È difficile dire addio a un amico che hai frequentato per 65 anni, col quale hai passato notti intere a chiacchierare, a bere (molto meno di quel che si crede), che vedevi meno perché la vita ci aveva separati ma che restava un amico vero. Oltretutto le sue canzoni le hai viste nascere, talvolta ti è capitato di sentirle in anteprima, magari assieme a un altro grande amico scomparso, Bonvi, che con Francesco aveva condiviso gli anni di Modena, la creazione di storie pubblicitarie e di un fumetto strepitoso come Storie dello spazio profondo. Già perché Francesco, il Maestrone, quando gli chiedevi le prime volte se volesse diventare un cantante ti rispondeva: "Veramente io vorrei essere uno scrittore". Il bello che è che lui è riuscito in entrambi i campi, magari in coabitazione con un altro giallista nostrano, Macchiavelli (ma anche, a volte, da solo). Non è un caso che l’ultimo suo racconto non sia una canzone ma un libro che uscirà a settembre per le edizioni Giunti, dal titolo emblematico Calde le pere.
Ma poi Francesco era davvero un tipo che definirei poliedrico, studioso del dialetto, cronista alle prime armi in quel di Modena, creatore di gruppi folk-beat e tante altre cose. Uno che ha segnato la vita di un mondo intero con le sue canzoni ed è stato assieme un maestro, un narratore a tante altre storie. Uno che è sempre stato amato dalla gente, dai ragazzi che alla conclusione di ogni concerto, quando intonava La locomotiva alzavano il pugno, a quelli cresciuti che ti citavano a memoria interi passi delle sue canzoni. Canzoni che abbiamo amato tutti, tra la via Emilia e il West, ma anche quando il Maestrone mostrava i suoi interessi storici. C’è una sua canzone che ho sempre prediletto, Bisanzio, una canzone magari poco amata dai seguaci più giovani, ma una canzone che a me, cultore di storia antica, ha sempre detto più di un testo universitario.
E poi, scusate, chi ha saputo cogliere l’aspetto più profondo e vero della nostra città? Bologna è il ritratto più vero, anche un poco più critico, della città che era diventata anche quella di Francesco. La casa che si era comprato in via Paolo Fabbri 43 era non solo il rifugio degli amici, magari prima di andare da Vito l’osteria ristorante, ritrovo a cento metri. A proposito di via Paolo Fabbri, c’è stato, a poche ore dalla notizia della sua scomparsa un fatto che non si presta a dubbi. Prima, un furgone con altoparlante ha iniziato a sparare le sue canzoni da Dio è morto, a Il Vecchio e il bambino, poi, mentre il caldo si faceva meno feroce sono arrivati in tanti, a centinaia, hanno occupato tutta la strada e si sono messi a cantare le sue canzoni. Se il Maestrone, passato dalla Via Emilia all’altro mondo, stava assistendo a questa prova di affetto dei suoi concittadini deve esser rimasto stupito e felice.
Era un personaggio multiforme Francesco, studioso e cultore dei dialetti, in particolare quello di Pavana a cavallo di Emilia e Toscana dove aveva passato la prima infanzia e dove si era rifugiato, ma passando anche con disinvoltura ad altro. Soprattutto nelle serate da Vito non c’erano solo le partite al suo prediletto tarocchino bolognese, le cantate con Lucio (Dalla) e Vecchioni, ma anche le discussioni. Da vecchio cronista ricordo le serate in cui la recita del dibattito tra il Maestrone e Piero Benassi, allora capocronista, accendeva feroci scontri che duravano fino a che Vito non ci sbatteva fuori. Francesco era anche questo, oltre che il cantore della nostra città e dell’Italia, di storie terribili e di ballate che ti prendevano li cuore. E anche il suo cuore aveva vissuto momenti non facili, il primo matrimonio con Roberta, troppo buona borghese per capire uno che strimpellava la chitarra. Poi la relazione con Angela, che non capì chi le stava accanto. E finalmente con Raffaella una persona deliziosa che solo gli amici sanno a quali sacrifici si sottopose quando era divisa tra Bologna, Pavana e una scuola della montagna parmense dove insegnò per un anno prima di avere una sede più vicina.
Il Maestrone non ha sempre avuto una vita facile, soprattutto da quando la vista gli ha reso prima difficile poi impossibile leggere. Una cosa che la vicinanza dell’amata figlia Teresa e di Raffaella gli ha alleviato, un fatto che per lui, lettore accanito, non è stata facile. Si era scelto una lettrice per continuare a leggere per interposta persona, ma, e questo è uno dei suoi pregi, non era mai cambiato, non si era inaridito. Un paio di volte gli telefonai per chiedergli un favore, e parlai con Raffaella. Poco dopo il telefono suonava e Francesco mi chiedeva cosa potesse fare per me. Un segnale che la vita poteva allontanare due amici ma non spezzare il loro legame. Ora Bologna celebrerà un sabato di lutto cittadino. Poi, in settembre, parteciperà al giorno del suo ricordo. Le cose ufficiali vanno bene, ma sono solo la pallida immagine di quella che, chi gli fu amico, ascoltò le sue canzoni, lesse i suoi libri, ha nel cuore. Una ultima nota che mi colpito, al di là delle pagine dei giornali italiani: ho visto le due edizioni dei giornali svizzeri in italiano dedicare una foto e uno spazio in prima pagina a Francesco. E anche la Voce del popolo, quotidiano degli italiani di Croazia, ha fatto lo stesso.