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“I ragazzi non conoscono gli anni ’70. Oggi c’è il gioco ‘mena al poliziotto’”: parla il figlio del caposcorta di Moro


Le ultime settimane sono state caratterizzate da episodi di forti tensioni politiche e da violentissimi scontri di piazza con il ferimento di numerosi esponenti delle forze dell’ordine. Dopo gli scontri di Bologna e della Val di Susa, esponenti del governo hanno parlato di un attacco allo Stato e di un'escalation contro le istituzioni.

Anche il lessico sembra richiamare agli anni bui della violenza politica degli anni ’70. Nei giorni scorsi a Roma è comparso un messaggio indirizzato a ministro della Giustizia Nordio in cui si evocava la Renault4 rossa in cui il 9 maggio del 1978 fu rinvenuto il corpo senza vita del presidente della DC, Aldo Moro, ucciso dalle BR.

Il messaggio, scritto con vernice rossa e in stampatello recava la stella a cinque punte e la sigla Br. 

Siamo davvero davanti a un ritorno degli anni Settanta? Secondo il sociologo e criminologo Giovanni Ricci, figlio del caposcorta di Aldo Moro ucciso in via Fani dalle BR, un pericolo esiste, ma è di natura diversa: stiamo perdendo la memoria storica e questo rende possibile una violenza priva di ideologia.

Ricci all’ora aveva 11 anni. Oggi è il presidente dell’Associazione Domenico Ricci con cui mantiene vivo il ricordo di quegli anni, nelle scuole, nelle piazze e tra i giovani che “vogliono capire cosa è accaduto”, ma spesso non trovano risposte. 

Ricci: “Non è il ritorno delle BR. Oggi c'è il gioco del "mena al poliziotto"

D: Presidente, cosa ha pensato e provato quando ha letto la notizia della scritta contro il ministro, Carlo Nordio, comparsa la scorsa settimana a Roma in cui si faceva riferimento all’omicidio del presidente Aldo Moro, in cui compaiono la stella a cinque punte e la sigla BR?

R: Sicuramente un senso di solidarietà al ministro Nordio che è una parte delle nostre istituzioni, ma soprattutto mi sono reso conto - così come era accaduto nei confronti della presidente del Consiglio, alcuni mesi fa - che queste scritte sono fatte da ragazzi che non ne sanno niente di quel periodo. 

Basta andare ad analizzare - e qui parlo da criminologo - come viene fatta la stella a cinque punte: è una stella non allineata, fatta male.

Perché sto dicendo questo? Perché purtroppo sono dei ragazzi che della storia passata ricordano solo la violenza, ed è questo il terribile, perché i ragazzi di allora, che credevano di voler cambiare il mondo con le rivoluzioni, poi dopo anni di carcere duro si sono accorti non solo di aver distrutto la propria vita, ma di aver distrutto anche la vita di altre persone. 

La mia preoccupazione va a chi parla di quei tempi a questi giovani in maniera sbagliata. Bisogna fare molta attenzione quando si parla di quegli anni.

“Potremmo arrivare a un fenomeno eversivo? No, sicuramente”: perché la violenza di oggi è diversa 

D: Nelle ultime settimane abbiamo assistito a episodi di forte tensione: gli scontri di Bologna, quelli in Val di Susa. Senza fare paragoni automatici con gli anni 70, ritiene che oggi esista un rischio di radicalizzazione politica che andrebbe preso sul serio, oppure siamo davanti a fenomeni diversi?

R: Oggi sicuramente non sono fenomeni come quelli degli anni ’70, dove si faceva politica attiva anche nelle scuole. Oggi si viene trascinati sull’onda del fervore di alcuni. C’è stata una disaffezione nei confronti dei servitori dello Stato, vengono visti come il male assoluto.

Mentre negli anni ’70 venivano visti come soggetti da colpire ai fini rivoluzionari, oggi non c’è un ideale ben preciso, c’è il semplice gioco “mena al poliziotto” e purtroppo lo abbiamo visto con gli scontri. Tutti quei danni, poi incideranno sulle famiglie italiane, verranno pagati dagli italiani con le tasse. 

Potremmo arrivare a un fenomeno eversivo? No sicuramente. Il problema che mi pongo è che c’è il pericolo che qualcuno esca fuori dalle righe e prenda un’arma in mano, che non significa un ritorno al terrorismo. 

C’è l’ignoranza totale dei giovani oggi che è data dalla mancanza di informazione soprattutto dalle scuole. Non dobbiamo fare di tutta l’erba un fascio, c’è chi vuole utilizzare la violenza e chi vuole capire bene quei fatti per non ricadere in quei fatti.

“È arrivato il momento di chiudere il cerchio su via Fani”: perché si riapre l'inchiesta 

D: A distanza di 50 anni si riapre l’inchiesta sulla strage di via Fani in cui perse la vita suo padre. Al centro della scelta del gip di continuare le indagini c’è un elemento che non è stato preso in considerazione nelle inchieste passate: un caricatore. Di cosa si tratta e cosa vi aspettate da queste nuove indagini?

R: La nostra famiglia ha sempre cercato una verità, se non giudiziaria almeno storica da poter consegnare alle future generazioni. Ci tengo a dire che non è un incaponirsi sulla ricerca della verità o il colpevole a tutti i costi, ma come ha affermato il gip di questa inchiesta, Francesco Patrone, dobbiamo – con tutti gli interrogativi del caso – far chiarezza su tutti qui punti che non sono stati trattati. 

La cosa strana, nonostante 5 processi e le commissioni, non è stato mai preso in considerazione quel caricatore. Si tratta del famoso caricatore che nelle immagini d’epoca è all’interno di un cerchio fatto con il gesso, accanto al cappello dell’aviere, all’incrocio tra via Fani e via Stresa, vicino al bar Olivetti, ovvero, dove hanno sparato i brigatisti. 

E poi c’è questa persona incappucciata e totalmente vestita di nero: non è la prima volta che se ne parla perché ci sono ben 5 testimoni che ne hanno sempre parlato di questa persona, che si sarebbe spostato in vari punti durante l’agguato. 

Dopo di che si sposta addirittura su una moto Honda, che si è sempre detto c’è, non c’è. È inutile che ci raccontiamo le baggianate, la moto c’era. Sicuramente c’era un’altra persona. Cerchiamo di chiarire tutti quei punti oscuri che sono su via Fani, perché è arrivato il momento di chiudere il cerchio di via Fani. Non per metterci sopra una pietra tombale, ma perché lo dobbiamo alle future generazioni. 

Oltretutto ancora non capisco questo accanirsi sulle persone in carcere come Mario Moretti. Mario Moretti è l’unico che ancora a 81 anni è in carcere. Ecco la mia idea di una commissione sul modello sudafricano per la giustizia, verità e riconciliazione dovremmo tenerla in considerazione anche in Italia.

Se vogliamo fare i conti con il passato bisogna che ne parliamo e per parlarne ci devono essere tutte le parti, per poter consegnare alle future generazioni almeno una verità storica incontrovertibile.

D: È necessaria un’operazione collettiva di recupero di memoria?

R: Di memorie, perché ogni memoria è differente e a sé stante. Bisogna ricordare la conoscenza di queste memorie perché contribuiscono alla costruzione di una coscienza collettiva e solo da lì ne possiamo uscire fuori saldamente nella convinzione che l’uso della violenza non serve a nulla.

“Non penso ci sia rischio ricaduta eversione anni’70, ma la pecora nera è da mettere in conto”

D: Pensa che oggi il Paese abbia gli anticorpi per evitare di ripetere certi errori?

R: Oggi sono sicuro che il Paese abbia dei forti anticorpi contro la violenza il terrorismo e l’eversione. Non penso che ci sia il rischio di una ricaduta di quella eversione che ha caratterizzato gli anni 70, sicuramente no. Il problema è che ci sono piccoli gruppi di violenti che però fanno notizia e quindi attirano l’attenzione della popolazione.

Bisogna lavorare molto con i ragazzi, con le forze politiche con le istituzioni. Non penso che i giovani abbiano questa visione eversiva come negli anni 70, che ci possa essere la pecora nera che usi violenza, questo purtroppo lo dobbiamo sempre mettere in conto.