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sabato 5 settembre 2026, 05:00
L’ultima luce del tramonto infuoca il porto di Bari proprio quando Giorgia Meloni sale sul palco, s'accosta al palchetto e prende la parola. La location è stata scelta non casualmente: il cuore del Mediterraneo, il Sud, il presidio dell'area elettoralmente più contesa. L'altro tramonto però, quello figurato e politico, è l'opzione che la premier vuole allontanare in ogni modo, con le solite, corpose dosi di orgoglio, in ogni sillaba dell’ora tonda di discorso.
I quattro anni e la prospettiva. La kermesse su “record e risultati” – come da materiale promozionale distribuito al terminal 10 – viaggia su un orlo sottile. Da una parte la rivendicazione tenace, torrenziale, dei traguardi di governo, il lavoro e le famiglie, la tenuta dei conti e la sicurezza, la sanità e la cultura, l'energia e l'agricoltura, tra misure e numeri, e calzando la corona di governo repubblicano più longevo di sempre. Dall'altra parte c'è la sfida proiettata sul futuro prossimo, con vista sulle elezioni politiche del 2027: perché va bene il bilancio e le medagliette, ma ora bisogna battagliare a gomiti alti. Messaggio per tutti, compresi i maggiorenti di partito. Piani che, comunque, si intersecano tra loro: «Non sono a Bari per festeggiare», ammonisce Meloni, e giù a martellare più che può su due leve chiave, «il peso della responsabilità» e «la stabilità», che «è la prima grande riforma». Sono gli antipasti baresi del menu nazionale del prossimo anno.
La premier, dal palco nel porto, cerca di rispolverare la verve messa a dura prova dagli ultimi, difficili mesi di governo, non è facile: elenca con puntiglio il percorso e le scelte del quadriennio, punge il centrosinistra quando può (tradotto: spesso, «non hanno un programma»), non risparmia qualche sportellata a Roberto Vannacci, dà la scossa alla folla assiepata sulla banchina.
Ecco: la kermesse barese è un tamburo di guerra, è la chiamata alle armi del “popolo di Giorgia”. Sì, d'accordo: sui maxi-schermi sfilano (tra non poche difficoltà di connessione) i saluti e gli auspici di Antonio Tajani e Matteo Salvini, vicepremier e leader di Forza Italia e Lega, qui e lì s'affacciano tra crocicchi e selfie pure i ministri (Adolfo Urso, Guido Crosetto, Carlo Nordio, Francesco Lollobrigida, Tommaso Foti, Andrea Abodi), c'è il non scontato intervento di Raffaele Fitto (vicepresidente esecutivo della Commissione europea), sbuca qualche colonnello pugliese forzista e leghista, però la calamita che tutti attira e tutti mobilita è lei. Le bandiere che sventolano al porto sono quasi tutte di Fratelli d'Italia: piazza di partito, più che di coalizione. E non a caso Meloni annusa l'aria e subito s'affretta a esaltare il gioco di squadra della «famiglia di centrodestra», con tanto di menzione degli alleati. Applauso tiepido, ma va così. I numeri? Gli organizzatori ribadiscono i 10mila annunciati alla vigilia: solita contesa. Le piazze sono sempre un termometro: sotto il sole cocente, già dalle 15, cominciano a sciamare i gruppi organizzati, le truppe di partito, gli amministratori del territorio, ma anche tanti, semplici militanti e simpatizzanti. L'umore? Come la leader: sereno variabile, con sguardo già oltre il porto e molte incognite a segnare la lunga e tortuosa maratona verso il voto del 2027.
Accolta dal coro “un presidente, c'è solo un presidente” («mi regalate un'emozione grande»), Meloni tradisce un pizzico di inattesa esitazione iniziale. Poi però parte e macina il manuale da premier in odore d’elezioni, con l’idea di «ripercorrere con voi dove era questa Nazione e dove adesso». Il primo asset è quello della stabilità, tasto già battuto ripetutamente da Fitto: è una strategia. «L’Italia è sempre presa sul serio ora. Le battaglie un tempo perse ora le vinciamo nel valore della stabilità». Nell’elencazione dettagliata di provvedimenti e traguardi non mancano le stoccate a sinistra, ma anche a destra-destra, fuori dal perimetro della coalizione e perciò a Vannacci: le parole vibranti sul femminicidio sono un tackle a piedi uniti sul leader di Futuro Nazionale. È una delle sottotrame che restano aperte a Bari: il generale settimana dopo settimana incalza e divora consensi, e fa squillare l’allarme al quartier generale meloniano. Il tempo e la legge elettorale (a proposito: «vogliamo fare scegliere agli elettori coalizione, programma e candidato premier», un sms chiaro alla sua maggioranza) diranno se e in che modo sarà ridimensionato il pericolo vannacciano. Intanto, anche ieri la premier ha marcato temi identitari che evidentemente non vuol cedere a Futuro Nazionale: immigrazione e sicurezza, su tutti. Non è l’unico fronte politico caldo che viaggia in parallelo: Forza Italia e Lega sono alleati alle prese con difficili equilibri interni e strategie tutte da interpretare, e la premier teme probabilmente che a reggere quasi l’intero peso della coalizione nel 2027 sarà solo FdI.
Intanto, l’impegno è definito: stabilità e ancora stabilità, senza che diventi stasi e palude. «Non intendo accontentarmi». Aver scelto di celebrare il record di governo qui in Puglia, oltre che un’autocitazione del G7 di due anni fa, è un guanto di sfida: il Sud che oscilla nei consensi e vive una perenne sindrome d’abbandono, il Sud dei troppi problemi aperti e che ti presenta il conto. «Ma lo abbiamo protetto», «gli investimenti strategici si possono fare anche qui», riemerge lo schema Zes, l’avviso è anche alla classe politica del centrodestra meridionale, e il “ricomincio da me” settembrino di Giorgia Meloni verso il 2027 parte proprio dal Mezzogiorno. E da quegli indizi sparsi di “Paese reale”: le testimonianze di cittadini comuni sul palco, le cannonate alla sinistra “elitaria”. Bilancio e prospettiva, stabilità e identità. Bagno finale di selfie, chiusura con “A mano a mano” di Rino Gaetano: un passo alla volta, e il cammino verso il 2027 è tutto in costruzione.
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