
Biagio Longo docente di Sondrio. Dopo l’ultimo anno in una scuola a Pescara ha provato a restare in servizio ma i giudici hanno respinto il suo ricorso

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Brescia, 18 settembre 2026 – Non solo Franco Manni: sono diversi i professori che hanno provato a prolungare il periodo lavorativo, o ci hanno pensato, desistendo di fronte alla prospettiva di dover combattere contro i mulini a vento. La storia del professore bresciano del liceo Leonardo, che ha portato avanti la sua battaglia contro l’obbligo di pensione a 67 anni stabilito da una legge del 1957, ha raccolto reazioni contrastanti. Molti si sono schierati contro il prof, un po’ per timore che si creasse un precedente, un po’ seguendo l’onda del lasciar spazio ai giovani (anche se nel privato non è così). Ma c’è anche chi condivide la battaglia di Manni, in tutta Italia. Come Biagio Longo, docente che ha insegnato sempre in provincia di Sondrio, salvo trasferirsi, per l’ultimo anno, a Pescara, all’Istituto omnicomprensivo ‘Città Sant’Angelo’.

Franco Manni davanti ai cancelli del liceo Leonardo assieme ai suoi studenti
“Dopo le notizie uscite sul caso Manni e la prima vittoria in Tribunale, sembrava che si fosse aperto uno spiraglio per restare altri 3 anni. La dirigente ha quindi fatto il decreto di trattenimento in servizio in cui evidenziava che le mie competenze erano fondamentali per la scuola – racconta Longo –. Sarei rimasto per un progetto strutturato, non si tratta di portar via lavoro ad altri. Lì è intervenuto l’ufficio scolastico regionale secondo cui non era possibile”. Longo ha quindi fatto ricorso, ottenendo dai giudici risposta negativa con le motivazioni che sono state date anche a Manni, ovvero che restare al lavoro 3 anni in più non è un diritto e che c’è la discrezionalità dell’amministrazione.
“Mi sarebbe piaciuto che i giudizi evidenziassero il vero problema: la legge, infatti, prevede che l’amministrazione possa trattenere in servizio un numero di persone che non superino il 10% delle assunzioni programmate. Quindi, ogni anno dovrebbe essere stabilito, dal ministero o dagli uffici scolastici regionali, quante persone possono restare, con un regolamento per decidere chi ha la precedenza, qualora le domande fossero più del consentito. Questo è il vero vulnus. Però i giudici mi hanno condannato a pagare 3.600 euro di spese legali, solo per aver chiesto di poter continuare a lavorare in una scuola che mi voleva. L’1 settembre mi è dispiaciuto non esser andato al collegio docenti, ma io faccio anche l’artista e me ne sono fatto una ragione. Tuttavia, non è stata una questione limpida”.
Anche Francesco Madonna, docente di scienze motorie a Voghera, ha provato a informarsi per presentare ricorso. “Ma l’avvocato me l’ha sconsigliato, sembra sia impossibile vincere – la sua amarezza –. Non è giusto, nessuno impone niente agli altri, si chiede però di valutare singoli casi”. È intenzionato, invece, a provarci un altro bresciano, Dario Biscioli, docente al ‘Castelli’ di Brescia. “Ho ancora due anni di lavoro, ma non escludo che, quando sarà il momento, proverò a fare ricorso”.
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