Nel consiglio dei ministri di giovedì 24 settembre il governo ha deciso – tra le altre cose – di impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la legge dell’Emilia-Romagna sul suicidio assistito, che era stata approvata lo scorso luglio: lo aveva già fatto con le leggi di Toscana e Sardegna, del tutto simili a quella dell’Emilia-Romagna, e in entrambi i casi la Corte aveva poi stabilito che quelle leggi regionali fossero legittime nel loro impianto generale, ma aveva ordinato di correggere alcune parti giudicate incostituzionali.
Nelle due occasioni precedenti il governo aveva sostenuto che le leggi non dovessero essere valide perché si occupavano di un tema di competenza statale. Questa volta invece ha fatto sapere di aver contestato solo alcune parti ritenute di competenza statale: non si sa quali nello specifico, ma verosimilmente quelle che la Corte ha già dichiarato incostituzionali per Toscana e Sardegna. Anche il Veneto ha da poco approvato una legge sul suicidio assistito, basandosi sulla stessa proposta delle altre tre regioni ma provando a evitare i profili di incostituzionalità già indicati dalla Corte. Il Veneto è anche l’unica regione governata dal centrodestra – quindi della stessa parte politica del governo – ad avere una legge simile.
Il suicidio assistito è la pratica per cui, a determinate condizioni, ci si può somministrare un farmaco per morire. In Italia è legale dal 2019 grazie a una sentenza della Corte Costituzionale, ma da allora, nonostante numerosi inviti della Corte, il parlamento non ha mai approvato una legge che definisse tempi e modi con cui accedere alla pratica. Questo vuoto normativo ha portato diverse persone a morire prima di poter accedere al suicidio assistito, dopo sofferenze intense, altre a intraprendere lunghe controversie legali, e altre ancora a scegliere di andare a morire all’estero, con grosse complicazioni. È per questo che alcune regioni hanno iniziato a muoversi autonomamente, essendo la sanità in parte anche una competenza regionale.