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Digitale, i lobbisti dei colossi Usa all'assalto della Ue


I lobbisti delle Big tech statunitensi vanno all’assalto della Ue per condizionare le regole sul digitale

Il 2025 ha visto esplodere la pressione dei lobbisti al soldo dei colossi tecnologici statunitensi sulle istituzioni comunitarie europee, investendo cifre milionarie per condizionare le norme della Commissione Ue sul mercato digitale. Colossi come Google, Apple e Amazon hanno inviato i loro uomini a incontrare i decisori politici e i funzionari europei molto più frequentemente di qualsiasi altra azienda o gruppo di interessi del Vecchio Continente. Lo rivela un’analisi del Financial Times, basata sull’incrocio tra il database del Registro per la trasparenza dell’Unione Europea e le banche dati ufficiali degli incontri dei funzionari e dirigenti della Commissione e dell’Europarlamento.

Dalle elezioni europee di giugno 2024, Google e le sue controllate hanno registrato ben 302 incontri con eurodeputati e alti funzionari della Commissione, più di ogni singola impresa dei 27 Stati membri. Subito dopo si attestano Apple con 257 incontri e Amazon con 239. Nella top 20 dei soggetti più attivi per numero di appuntamenti figurano pochissime realtà della Ue: tra le singole imprese compaiono soltanto la francese TotalEnergies (236 incontri), la tedesca Volkswagen (231) e la multinazionale Airbus. Il divario è netto anche sul piano finanziario: Apple dichiara una spesa di lobbying fino a 9 milioni di euro all’anno, Meta supera i 10 milioni, a fronte di un budget complessivo dichiarato di soli 8,7 milioni per TotalEnergies, Volkswagen e Airbus messe insieme.

Sebbene la classifica generale veda in testa organizzazioni non governative (Ong) dedite alla tutela ambientale come il Wwf (431 incontri) e Transport & Environment (410), la loro influenza reale è diminuita a causa delle difficoltà di dialogo con il gruppo di centrodestra del Partito Popolare Europeo (Ppe). Le big tech statunitensi hanno invece intessuto relazioni trasversali con decisori di ogni schieramento politico. Organizzazioni come Transparency International chiedono perché i legislatori comunitari concedano più accesso ai colossi statunitensi rispetto alle aziende europee, mentre dall’altra sponda dell’Atlantico il presidente Usa Donald Trump continua a minacciare dazi contro le ambizioni di “sovranità tecnologica” della Ue.

L’offensiva di lobbying punta a modificare alcuni dossier normativi chiave per il mercato dei servizi digitali. Google ha svolto 22 incontri dedicati al cosiddetto “digital omnibus“, un pacchetto legislativo della Ue volto ad ammorbidire le regole sull’intelligenza artificiale per concedere alle imprese maggior margine nell’addestramento dei modelli sui dati personali. Google, Amazon e Apple hanno inoltre esercitato forti pressioni sulla regolamentazione del cloud e sulle norme per la sicurezza online dei minori.

I dati emergono dal Registro per la trasparenza, che è lo strumento pubblico di riferimento della Ue — gestito congiuntamente da Parlamento, Consiglio e Commissione in base all’accordo interistituzionale del 2021 — che permette ai cittadini di monitorare chi cerca di influenzare l’iter legislativo, per conto di chi, su quali temi e con quali risorse umane e finanziarie. L’iscrizione vincola i lobbisti al rispetto di un codice di condotta etico. La Relazione annuale 2025 approvata dal Comitato di gestione del Registro mostra una forte espansione delle attività di lobbying: al 31 dicembre 2025 le organizzazioni registrate erano 16.474, in netta crescita rispetto alle 13.118 di fine 2024, con 6.899 nuove richieste di iscrizione (quasi 18 al giorno, praticamente raddoppiate rispetto al 2024). Di queste, 5.107 (74%) sono state approvate dopo la verifica. Il segretariato del Registro ha svolto 9.476 controlli complessivi (in crescita del 18,7% sui 7.977 del 2024), inclusi 2.567 verifiche mirate di qualità sui dati. Nel 2025 gli eurodeputati hanno dichiarato 32.122 incontri con i lobbisti, la Commissione ha pubblicato i dati di oltre 14.200 incontri tenuti da commissari, gabinetti e dirigenti. L’accelerazione rispetto al 2024 deriva dal fatto che dal primo gennaio dell’anno scorso la Commissione impone l’obbligo di registrazione dei lobbisti intenzionati a incontrare qualsiasi funzionario Ue con mansioni dirigenziali.

L’intensa pressione delle aziende statunitensi evidenzia però anche la difficoltà strutturale della Commissione nell’imporre ai colossi esteri il rispetto effettivo delle proprie decisioni. Un caso emblematico svelato dal Financial Times riguarda Binance, la principale piattaforma di criptovalute al mondo. Dopo non aver ottenuto la licenza per operare sotto il nuovo regolamento europeo MiCA (Markets in Crypto Assets), Binance avrebbe dovuto adottare dal primo luglio scorso “misure immediate” per chiudere le attività nella Ue e interrompere i servizi ai clienti locali. Tuttavia, l’Esma, autorità europea di controllo sui mercati finanziari, e i regolatori nazionali tra cui quelli di Francia, Germania, Grecia e Paesi Bassi stanno indagando sull’uso da parte di Binance della “sollecitazione inversa”, una deroga che consente a società extra-Ue di offrire servizi finanziari solo se è l’utente a chiederlo di propria esclusiva iniziativa. Scadute le licenze locali in Francia, Spagna e Polonia, nonostante i divieti di Bruxelles Binance continua intanto a servire gli utenti europei tramite la sua entità regolamentata ad Abu Dhabi, lasciando inalterata l’esperienza d’uso dell’app. L’Esma ha ricordato che la sollecitazione inversa ha un ambito estremamente stretto e non può servire a eludere il MiCA, pena possibili sanzioni, ma il caso dimostra che i giganti globali cercano di aggirare le ingiunzioni della Ue, ponendo una sfida aperta alla sovranità regolatoria di Bruxelles.