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Italiani in vacanza, il trucco del ministro Mazzi sui dati Eurostat | Il Fatto Quotidiano.it


Il ministro Mazzi e il boom di italiani in vacanza col governo Meloni: un dato Eurostat che dice tutt’altro diventa record di partenze

Se torturi i numeri abbastanza a lungo, come si sa, confesseranno qualsiasi cosa. Ma a volte è sufficiente leggerli allo specchio. Per festeggiare un nuovo record da attribuire al governo Meloni basta per esempio prendere un indicatore Eurostat che misura quanti italiani non possono permettersi una settimana lontano da casa, ribaltarlo e trasformarlo nella quota di chi si concede la villeggiatura. Il risultato è il presunto record rivendicato a più riprese, a partire da Ferragosto, dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi: “Negli anni del nostro governo la media degli italiani che va in vacanza è aumentata al 66,7%“, mentre nei diciotto anni precedenti era “ferma al 58%”. Poco importa se pure il Sindacato italiano balneari ha fatto sapere che complice il caro prezzi e in particolare l’aumento del costo dei carburanti “a salvare l’estate sulle spiagge italiane sono stati gli stranieri” e se, secondo le associazioni consumatori, il numero di giorni di stacco continua ad accorciarsi causa potere d’acquisto in calo.

Da dove esce allora il sorprendente primato? Il ministero che fu di Daniela Santanché è partito dall’indagine European Union Statistics on Income and Living Conditions, con cui l’istituto di statistica europeo chiede alle famiglie se hanno le risorse economiche necessarie per sostenere alcune spese considerate elementi importanti della vita sociale. Tra queste c’è anche la possibilità di pagarsi una settimana fuori casa ogni anno. L’indicatore misura la percentuale di popolazione che risponde: no, non posso.

A partire dal 2020, quindi ben prima dell’insediamento di Meloni a Chigi, quel dato è sceso di alcuni punti. Prendendo gli anni dal 2022 al 2025, la media è del 33,4%. Mazzi ha dunque pensato di sottrarre quella quota dal totale (100%) ed è arrivato alla conclusione che tutti gli altri, il 66,7% appunto, in vacanza ci sono andati. “Il ministro ha messo il dato in positivo“, spiegano dal suo staff, confermando la fonte del dato. È così, con un triplo carpiato, che Mazzi arriva alla conclusione che mai così tanti sono partiti.

Peccato che quell’indicatore misuri solo l’eventuale limitazione economica percepita, e nulla abbia a che vedere con il comportamento effettivo. Il suo complemento, ricavato per differenza, non dice affatto quante persone abbiano fatto le valigie né calcola il numero di notti prenotate in hotel o appartamento. Una statistica Eurostat che invece misura proprio la “partecipazione al turismo” esiste, ma si dà il caso che non restituisca l’immagine di un Paese di spensierati vacanzieri. Nel 2024 – ultimo dato disponibile – risulta infatti che solo il 38,71% degli italiani abbia fatto almeno un viaggio turistico con almeno un pernottamento per motivi personali nel corso dell’anno: è il dato più basso dopo quelli di Bulgaria e Romania (vedi grafico sotto). La media Ue è del 65%. E rispetto all’anno prima si è registrato un calo dell’1,4%.

Anche volendo concentrarsi sull’indicatore scelto da Mazzi, un’analisi un po’ più mirata racconta un’altra storia: dopo il miglioramento registrato nel 2022-2024, l’anno scorso la quota di italiani che non riesce a permettersi una settimana di vacanza è tornata a salire al 35,7%. Il dato è ben superiore alla media europea, pari l’anno scorso al 27,5%. Peggio fanno solo Romania, Grecia, Bulgaria e Ungheria. In Germania, per dire, i forzati della città sono solo il 20,9%, in Francia il 23,2, in Spagna il 32,2. Ma, come si diceva, basta torturare i numeri…