Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, ha pubblicato il suo programma. C’è una parte che riguarda direttamente noi donne, e conviene leggerla per intero invece di indignarsi sul titolo. Il programma parte da un dato corretto: l’Italia ha un problema di natalità. Nel 2025 siamo a 1,14 figli per donna, il minimo storico dal dopoguerra. Vero, verificato, Istat.
Ma che soluzioni propone Vannacci? Si parte da un «quoziente familiare» che lega le tasse al numero di persone a carico. Poi, cito testualmente: «Introduzione delle “quote azzurre” nei concorsi pubblici, riservando una parte dell’ammontare dei posti a bando ai genitori di famiglie numerose: sostenere la famiglia che procrea è sostenere il futuro dell’Italia».
Per chi se lo stesse chiedendo è una chiara provocazione in contrapposizione alle quote rosa, che, vale la pena ricordarlo, prevedono semplicemente che le liste elettorali debbano avere entrambe le rappresentanze (maschile e femminile) e che ci sia una quota riservata al genere meno rappresentato nei cda di società partecipate dallo Stato o quotate in borsa. Se si sono tinte di rosa è esattamente perché quel genere meno rappresentato è quello femminile. Le norme non dicono mica «quote per donne» o «quote rosa».
Ma andiamo avanti, il mirabolante programma di Futuro Nazionale prevede anche la pensione anticipata per le madri «proporzionalmente al numero dei figli avuti» con una richiesta all’Europa: una deroga ai vincoli di bilancio che riguardi «non le emissioni di carbonio ma la procreazione».
Tutto ciò avviene dentro una cornice che definisce la nazione una «comunità di diritto e di sangue» fondata sulla famiglia, e mette tra i valori non negoziabili «la difesa della vita dal concepimento» e «la famiglia naturale». E quando parla di violenza sulle donne, lo fa in un capitolo solo: quello sull’immigrazione, dove cita la percentuale di stupri commessi da stranieri e chiama «invasione maomettana» ciò che minaccerebbe il Paese.
Mettendo insieme i pezzi una donna conta in proporzione a quanti figli ha messo al mondo e lo Stato riconosce solo la famiglia, non la persona in sé, ma la persona generatrice di prole.
La violenza maschile esiste, certo, ma è sempre quella degli altri o portata dagli altri, gli stranieri, come se gli uomini italiani fossero tutti santi!
Questo insieme di farneticazioni ha un nome preciso: «patriarcato mediterraneo». Gli antropologi che negli anni Sessanta studiarono le società del Mediterraneo (il libro di riferimento è Honour and Shame di John Peristiany del 1965) descrissero un sistema retto da due parole: onore e vergogna. L’onore è maschile, la vergogna è femminile. Ma il meccanismo vero è un altro: l’unità morale non è l’individuo, è la famiglia. L’onore è un patrimonio comune. E la garanzia di quel patrimonio è il comportamento delle donne di casa. Quello che fa una figlia non riguarda lei: riguarda la reputazione di tutti gli altri. Da qui il controllo, la sorveglianza dei vicini, e nei casi estremi il sangue.
E qui arriva la parte che a quanto pare molti di noi hanno dimenticato. Fino al 1981 tutto questo non era «solo» mentalità: era la legge italiana.
L’articolo 587 del codice penale puniva da tre a sette anni chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella scoprendone «la illegittima relazione carnale», nello stato d’ira per l’offesa recata «all’onor suo o della famiglia». L’articolo 544 stabiliva che sposare la vittima cancellava il reato di violenza carnale. Sono stati abrogati il 5 agosto 1981. Non 1881: 1981. E lo stupro è rimasto un reato contro la moralità pubblica non contro la persona fino al 1996.
Chi oggi ha cinquant’anni è nato in un Paese dove l’onore era un’attenuante e il corpo di una donna un bene di famiglia. Non è archeologia. È l’infanzia dei nostri genitori. Ecco perché l’operazione di Futuro Nazionale funziona così bene ed è così falsa. Spostare il patriarcato oltre i confini, serve a una cosa sola: assolvere chi resta dentro. Peccato che il patriarcato non sia arrivato in barca. Era scritto nel codice Rocco e ce lo siamo tolti di dosso da quarantacinque anni, non da quattromila.
Le quote azzurre non sono una politica per la natalità. Sono un modo elegante per dire alle donne che il loro valore pubblico si misura in figli. E finché lo Stato tratterà le donne come il capitale riproduttivo della nazione invece che come cittadine, non staremo combattendo il patriarcato. Lo staremo finanziando. Quindi occhio a come spendiamo il nostro capitale!