle batterie. Secondo il Ministero dell'Industria cinese, non a caso, il peso medio delle automobili prodotte nel Paese è passato da circa 1,3 tonnellate nel 2012 a 1,7 tonnellate nel 2024.
William Li, amministratore delegato di Nio, ha spiegato che un aumento del 20% del peso di un veicolo può più che raddoppiare l'intensità dell'usura dell'asfalto. Il problema è che, mentre le strade si deteriorano più rapidamente, diminuiscono le entrate fiscali destinate alla loro manutenzione. Per decenni la Cina ha infatti finanziato la manutenzione della rete viaria attraverso le accise sui carburanti: nel 2021 queste coprivano oltre l'80% dei costi delle strade ordinarie. Con la diffusione delle auto elettriche, però, il gettito si riduce proprio mentre aumentano le spese.
Gli studiosi dell'Highway Science Research Institute stimano un deficit di risorse per la Cina pari a circa il 50% del fabbisogno annuale per la manutenzione delle strade ordinarie. È una dinamica che potrebbe riproporsi anche in Europa man mano che i consumi di benzina e diesel diminuiranno. Gli effetti della transizione elettrica non riguardano però soltanto le strade.
A cambiare è l'intero ecosistema costruito attorno ai carburanti tradizionali. Come ha spiegato la pubblicazione The Economy, la crescita delle auto elettriche sta riducendo in modo strutturale la domanda di benzina in Cina. Secondo le stime della società di analisi energetica Kpler, nel 2026 il parco circolante elettrico sottrarrà circa 540.000 barili di domanda di benzina, mentre i consumi continueranno a diminuire anche nei prossimi anni. In pratica aumenta il numero di veicoli in circolazione, ma diminuiscono i rifornimenti.
Per distributori di carburante, raffinerie e logistica petrolifera vuol dire vedere messo in discussione un modello economico che per decenni si è basato sulla crescita continua dei consumi. Anche gli analisti dell'International Energy Agency ritengono che la domanda cinese di benzina abbia ormai raggiunto il proprio picco.
Il risultato? Da un lato questo rafforza la sicurezza energetica del Dragone, riducendo la dipendenza dalle importazioni di petrolio. Dall'altro rende però meno redditizi investimenti miliardari realizzati negli ultimi decenni in raffinerie, depositi e reti di distribuzione: sono i cosiddetti "stranded assets", e cioè le infrastrutture progettate per un mercato che sta rapidamente cambiando. Se nel momento in cui scriviamo riguardano direttamente la Cina, in un futuro non troppo lontano interesseranno anche l'Europa.
Il terzo grande capitolo riguarda le infrastrutture di ricarica e la rete elettrica, aspetti spesso indicati come decisivi per il successo della transizione elettrica. Alla fine del 2025 la Cina disponeva di oltre 20 milioni di punti di ricarica, una cifra che sulla carta sembrerebbe sufficiente per sostenere il parco circolante elettrico. In realtà più di 15 milioni sono colonnine private installate nelle abitazioni, mentre quelle pubbliche sono meno di 5 milioni e risultano concentrate soprattutto nei grandi centri urbani.
Nei periodi di maggiore traffico, come durante il Capodanno lunare, le criticità emergono chiaramente. Nei nove giorni di festività monitorati dalle autorità, i consumi di energia presso le stazioni di ricarica autostradali sono aumentati del 52% rispetto all'anno precedente, costringendo molte aree di servizio a introdurre code numerate, limiti di tempo per ogni ricarica e perfino il blocco della ricarica intorno all'80% della batteria per velocizzare il ricambio degli utenti.
A tutto questo si aggiunge il crescente carico sulla rete elettrica. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, basato sui dati reali delle colonnine di Pechino, Shanghai e Guangzhou, ha scoperto che la diffusione delle stazioni ultra veloci potrebbe aumentare fino al 31,6% il divario tra i picchi e i minimi giornalieri della domanda di elettricità.
Più aumentano le auto elettriche, quindi, più cresce la necessità di investire non solo nelle colonnine, ma anche nelle reti di distribuzione e nelle infrastrutture energetiche. Dalla Cina all'Europa arriva quindi un delicatissimo spunto di riflessione: la transizione elettrica non consiste soltanto nel sostituire un motore con un altro, ma richiede investimenti enormi e una pianificazione capace di gestire tutti i costi indiretti (e talvolta nascosti) che accompagnano questo enorme cambiamento.