Era arrivato dalla Lombardia con lo stampo di un mattone sotto braccio e in testa un’idea semplice e coraggiosa. Matteo Naggi, scultore milanese 47 anni, voleva avviare una ricerca sulla decostruzione del mattone: scoprire fino a che punto quel mattone, simbolo per eccellenza dell’architettura e della gravità, potesse essere trasformato senza perdere la propria memoria. Una vera sfida per uno abituato a confrontarsi con la materia su larga scala ma l’approdo nel Sinis ha segnato la svolta per Naggi, che lavora alle Officine Saffi di Milano, uno dei luoghi più autorevoli della ricerca contemporanea sulla ceramica. Nella terra dei fenicotteri, delle case in ladiri, del mare e degli stagni, il suo progetto ha iniziato a prendere slancio. Quasi un’illuminazione sulla via dei Giganti. «Il Sinis mi ha accolto con un’energia inaspettata – racconta Naggi che per oltre un mese è stato in una residenza d’artista nel territorio di Baratili San Pietro, a pochi chilometri da Oristano – In questa terra meravigliosa ho conosciuto prima di tutto i ladiri, i mattoni crudi della tradizione sarda. Ho scoperto una cultura del mattone diversa, antica, custodita nei secoli».


Mattoni formati con fango, paglia, sole e tempo. Un materiale che non impone la propria forza, ma vive in equilibrio con il paesaggio. È stato il primo passo di un progetto che, giorno dopo giorno, si è arricchito di vari elementi. «Ho girato in lungo e largo nel territorio, ho visto gli stagni, le zone umide, la luce, il vento e soprattutto i fenicotteri. Quelle creature leggere, sospese tra acqua e cielo, che abitano uno degli ecosistemi più preziosi del Mediterraneo». Proprio in quell’istante la ricerca ha cambiato direzione. «Il mattone, un oggetto nato per restare fermo e per sostenere altra materia ha iniziato ad alleggerirsi. A perdere quella rigidità e funzione tipica, fino a diventare quasi irriconoscibile». Rientrando appieno nella filosofia e concettualità che caratterizzano Matteo Naggi che più che uno scultore ama definirsi «un “destrutturattivista”: non distruggo la materia, ma ne metto in discussione le certezze, la funzione e l’identità, liberandola dai significati che sembrano immutabili» spiega. Con la luce del Sinis, fra gli stagni e i fenicotteri il mattone smette di essere un blocco e diventa movimento. Da simbolo della permanenza diventa simbolo della migrazione. Da massa diventa volo. Da architettura diventa natura. Fino a trasformarsi, idealmente e formalmente, in un uccello. Un lavoro che va ben al di là del mero esercizio estetico perché diventa una riflessione sul modo di abitare il mondo.


«Ogni trasformazione mette in discussione ciò che consideriamo definitivo. Ogni forma contiene già la possibilità di diventare altro – sottolinea l’artista - Il Sinis, con la sua storia millenaria e con il suo paesaggio fragile e straordinario, non è stato soltanto il luogo in cui il progetto è stato realizzato ma ne è diventato il coautore». Questa è forse la chiave più interessante del lavoro di Matteo Naggi. Era partito con uno stampo di mattone; è tornato con una domanda molto più grande: cosa accade quando un oggetto smette di essere ciò per cui è nato? E se anche la materia, come gli esseri viventi, potesse evolversi, migrare e imparare a volare?
Interrogativi che Naggi si porta dietro come base del progetto “Mattone Appeso”, nato da un’esperienza personale di fuga per diventare una riflessione collettiva sulla trasformazione. Il lavoro di ricerca a dicembre sarà presentato a Milano e il Sinis avrà un ruolo di primo piano, perché da questa terra tutto è partito. La ricerca interiore e quelle opere che saranno esposte in una installazione dal forte sapore concettuale e valore artistico. Durante la residenza artistica sarda, Naggi ha lavorato per giorni su quello stampo di mattone crudo che, strato dopo strato, è stato trasformato in una serie di sculture ottenute attraverso un processo di decostruzione manuale. Ogni intervento elimina materia senza aggiungere nulla. Il gesto non costruisce ma porta alla luce ciò che in quel mattone era nascosto. E il mattone perde la sua funzione edilizia per diventare presenza, equilibrio, fragilità.


Ogni opera appare sospesa tra ciò che era e ciò che potrebbe ancora diventare. Da qui il titolo del progetto, un lavoro sulla possibilità della trasformazione. Alcune opere ricordano gli uccelli, altre trasmettono il mistero dei Giganti di Mont’e Prama e l’equilibrio unico fra aria, terra e acqua. Tutte regalano un’emozione e insinuano interrogativi sull’esistenza a cui ognuno di noi può dare risposte guardandosi dentro.
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