Dal 3 settembre al cinema con Vision Distribution, Il Malloppo di Volfango De Biasi affida a un trio comico affiatatissimo, Diego Abatantuono, Mago Forest e Max Angioni, un giallo che mescola con brio noir, commedia all’italiana e nostalgia anni Ottanta. Abatantuono gioca con il proprio passato e con i soprannomi della vecchia mala, Mago Forest veste l’impermeabile da detective alla Marlowe ma preferirebbe occuparsi di corna e gattini, Max Angioni porta la sua comicità generazionale e imbranata. Intorno a loro Maria Amelia Monti, Bebo Storti e Antonio Catania, la nebbia del Po, la cucina ferrarese e cinque miliardi di lire in lingotti d’oro spariti nel nulla
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Cinque miliardi di lire in lingotti d’oro non spariscono. Al massimo aspettano il momento giusto per tornare a chiedere il conto.
E il conto, in Il Malloppo, arriva con parecchi anni di ritardo. Dentro ci sono un ex rapinatore soprannominato il Brigante, vecchi sodali della mala dai nomi che sembrano usciti da un romanzo criminale scritto al tavolo di un bar, un investigatore privato con l’impermeabile alla Philip Marlowe che preferirebbe occuparsi di corna e gattini e un tirocinante innamorato dalla più tenera età della figlia dell’uomo sbagliato.
Diretto da Volfango De Biasi, Il Malloppo, al cinema dal 3 settembre con Vision Distribution, mescola giallo, noir e commedia all’italiana affidandosi soprattutto a un trio che conosce alla perfezione l’arte della battuta, della pausa e dello sguardo. Diego Abatantuono, Mago Forest e Max Angioni giocano con i codici del genere senza ridurli a semplice parodia, affiancati da Maria Amelia Monti, Bebo Storti e Antonio Catania.
E la cosa più divertente è che dietro il mistero dei cinque miliardi sembra aggirarsi il fantasma di un’Italia che non esiste quasi più: quella dei soprannomi, delle osterie, delle automobili truccate e di una mala che possedeva persino una propria, bislacca poesia.
Uno dei piaceri maggiori del film è vedere Diego Abatantuono giocare con il proprio passato.
Non soltanto quello cinematografico, ma quello che precede il cinema. Abatantuono cominciò infatti nell’universo del Derby di Milano, il mitologico locale dove tra gli anni Sessanta e Settanta potevi incontrare cabarettisti, musicisti, attori e personaggi di ogni risma. Prima tecnico delle luci e direttore di scena, poi, dalla metà degli anni Settanta, presenza sempre più centrale di quella irripetibile fauna meneghina.
Un piccolo universo nel quale il soprannome poteva diventare più efficace di una carta d’identità.
E Il Malloppo sembra ricordarsene.
Il suo Diego Viani detto il Brigante è un ex rapinatore degli anni Ottanta, specializzato in colpi «a mano disarmata», che dopo il carcere ha abbandonato il crimine e aperto un’osteria a Ferrara.
Ma il passato, si sa, è un creditore dalla memoria formidabile.
Torna sotto forma di vecchi complici e soprattutto di un bestiario criminale dai nomi irresistibili: Salamandra, Fiocina e compagnia mala. Per descrivere qualcuno che ruba le automobili e poi le modifica, Abatantuono usa una definizione semplicemente perfetta: «l’estetista».
È qui che il film trova una delle proprie vene comiche più felici.
Non nella battuta gridata, ma nella lingua. Nei soprannomi, nelle pause, nel piacere di raccontare un mondo. Abatantuono sembra divertirsi parecchio e, fortunatamente, il divertimento arriva sino allo spettatore.
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Spassosi anche i duetti tra Abatantuono e Maria Amelia Monti, che interpreta Lorena, ex moglie del Brigante.
Lei si lamenta.
Di tutto.
Con metodo e costanza.
Possiede quella rara capacità di trasformare la recriminazione coniugale in una forma d’arte.
Tra Monti e Abatantuono c’è un ritmo comico fatto di interruzioni, occhiate e battute che sembrano appartenere a due persone che litigano da una vita e probabilmente continuerebbero a farlo anche durante l’Apocalisse.
Lorena possiede inoltre un autentico talento nello scegliere i camerieri.
Basti pensare a Filu 'e Ferru, garçon tutt’altro che affabile, uno di quei personaggi che sembrano possedere già una biografia completa pochi secondi dopo essere entrati nell’inquadratura.
In fondo la commedia italiana è sempre vissuta anche di questo: caratteristi, facce, figure laterali capaci di rubare la scena con una smorfia o una risposta detta al momento giusto.
Poi arriva Mago Forest.
Impermeabile d’ordinanza, portamento da investigatore privato, aria da uomo che dovrebbe conoscere ogni bassofondo della città: da lontano potrebbe essere un parente di Philip Marlowe o Sam Spade.
Peccato che Humphrey Bogart non abiti qui.
Forest interpreta Michele Ragusa, investigatore privato che sopravvive soprattutto occupandosi di casi di infedeltà coniugale.
Più che Il grande sonno, insomma, le grandi corna.
E quando spiega al proprio assistente che preferirebbe occuparsi soltanto di «corna e gattini», il personaggio è già perfettamente delineato.
Forest risulta esilarante proprio perché non ha bisogno di forzare il registro hard boiled. Lo indossa come il suo impermeabile: un abito cinematografico leggermente troppo grande nel quale si muove con la sua inconfondibile, surreale eleganza.
Ragusa vorrebbe forse vivere dentro un romanzo di Raymond Chandler, ma la realtà continua ostinatamente a consegnargli adulteri, animali domestici e, questa volta, un caso decisamente più grosso di lui. È, in fondo, una specie di Don Chisciotte urbano: sbaglia tutto, non si arrende mai e sotto la cialtroneria custodisce un cocciuto senso di giustizia.
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Al suo fianco c’è Alex, interpretato da Max Angioni, tirocinante non retribuito, mammone e aspirante investigatore dotato soprattutto di entusiasmo.
Angioni porta nel film la propria cifra comica, quella capacità di sembrare contemporaneamente convinto di quello che sta facendo e stupito di trovarsi lì a farlo. C’è, nel suo Alex, anche il ritratto affettuoso di una generazione di trentenni eternamente precari, sospesi tra sogni piccoli e paura di sbagliare.
In più Alex conserva fin dall’adolescenza una passione per Sara, la figlia del Brigante, oggi agente di polizia.
E così l’indagine si complica anche con le faccende del cuore.
Perché Chandler sarà pure Chandler, ma anche Marlowe avrebbe avuto qualche difficoltà se la figlia del principale sospettato fosse stata la ragazza dei sogni del suo Watson.
Forest e Angioni funzionano bene insieme proprio perché appartengono a due comicità differenti: il primo lavora sullo straniamento e sull’assurdo, il secondo sull’ingenuità e sullo spaesamento generazionale.
E poi c’è il karaoke.
In una commedia italiana con rapinatori, osterie, investigatori e matrimoni naufragati sarebbe stato quasi delittuoso non inserirlo.
Così Il Malloppo riesce a passare con disinvoltura da una versione karaoke di Almeno tu nell’universo di Mia Martini a Mamma Maria dei Ricchi e Poveri.
Dal noir al nazionalpopolare senza fermate intermedie.
Ed è proprio questa libertà una delle qualità più simpatiche del film.
De Biasi non cerca di realizzare un giallo filologicamente puro: ne prende i codici, il malloppo, i vecchi complici, il detective, il commissario, i sospettati, i pedinamenti, e li immerge in un immaginario riconoscibilmente italiano.
D’altronde siamo il Paese in cui persino un’indagine per omicidio può finire davanti a un microfono con l’eco.
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A completare la variopinta galleria di personaggi arrivano Bebo Storti e Antonio Catania.
Storti interpreta Veleno, ex rapinatore della banda del Brigante, personaggio fondamentale per l’evolversi della vicenda.
Antonio Catania veste invece i panni del commissario Castrone, poliziotto che sembra avere un conto aperto con Ragusa e soprattutto con quel passato criminale che Diego Viani vorrebbe archiviare definitivamente.
Sono presenze preziose perché appartengono a una scuola di attori che conosce perfettamente i tempi della commedia e sa rendere credibile un personaggio con una battuta, una postura, talvolta semplicemente con una faccia.
E Il Malloppo fa bene a fidarsi dei propri interpreti.
Anche Ferrara partecipa al gioco. Anzi, ogni location sembra pensata come un personaggio: l’osteria del Brigante è un ventre caldo e rumoroso, la lavanderia a gettoni diventa la copertura perfetta per un investigatore cialtrone ma testardo, la provincia e i suoi dintorni un mosaico di piccoli vizi e piccole virtù.
Le strade, il Po, le campagne e quel carattere sospeso dell’entroterra padano costruiscono lo scenario ideale per un racconto che vive a metà tra noir e commedia. E il film si spinge anche oltre le mura, fino a Tresigallo e alle geometrie razionaliste del basso ferrarese.
È una città che possiede peraltro una storia cinematografica assai nobile. Da Michelangelo Antonioni a Florestano Vancini, da Vittorio De Sica a Luchino Visconti, da Mario Soldati a Marco Ferreri, numerosi autori ne hanno utilizzato vie e paesaggi come quinta delle proprie storie. Impossibile non pensare al Giardino dei Finzi Contini, con Dominique Sanda e Lino Capolicchio che pedalano lungo i viali estensi.
Qui naturalmente siamo altrove. Ma proprio il contrasto diverte: l’austerità rinascimentale della città diventa il teatro delle imprese di un investigatore che sogna Marlowe e finisce a parlare di gattini.
E poi c’è la tavola. Perché l’osteria del Brigante non è soltanto un fondale, ma il luogo in cui la cucina ferrarese entra in scena a pieno titolo: la salama da sugo, le anguille, i cappellacci di zucca, i rossi di provincia come il Fortana e il Merlot serviti mentre i protagonisti cercano la via per risolvere il caso. Il noir, si sa, viene meglio a stomaco pieno.
Una bicicletta passa, la nebbia arriva, qualcuno ha fatto sparire cinque miliardi. Il noir padano può cominciare.
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Il mistero resta il motore della storia, ma De Biasi comprende che il vero malloppo del film è il cast.
Il piacere non consiste soltanto nello scoprire che fine abbiano fatto i lingotti, ma nell’ascoltare Abatantuono raccontare la vecchia mala, assistere alle schermaglie con Maria Amelia Monti, vedere Forest atteggiarsi a detective hard boiled e Angioni tentare di stargli dietro.
È una commedia che conosce il proprio terreno di gioco e sa che il genere può essere smontato con affetto senza essere necessariamente demolito.
Dietro le risate rimangono inoltre vecchie amicizie, rancori, rapporti fra genitori e figli e soprattutto il tema delle seconde possibilità.
Perché il Brigante può anche avere pagato il proprio debito con la giustizia, ma quello con il passato presenta interessi molto più alti.
Il Negroni Sbagliato sarebbe la scelta comoda. E le scelte comode, come i colpi con la pistola, raramente rendono giustizia a chi ha sempre lavorato «a mano disarmata».
Se Il Malloppo fosse un cocktail, allora, meriterebbe una ricetta inventata apposta. Lo chiameremmo Il Brigante.
Base di grappa di Fortana, il vitigno scuro e ruvido delle terre ferraresi: uno spirito di provincia, un po’ spigoloso, con la memoria lunga come quella dei vecchi complici. Un dito di bitter, perché sotto ogni risata cova sempre un cadavere. Una scorza d’arancia a ricordare i lingotti scomparsi. E infine il colpo di scena: una spruzzata di Fortana frizzante, il rosso effervescente che sa di osteria, di nebbia e di nazionalpopolare.
Amaro quanto basta, allegro senza essere sciocco, di un oro torbido come il Po al tramonto. Un aperitivo che sembra semplice e invece nasconde il proprio bottino sul fondo del bicchiere.
Del resto, in ogni noir che si rispetti arriva prima o poi il momento del lungo addio. Al bancone dell’osteria del Brigante, però, l’addio si rimanda volentieri.
Basta ordinarne un altro giro.
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