Dodici, anche quattordici ore dietro al bancone. Una giornata dopo l'altra, fino ad arrivare a 80 ore di lavoro in una settimana, per uno stipendio che si aggirerebbe intorno ai 1.800 euro. Il riposo? Un giorno ogni sette, «a volte nemmeno». E poi contratti a chiamata che nasconderebbero impieghi a tempo pieno, parte dello stipendio fuori busta e persino «liste nere» scambiate su WhatsApp con i nomi dei dipendenti che hanno fatto causa. È quanto accadrebbe in alcune gelaterie italiane in Germania, secondo le testimonianze raccolte dal giornale Süddeutsche Zeitung. Accuse di sfruttamento che hanno fatto esplodere un caso fino alle Dolomiti, dove quel mestiere è parte di una storia lunga oltre un secolo.
Il quotidiano di Monaco ha dedicato alla vicenda un lungo reportage, scegliendo un'immagine di copertina provocatoria: una ragazza con un abito a righe, che richiama quello dei carcerati, porge una coppa di gelato. Accanto la frase: «In Germania veniamo trattati come schiavi». Il servizio, firmato da Stéphanie Mercier, raccoglie soprattutto le storie degli italo-brasiliani che ogni anno arrivano per la stagione nelle «Eisdielen», locali legati alla tradizione italiana. Molti partono da Urussanga, nello Stato brasiliano di Santa Catarina, città fondata da emigrati italiani e gemellata con Longarone. Sono spesso loro discendenti e, grazie al passaporto italiano, possono lavorare nell'Unione europea. Un flusso ormai consistente: una sola agenzia locale, riferisce il magazine tedesco, stima tra 3 mila e 4 mila biglietti aerei venduti ogni anno per la Germania. Qui il settore dei gelati impiega circa 41 mila persone e, secondo i dati dell'Agenzia federale per il lavoro citati nell'inchiesta, tra gli stranieri gli italiani sono il gruppo più numeroso, con 6.676 addetti. Uniteis, l'Unione dei gelatieri italiani in Germania, conta circa mille soci per 2.200 attività.
Ed è proprio la parola «italiani» ad aver fatto esplodere il caso a centinaia di chilometri di distanza. Perché la storia del gelato in Germania passa dalle Dolomiti. Val di Zoldo, Longarone e il Cadore sono la culla di un'emigrazione cominciata ben prima del boom economico e diventata, soprattutto dal secondo dopoguerra, un pezzo della presenza italiana oltre le Alpi. Secondo una stima di Die Zeit, tre gelatieri italiani su quattro in Germania provengono dalla provincia di Belluno. «È un attacco violentissimo», protesta il sindaco Camillo De Pellegrin, anche lui figlio di gelatieri emigrati in Germania. Non nega però che possano esserci irregolarità. Ma respinge la condanna di un'intera categoria: «Non si può generalizzare».
A Longarone la reazione è la stessa. «Non si può fare di tutta l'erba un fascio», dice il sindaco Roberto Padrin, rivendicando una storia di famiglie che con «sacrificio, passione e impegno» hanno fatto conoscere il gelato artigianale italiano all'estero. Oscar De Bona, presidente dell'Associazione Bellunesi nel Mondo, parla invece di eventuali «isolate mele marce»: se gli abusi esistono, sostiene, si indichino «nome, cognome e l'esercizio specifico». Intanto Uniteis si è attivata con i legali e con l'ambasciata italiana a Berlino.
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