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I grandi eventi e la Puglia. Quella capacità che ora impone un'altra dote: la responsabilità


Eventi in Puglia
Eventi in Puglia

di Rosario TORNESELLO

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domenica 6 settembre 2026, 11:14

Se tre indizi – e che indizi – fanno una prova, ci siamo. Mettiamoli in fila, accorciando tempi e distanze: il G7, i Giochi del Mediterraneo, la festa del governo italiano più longevo di sempre (al di là di meriti e demeriti). E noi qui, al centro degli interessi: mondiali nel primo caso, di tre continenti nel secondo, della politica, della contesa e degli scenari nazionali nel terzo. La Puglia conferma la sua centralità. È evidente. Ma anche la sua capacità: di catalizzare interessi, organizzare eventi, garantire accoglienza e ospitalità. E tutto questo, messo in fila e anche in rima, chiama in causa un elemento essenziale e imprescindibile: la responsabilità.

Dell’orgoglio di saper pensare, fare e osare si è già detto, in questi giorni di euforia (ma non di sovraesposizione mediatica, perché tra un conflitto globale e un Ranucci nazionale, i grandi media – Rai esclusa – hanno bellamente ignorato i Giochi, pazienza per loro e per il loro pubblico); in queste settimane di esaltazione per un’operazione che sembrava impossibile ma, nonostante inciampi e scetticismi, è giunta a compimento in modo eccellente.

Ora parliamo di cosa serve. Nel senso di servizio. Non di asservimento al potere.

E la prima cosa – proprio i fatti narrati l’hanno rappresentata in tutta la sua problematica evidenza, nella forma dell’eccezione che conferma la regola, vedi i Giochi da una parte e l’ex Ilva dall’altra – è una classe dirigente adeguata e preparata. Quella politica, innanzitutto, ormai per lo più (e sempre più) incapace di formulare discorsi e tracciare progetti sganciati dall’urgenza e dalla contingenza, a partire dalla prima scadenza elettorale utile, nella banalizzazione del linguaggio social che è deriva culturale. E, a seguire, la selezione delle figure apicali rimessa alle determinazioni della stessa politica, che poi in fondo è come dire identica cosa, perché se chi sceglie è mediocre (e molto spesso lo è) probabilmente lo sarà anche chi viene scelto, per logiche che premiano l’appartenenza più della preparazione. La fedeltà più della capacità.

E poi servono strutture e infrastrutture, sostrato materiale senza il quale nessun discorso è possibile. Neanche quello sui gap territoriali. Perché se non riallinei le dotazioni di base (vogliamo parlare di scuola e trasporti?) e la distribuzione delle risorse (vogliamo parlare della sanità?) hai voglia a discettare di inverno demografico, desertificazione dei borghi, fuga dei giovani. Sarà impossibile invertire la rotta. A maggior ragione se alla carenza di infrastrutture si aggiunge la superfetazione delle procedure, che ingarbuglia oltremodo gli iter autorizzativi, dilata a dismisura i tempi realizzativi e crea i presupposti per molteplici spinte al sotterfugio, alla manfrina, all’imbroglio. Tu chiamale, se vuoi, corruzioni. Ma questo è. La semplificazione avviata al Sud con la Zes (Zona economica speciale) dimostra, nel profluvio di domande di investimento, che un altro mondo è possibile, pur nella legittimità dei dibattiti intorno ai limiti che il nuovo assetto implica o rischia di comportare, a partire dai controlli (con l’incognita di poter tornare al punto di partenza e vanificare gli sforzi compiuti).

Tutto questo per arrivare al punto nodale. La responsabilità. Che è innanzitutto responsabilità non solo degli amministratori ma anche degli amministrati; non solo dei rappresentanti istituzionali ma anche dei cittadini. Ai quali non sono riconosciuti solo diritti, ma sono attribuiti anche doveri. E quello di partecipare in modo serio, informato e consapevole ai processi di costruzione dal basso della democrazia è forse il più delicato e, insieme, il più importante. Tra tutti, forse il più prezioso. A maggior ragione in un mondo sempre più connesso e, insieme, più complicato: far bollire il cervello nella melassa di una comunicazione ridotta a slogan, tra mille incentivi alla rabbia e alla lusinga largamente disponibili, non è il miglior esercizio di libertà. Ancor più quando, lungo gli stessi canali, viaggiano le insidie della manipolazione spinta dell’opinione pubblica e, perciò, del consenso. Una straordinaria apertura al mondo impiegata in così devastante malo modo. Non di rado, volutamente.

Il pendolo della storia ha cambiato il proprio asse. Il Mediterraneo torna al centro degli interessi e delle tensioni. Un mare di opportunità, certo. Ma anche una vastità di pericoli. Le grandi potenze seguono spinte autoritarie. La civiltà, al contrario, richiede ben altro. Si tratta di decidere da quale parte stare. Ogni giorno è il momento giusto per farlo. Ogni luogo. Siamo crocevia di molteplici percorsi, non tutti pregevoli, e di plurime attenzioni. E questo ci impone uno sforzo in più di riflessione e partecipazione. Il resto appartiene agli alibi che ciascuno cerca. E che alla fine si dà.

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